sabato 26 novembre 2011

ANTHRAX - "Worship Music": un parto difficile ma i risultati ci sono!

ANTHRAX “Worship Music” (Megaforce Records, 2011) – www.anthrax.com

Tracklist:
1. Worship (intro)
2. Earth On Hell (video http://www.youtube.com/watch?v=aO5nhO-jXqg)
3. The Devil You Know (video http://www.youtube.com/watch?v=TT76uz21TNg)
4. Fight 'em 'til You Can't (video http://www.youtube.com/watch?v=nzDmgn-G2FM&feature=relmfu)
5. I'm Alive (video http://www.youtube.com/watch?v=jpJobQns0yg)
6. Hymn 1
7. In The End
8. The Giant
9. Hymn 2
10. Judas Priest
11. Crawl (video http://www.youtube.com/watch?v=PORfHUdWS1Y)
12. The Constant
13. Revolution Screams / New Noise (Refused cover ghost track)

Erano 8 anni che aspettavamo questo disco e devo proprio dire che ne è valsa la pena! Qui non abbiamo un semplice disco degli Anthrax ma un vero e proprio capolavoro, almeno per gli amanti del genere. Lo metti in play e subito piace, cosa che di solito non accadeva almeno dal 1990-91 (era il periodo d’oro dei vari “Black Album”, “Rust In Piece”, “Seasons In The Abyss”, solo per citarne qualcuno, ricordate?). Gli Anthrax sono tornati con il loro vocalist originale, Joey Belladonna, con il quale non facevano album dal lontano 1990 (da “Persistence Of Time” per intenderci) ed è stato un ritorno piacevolissimo. Il disco prende dal primo all'ultimo brano. È una macchina da guerra pesante ma ben bilanciata e ben coordinata dagli straordinari riff di Scott Ian. La prima bordata arriva con “Earth On Hell”, classico pezzo thrash che ci fa subito capire cosa ci aspetterà: batteria indemoniata e riff al cardiopalma! “The Devil You Know” è stata definita dagli stessi membri della band come una canzone degli Anthrax ma con il groove degli AC/DC. Effettivamente è così, con un ritornello che conquista e non ti abbandona più. Il primo singolo scelto è “Fight 'Em 'Til You Can't”. Scelta abbastanza opinabile dopo aver ascoltato l’intero disco. La canzone è dignitosa ma non paragonabile alle altre tracks dell’album. La scelta potrebbe essere stata influenzata dalla passione di Ian per i fumetti in particolare di “Zombie”, ed è proprio la battaglia contro i morti viventi il tema di "Fight 'Em 'Til You Can't". Altre canzoni degne di nota, e che diventeranno sicuramente parti fondamentali delle scalette dei live sono, “I'm Alive” e “Crawl” che non sono proprio dei pezzi thrash ma rientrano pienamente nelle corde vocali di Belladonna. Ogni canzone ha un suo perché e non siamo davanti a delle fotocopie del thrash anni ’80! (http://www.comingsoon.it/Musica/Articoli/Speciali/Page/?Key=8822)
“Worship Music” è la decima fatica in studio dei thrashers newyorkesi più famosi al mondo, vale a dire proprio quegli Anthrax che, di recente, hanno ottenuto il giusto riconoscimento alla loro ormai quasi trentennale carriera, venendo schedulati per il tour mondiale del cosiddetto “Big 4”, vale a dire i 4 gruppi (Metallica, Megadeth, Slayer e, appunto, Anthrax) che hanno gettato le basi del thrash metal e che, di conseguenza, sono stati seminali per tutto il metal più estremo che da lì in seguito avrebbe fatto capolino sulla scena mondiale. Il parto di quest'album non è stato per nulla semplice, dato che, inizialmente, il compito di registrare le parti di voce era stato affidato all’esordiente Dan Nelson, per essere sostituito dallo storico singer Joey Belladonna quando le parti di Nelson erano ormai tutte pronte. La band, per contro non ha mai fornito molte spiegazioni riguardo all'accaduto, ma tant'è che l’uscita di scena di questo signor sconosciuto per far posto al ritorno di colui che ha reso famosa la band in tutto il mondo prestando la propria ugola per album seminali come “Spreading the Disease”, “Among the Living” e “State of Euphoria”, ha di sicuro fatto la felicità di tutti i fans della prima ora. Personalmente, ho sempre preferito la voce di John Bush, dal registro meno esteso ma molto più espressiva, per quanto bisogna ammettere che gli album più belli siano stati realizzati con Belladonna. Tuttavia, sono fermamente convinto che, col timbro vocale più graffiante di Bush, quest'ultimo capitolo della saga Anthrax avrebbe guadagnato qualche punticino in più. Questo perché l'album, che non è niente male, è certamente un album che guarda parecchio indietro nel tempo, agli esordi della band, ma con un particolare tocco di attualità che ci impedisce di parlare del tutto di “operazione nostalgia”. Intendiamoci: dietro “Worship Music” non c’è nulla di miracoloso, ma sicuramente è un passo in avanti in termini di qualità, rispetto a quanto i ragazzi hanno composto negli ultimi anni; è dai tempi di “Sound of White Noise” (1993) che gli Anthrax non sfornavano nulla di veramente eccellente e non credo che Scott Ian e soci riusciranno mai a bissare quel grande successo, né tantomeno i pilastri storici degli anni '80. Bisogna farsene una ragione: la gente continuerà ad osannare gli Anthrax per brani storici come “Indians”, “Caught in a Mosh”, “Metal Thrashing Mad” ecc… tutto il resto serve solo a fare volume in un curriculum che fa di loro a pieno diritto, uno dei “Big 4”. (http://www.longliverocknroll.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1250:anthrax-worship-music&catid=1:recensione-album&Itemid=2)
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


domenica 13 novembre 2011

FLEET FOXES: nuovi "vecchi" segreti & tesori nascosti


FLEET FOXES “Helplessness Blues” (Sub Pop/Bella Union, 2011) – www.fleetfoxes.com


Tracklist:
1. Montezuma (http://www.youtube.com/watch?v=cdN2bfov9JQ)
2. Bedouin Dress
3. Sim Sala Bim
4. Battery Kinzie
5. The Plains/Bitter Dancer
6. Helplessness Blues
7. The Cascades
8. Lorelai (http://www.youtube.com/watch?v=xtFrGCJrnKc&feature=related)
9. Someone You'd Admire
10. The Shrine/An Argument (http://www.youtube.com/watch?v=jrTEKlrUdFI&feature=related)
11. Blue Spotted Tail
12. Grown Ocean (http://www.youtube.com/watch?v=Ewkhr8dM86M&feature=related)


È facile intuire che questo “Helplessness Blues” dev’essere stato proprio una bella gatta da pelare per i Fleet Foxes. Provate solo a pensare cosa significhi dare un seguito a un debutto come il loro omonimo del 2008, un disco semplicemente troppo bello per essere vero, pienamente meritevole di tutte le lodi e le iperboli di cui è stato – ed è ancora – oggetto. Provate solo per un attimo a mettervi nei panni del giovane Robin Pecknold: un giorno in cameretta ad imparare, sulla chitarra, le canzoni di Dylan, Neil Young e Joni Mitchell con i tuoi migliori amici (fra i quali il chitarrista Skyler Skjelset) e prima ancora di rendertene conto ti ritrovi scaraventato su di un palco, folle estasiate di mezzo mondo che applaudono sotto di te, incantate dalle tue canzoni… Ora, come si fa a dare un seguito al più bello dei tuoi sogni? Non è impossibile, ma devi avere la capacità di riuscire a sognare tutto da capo. Devi trovare un modo per canalizzare positivamente le inevitabili tensioni del caso e scavare a fondo dentro te stesso in cerca di ispirazione e nuovi stimoli. Ma, soprattutto, devi cercare di farlo nella maniera più onesta possibile, sforzandoti di essere autentico e sincero con te stesso, con chi ti circonda, con chi si aspetta qualcosa da te. Ecco, “Helplessness Blues” è tutto questo. È un disco che tra i suoi solchi racchiude la sua stessa travagliata storia: per questo è vivo, dinamico, in continuo divenire. Ad un primo ascolto, sembra non possedere quella magia istantanea dalla quale ci siamo trovati inondati quando abbiamo sentito per la prima volta il debutto; ma è solo perché ad essa le nostre orecchie si sono abituate. Prima che immediato, questo è piuttosto un disco che cresce, ascolto dopo ascolto, e ti invita, ogni volta, a scoprirne segreti e tesori nascosti. (www.lifegate.it)
Sebbene certe dichiarazioni “pre-partita” del leader Robin Pecknold, che vagheggiava di similitudini con Roy Harper e Van Morrison, non vadano prese propriamente alla lettera, in "Helplessness Blues" si avverte un sostanziale bilanciamento del sound in favore di “quel” folk britannico progressivo, comunitario e itinerante, in voga in Inghilterra tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, rispetto alle tonalità più genericamente flower-power e west-coast. Un parziale avanzamento del loro baricentro stilistico che ha come emblema il brano più atipico e articolato del nuovo lavoro: "The Shrine/An Argument". Piccola suite art-folk di otto minuti in tre movimenti: una prima parte più tradizionale, tutta centrata sul picking e sul cantato del solo Pecknold, una seconda solenne e in levare, un po’ alla Arcade Fire e, infine, dopo un intermezzo chiesastico per sola voce e organo, una conclusione free e rumorista screziata da viola e fiati dissonanti. Un tentativo, decisamente riuscito, di valicare l’abituale seminato folk-pop, abile nel dosare esperimenti e variazioni senza penalizzare la melodia. Il segnale positivo di un gruppo che non ha intenzione di sedersi sugli allori del recente passato. (www.storiadellamusica.it)
Ascoltare i Fleet Foxes equivale a catapultarsi nel bel mezzo di una foresta, isolarsi dal consumismo, dalle televisioni, dalla pubblicità e da tutto quanto finisce per farti odiare ciò che c’è di bello nella modernità (sempre che ce ne sia). Modernità, tuttavia, è una parola che pare non esista nel vocabolario di Pecknold e compagni. La loro genuinità rimanda a decenni lontani, passati e irripetibili: si torna a riassaporare la bellezza del lavorare la terra, dell’allevare le bestie, di ballare per le strade, di vestirsi di quattro stracci fatti in casa. Niente virtuosismi, niente di altamente tecnologico. Solo i vecchi strumenti: chitarra acustica, batteria, tastiera, percussioni e voci e cori che rivestono il tutto. I detrattori saranno pronti ad accusare le ‘volpi’ di scarso coraggio per la sperimentazione e di scarsa propensione all’innovazione. A noi viene solo da dire che il combo di Seattle è qualcosa di sprecato per questi tempi e che dovremmo ritenerci fortunati l’aver potuto vivere per 50 minuti in una dimensione extratemporale. (www.indieforbunnies.it)
Rino De Cesare
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.



CAKE: un altro disco orgogliosamente fuori moda!


CAKE “Showroom Of Compassion” (2011)

… Negli oltre sei anni trascorsi dalla precedente fatica (“Pressure Chief”) sono cambiate un po’ di cose (abbandono della vecchia casa discografica e creazione di una tutta loro, la Update Records inaugurata un paio di anni fa con una loro raccolta di b-sides) ma non è cambiato il loro modo di fare musica: intrecci di basso e chitarre pieni di groove, fiati tex-mex e l’incorreggibile voce dell’indiscusso leader, John McRae, sempre ironica al punto giusto.
Sembrano tornati davvero in gran forma, infatti questo è un disco Cake al 100%, anche se i tempi d’oro dei primi due album, inutile nasconderlo, restano lontani! Il singolo “Sick of you” balzato in testa nella classifica rock alternativo di Billboard è per loro una boccata di ossigeno, un giusto riconoscimento alla loro ventennale carriera.
“Showroom Of Compassion” è la somma di tutti questi anni di ricerca sonora per cui se i Cake vi sono piaciuti fino ad ora questo è un altro cd da avere e consumare.

(Carmine Tateo - e-mail: carmine.taty@live.it)

Tracce consigliate:

(a cura di Camillo “RADI@zioni” Fasulo)

KASABIAN: "Velociraptor!" è il loro album più epico e ambizioso!

KASABIAN “Velociraptor!” (2011)

… Ripartire dopo un album come “West Ryder Pauper Lunatic Asylum”, che ha portato al successo la band non dev’essere stato facile. La formula che comunque si è rivelata vincente col precedente cd (melange di pop, dance, psychedelia e “kasabianismi” vari) non è stata del tutto rispettata in “Velociraptor!”. Attenti però a parlare di gioco al ribasso perché i Kasabian guadagnano in ecletticità quello che hanno perso in originalità.
L’album contiene alcuni dei chorus più immediati fin qui scritti dal gruppo, ma loro si divertono (e si sente!) quando recuperano quella lunaticità psychedelica, dimostrando che i quattro si trovano a loro agio. Una delle band più in forma del momento!

(Carmine Tateo - e-mail: carmine.taty@live.it)

Tracce consigliate:

(a cura di Camillo “RADI@zioni” Fasulo)


giovedì 3 novembre 2011

OPETH: superato il punto del "non ritorno"?

OPETH “Heritage” (Roadrunner Records, 2011) – www.opeth.com

Tracklist:
01. Heritage
02. The Devil's Orchard (Video: http://youtu.be/G1pi7Dn87mY)

03. I Feel The Dark
04. Slither (Video: http://youtu.be/3JDaQP72PfI)

05. Nepenthe
06. Häxprocess
07. Famine
08. The Lines In My Hand (Video: http://youtu.be/tMj4CkCIHfM)

09. Folklore (Video: http://youtu.be/OleNkTc8D1E)

10. Marrow Of The Earth
11. Pyre (Bonus Track – Video: http://youtu.be/ndWUtmGOFRo)

12. Face In The Snow (Bonus Track)


Credere che un artista, nel corso della propria carriera, si interessi più ad accontentare i fans che a soddisfare se stesso, è come credere alle favole. Certo, qualcuno lo fa. Qualcuno preferisce proporre sempre la solita minestrina riscaldata pur di non rischiare di cadere rovinosamente, o per rimanere fedele alle esigenze di mercato (ma questa è un'altra storia). Gli Opeth, fin dalla loro nascita, hanno sempre dimostrato di essere unici, per certi versi ma, con l'avanzare della carriera, anche di essere uguali a pochi altri. Quei pochi altri che non si limitano a svolgere sempre lo stesso compitino, ma che preferiscono agire di testa propria, seguendo sì una certa evoluzione, ma pronti anche a mettersi nuovamente in gioco con cambiamenti radicali.
Cosa succede quindi con “Heritage”? Succede che la band torna a mettersi in gioco, in un certo senso, ma senza farlo con un cambiamento poi così radicale. "Ma come? Questi non sono gli Opeth che conoscevamo!", potrebbe già esclamare qualcuno. E invece no, questi sono proprio gli Opeth. Il ragionamento è anche abbastanza semplice: gli Opeth di “Heritage” non hanno fatto altro che "mettersi a nudo". E cosa vuol dire questo? Che se fino a un certo punto nella stessa creatura convivevano due anime ben distinte (ovvero death metal e progressive), adesso una delle due è stata messa in stand by. Åkerfeldt e soci non hanno fatto altro che abbandonare momentaneamente le influenze death e, soprattutto, metal, per lasciare spazio solo ed esclusivamente all'anima progressive. E, attenzione, non prog-metal, ma bensì prog settantiano, il rock che quarant'anni fa veniva definito come sperimentale, e che oggi sembra essere un vecchietto che (per fortuna) non ha nessuna voglia di andarsene in pensione.
Già il singolo "The Devil's Orchard" aveva fatto ben capire quale sarebbe stata la direzione intrapresa dalla band, lasciando più di un affezionato in leggero stato confusionale e altri, invece, nello sconforto più totale (i sostenitori del movimento "no growl, no party", per intenderci). Il pezzo, posto in apertura del disco, si impone anche con una certa furia, senza che ci sia necessariamente il bisogno di aggiungere doppia cassa e distorsioni prettamente più metal-oriented. A supporto c'è una produzione, affidata alle sapienti mani di Mr. Steven “Porcupine Tree” Wilson, che tenta (e un po' ci riesce) di essere il più scarna e "vintage" possibile. Sulla stessa linea anche una “Slither” (tributo personale di Åkerfeldt a Ronnie James Dio) che vira nettamente verso l'hard rock alla Deep Purple, o anche la sfuriata finale di “The Lines In My Hand”; tutti pezzi dove il "picchiatore" Axenrot (spesso additato dai fans come poco adatto alle sonorità di casa Opeth) sembra trovarsi più a suo agio. Ma non è esattamente così, perché le sorprese arrivano soprattutto dallo stesso drummer svedese, capace anche di deliziarci con un tocco delicato ed elegante che ben si sposa con le parti più lente e riflessive (il suo lavoro sulle ritmiche jazzate della splendida “Nepenthe” è solo uno dei tanti esempi a disposizione). La sezione ritmica risponde quindi più che bene ai "nuovi stimoli", grazie anche al basso di un Mendez in grande spolvero. Il tutto è corredato dall'ottimo lavoro dell'ormai ex-tastierista Per Wiberg (essenziale per quanto riguarda il lato atmosferico della musica) e dalle chitarre di Åkesson e dello stesso Åkerfeldt, quest'ultimo autore anche di una prova dietro al microfono a dir poco perfetta.
Molti dei brani a disposizione non garantiscono un impatto immediato, promettendo però delle vere e proprie soddisfazioni dopo una buona dose di ascolti, altri invece, pur non essendo diretti e coinvolgenti, riescono a farsi apprezzare anche dopo un paio di giri nel lettore. Nel secondo caso è doveroso fare riferimento alla bellissima “Folklore” (il finale è semplicemente da brividi) e Pyre, quest'ultima addirittura disponibile come bonus track per i possessori della limited edition. Un disco che è, in definitiva, come il buon vino: va assaporato con calma e, magari, ha bisogno anche di "invecchiare" un po'. “Heritage”, per essere compreso in pieno, necessita di continui e attenti ascolti, atti soprattutto a far emergere, poco per volta, ogni sua sfumatura. Un disco che, nel modo più assoluto, non è adatto a chi vuole tutto e subito, ma che ha bisogno di tanta, tantissima pazienza per essere compreso. (http://www.truemetal.it/reviews.php?op=albumreview&id=10140)
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


domenica 30 ottobre 2011

CLAP YOUR HANDS SAY YEAH: di talento ne hanno ancora da vendere!!!

CLAP YOUR HANDS SAY YEAH “Hysterical” (V2 Music, 2011) – www.clapyourhandssayyeah.com

Tracklist:
1. Same Mistake (video http://youtu.be/sbm3fczhVsM)
2. Hysterical (video http://youtu.be/IIaomBvsegQ)
3. Misspent Youth
4. Maniac (video http://youtu.be/dz_vKDw1D40)
5. Into Your Alien Arms
6. In A Motel
7. Yesterday, Never
8. Idiot
9. Siesta (For Snake)
10. Ketamine And Ectasy
11. The Witness’ Dull Surprise
12. Adam’s Plane (video http://youtu.be/5w5UvUEq3Nk)


Di tradimenti, si sa, è piena la storia del rock. La leggenda vuole che Bob Dylan, presentandosi a Newport nel ’65 con in braccio una chitarra elettrica, abbia a malapena evitato il linciaggio, attirando su di sé le ire della comunità folk. Qualcosa di simile accadde ai Clash quando nell’anno di grazia 1979 diedero alla luce “London Calling”, album destinato a cambiare per sempre la storia della musica rock ma che fece imbestialire i vecchi fan della band, che accusarono di “tradimento ideologico” Joe Strummer e soci. All’uscita di “Kid A”, nell’ottobre del 2000, i Radiohead regalarono ai posteri uno dei dischi più influenti degli ultimi 20 anni, ma dissero per sempre addio ad una nutrita schiera di ammiratori che sperava in un “Ok Computer” atto 2°. Con il dovuto rispetto per i mostri sacri appena citati, non è azzardato affermare che simile sorte potrebbe toccare anche ad “Hysterical”, il 3° album dei Clap Your Hands Say Yeah, destinato a deludere molti degli “abitanti dell’indie-sfera”, che da quattro anni ormai attendevano con trepidazione il nuovo disco della band di Brooklyn. “Hysterical” dice addio a quasi tutte le stravaganze ed alle allegre iperboli ritmiche che hanno tratteggiato la personalità dei CYHSY, assumendo così le fattezze di un tradimento urlato senza timori in faccia a tutti i fans più ortodossi. Mentre nel frattempo piovono giù dal cielo già le prime stroncature, chi ha ancora fiducia nei CYSHY non deve far altro che ignorarle e premere play. I ragazzi sono tornati e di talento ne hanno ancora da vendere, nonostante tutto. (http://www.kalporz.com/wp/2011/10/clap-your-hands-say-yeah-hysterical-v2-music-2011/)
“Hysterical” nel complesso è però un disco solido. Non ripete l’osannato debutto (che comunque viene richiamato spesso) e non innova il genere, ma innova sicuramente il loro modo di intendere questo genere (per chi ama la divisione in generi). (http://www.indieforbunnies.com/2011/09/30/clap-your-hands-say-yeah-hysterical/)
Difficilmente i CYHSY riusciranno a scrivere una canzone con un ritornello orecchiabile e canticchiabile in due ascolti, altrettanto difficilmente in un loro disco però troverete un brano banale o scontato ed “Hysterical”, pur restando fedele al sound della band, propone una variante saltuariamente più pop che permette di renderlo davvero piacevole anche a chi la voce un po’ cantilenante del vocalist finiva per dare fastidio. Certo, manca forse l’originalità del debutto, mancano certe spigolosità che avevano fatto del 1° disco quasi un manuale di un sound bello e ricercato, ma ancora una volta i CYHSY riescono a dimostrare la capacità di scrivere dei bei pezzoni. (http://www2.troublezine.it/reviews/17384/clap-your-hands-say-yeah-hysterical)
Quattro anni e mezzo sono un’eternità, per una band di quelle nate negli anni ’00, nate dal web, per il web e con il web; e anche se con il bel “Some Loud Thunder” avevano subito messo in chiaro di non essere buoni per un solo giro di valzer, una pausa così lunga resta insolita. Ma c’è il rovescio della medaglia: se ti fermi il mondo va comunque avanti, macina tutto, e si scorda presto di chi è rimasto indietro. Disco importante quindi, questo “Hysterical”, perché frattanto ricolloca i CYHSY sulla scacchiera della musica dei nostri anni e lo fa in grande stile, con la produzione di John Congleton (che s’è occupato anche degli Okkervil River fra gli altri) a rimarcare a fondo le differenze tra il gruppo che è adesso e quello che fu. Ma intanto, dov’è finita l’attitudine da studenti della art school cresciuti a pane, Velvet Underground e Talking Heads dell’esordio? Dov’è il pop degli anni ’60 che riempiva il secondo disco? Da qualche parte saranno pure finiti, perché l’identità resta inequivocabile, foss’anche solo per la voce di Alec Ounsworth. Complice il solito discreto ondeggiare stilistico, occorre un po’ per trovare la chiave di questo disco, quindi predisponetevi ad ascolti ripetuti. Come per certi quadri, prima di cogliere la figura d’insieme vi resteranno in mente singoli dettagli, finché, superata metà scaletta, vi troverete piacevolmente sorpresi dalla qualità del songwriting. Abbastanza per rendersi conto che è meglio averli tra i piedi, i CYHSH. (http://www.sentireascoltare.com/recensione/9180/clap-your-hands-say-yeah-hysterical.html)


“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


THE RAPTURE: un ritorno in gran forma ma restano un gruppo di nicchia

THE RAPTURE “In The Grace Of Your Love” (2011)

… The Rapture sono ormai in giro da un bel po’ di anni! “In The Grace Of Your Love” è, dopotutto, soltanto il loro 5° disco… ma chiunque, ascoltando un qualsiasi loro vecchio album, avrebbe potuto facilmente profetizzare che questa band avrebbe potuto riscuotere in breve tempo un buon successo. Invece, a dispetto di tutti (e lo conferma anche questo lavoro), sono rimasti soltanto un gruppo di nicchia.
“In The Grace Of Your Love”, alla fin fine, è un gran bel lavoro e conferma quanto di buono si era già detto di questa band. Un ritorno in gran forma con il solito sound a base di funk, rock & dance… Ma, attenzione! Non è il solito disco fotocopia dei precedenti… che, davvero, non è cosa da Rapture! È una raccolta di brani che comunque potrebbe risultare di abbastanza difficile fruizione ad un primo distratto ascolto, ma che, pian piano, molto gradualmente, una volta entrati nel meccanismo dei ritmi Rapture, riesce a catturare e a rapire. Dopo 13 anni di attività The Rapture riescono ancora ad essere in piena eruzione musicale. Complimenti!
(Carmine Tateo - e-mail: carmine.taty@live.it)

… concludendo: Vi ricordo che testi e scelte musicali di questo particolare frammento radi@ttivo sono proprio a cura di Carmine Tateo, vi do appuntamento alla settimana prossima con un altro Disco Hot sempre da Ciccio Riccio, sempre con RADI@zioni ma sempre con Camillo Fasulo pronto a dar voce alle affermazioni del buon Carmine!… e a proposito, se volete dialogare con lui, lo potrete trovare anche su Facebook (www.facebook.com/profile.php?id=100003030496813&ref=ts)… chiedetegli amicizia!


Tracce consigliate:
IN THE GRACE OF YOUR LOVE (video http://youtu.be/0d_ijro_PPQ)
SAIL AWAY (video http://youtu.be/wlQgBZEloy4)
NEVER DIE AGAIN (video http://youtu.be/YUURBYFn9Z8)


(a cura di Camillo "RADI@zioni" Fasulo)

sabato 22 ottobre 2011

THE LOW ANTHEM - Un album per nostalgici sognatori in cerca di un rifugio dalla frenetica e caotica quotidianità del nostro mondo

The Low Anthem “Smart Flesh” (Nonesuch, 2011) – www.thelowanthem.com

Tracklist:
1. Ghost Woman Blues (video http://youtu.be/Vpadm5i_CKU)
2. Apothecary Love (video http://youtu.be/fW3khY7Lk8g)
3. Boeing 737
4. Love And Altar
5. Matter Of Time
6. Wire
7. Burn (video http://youtu.be/eeqB3meJpxU)
8. Hey, All You Hippies
9. Ill Take Out Your Ashes
10. Golden Cattle (video http://youtu.be/o_lWVV6PtHs)
11. Smart Flesh

La musica dei Low Anthem si colloca in quella terra di mezzo tra country, folk, blues e gospel che già in passato artisti come Bob Dylan e soprattutto The Band hanno ampiamente esplorato. In effetti, a voler essere puntigliosi, in "Smart Flesh" di novità non ce ne sono. Nonostante ciò, la musica del quartetto di stanza a Providence, Rhode Island, è ben lungi dal suonare come la copia sbiadita di certi capolavori di Mr. Zimmerman o di Robbie Robertson: in queste 11 tracce, il fuoco sacro dell'ispirazione, corroborato da una creatività genuina, arde potente ed avvolge l'ascoltatore col suo calore. Le partiture composte sono percorse da una sorta di malinconico e disperato languore, che si esprime in forme umili, dimesse, in ballate che suonano desolate, essenziali, nonostante, tuttavia, esse vantino arrangiamenti finemente intarsiati, in cui il lavoro di chitarre, basso e batteria è arricchito da discreti quanto preziosi interventi di clarinetti, harmonium, organi, pianoforti, scacciapensieri, accordion, armoniche, corni, seghe musicali, nipple gong e fiddle. L'arte dei The Low Anthem è povera solo in apparenza: il suo ostentato retromodernismo è quanto di più postmoderno ci sia, giacché esso è il veicolo attraverso il quale Miller e Prystowsky (i fondatori della band) si riappropriano dello Zeitgeist, dello spirito di un'epoca (la fine degli anni Sessanta), piegandone poi il sound ad una personale rilettura, che non può ovviamente esimersi dal fare i conti con le più recenti avventure in questo campo, dai Fleet Foxes ad Iron & Wine (www.labottegadihamlin.it).
Un elemento fondamentale per capire pienamente la musica di “Smart Flesh”, che può risultare meno immediata al primo ascolto rispetto ai due dischi precedenti, è la scelta del luogo di registrazione. Tra fine 2009 ed inizio 2010, infatti, i Low Anthem si sono trasferiti in una fabbrica di conserve abbandonata da tempo ed in quegli spazi immensi e vuoti di cemento armato hanno registrato una serie di sessioni dalle quali sono derivate 7 delle 11 canzoni del nuovo album. Questa scelta di trovare un luogo in cui potere modellare un suono senza la purezza artificiale dello studio di registrazione permea l’intero disco. La fabbrica abbandonata con i suoi echi, le sue presenze misteriose di pipistrelli e fantasmi ed il freddo del cemento nell’inverno del Rhode Island non solo ha un impatto sul suono e sulle scelte di arrangiamento, ma anche sulla vena compositiva della band. Nascono quindi canzoni fortemente toccanti e avvinghiate ad una profonda malinconia, un tesoro emerso da uno scrigno senza tempo che tali rimarranno per sempre grazie alla loro assoluta e fragile bellezza (www.mescalina.it).
Dire quali siano i migliori brani di questo album è cosa ardua, e lo si era già capito ascoltando “Ghost Woman Blues”, singolo che ha anticipato l'uscita di “Smart Flesh”, in cui a farla da padrone sono pianoforte e clarinetto. C'è poi il folk solare di “Apothecary Love”, in cui il theremin gioca un ruolo fondamentale mescolato però a strumenti tipicamente folk; troviamo poi la cavalcata rock di “Boeing 737”, che sfuma nella solennità corale di “Love And Altar” e di “Golden Cattle”, per poi passare alla perfetta semplicità di “Matter Of Time” e di “Wire”, strumentale per clarinetto composto da Jocie Adams. Ci sono le malinconiche sonorità degli Appalachi in “Burn” e in “I'll Take Out Your Hashes” e un po' di anni ’50 in “Hey, All You Hippie”! E, come perfetta conclusione, c'è la magia di una ballata quale è appunto la title track “Smart Flesh”, in cui si ritrovano le atmosfere della traccia d'apertura, “Ghost Woman Blues”, come a voler chiudere un cerchio immaginario e ben costruito. Insomma, Ben Knox Miller, Jocie Adams, Jeff Prystowsky, Mat Davidson ci hanno regalato un album senza tempo, pieno di atmosfere differenti e di "echi di altri tempi e luoghi"; un album per nostalgici sognatori in cerca di un rifugio dalla frenetica e caotica quotidianità del nostro mondo (www.radiogas.it).
Rino De Cesare
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


domenica 16 ottobre 2011

dEUS - Con il nuovo album si torna in parte a sonorità meno ovvie, ma gli esaltanti esordi sono ormai lontanissimi

dEUS “Keep You Close” (Pias, 2011) – www.deus.be

Tracklist:
1. Keep You Close (video http://youtu.be/sTD-SxLKqTQ)
2. The Final Blast
3. Dark Sets In (video http://youtu.be/dtKakPqVpNU)
4. Twice (We Survive)
5. Ghost (video http://youtu.be/nyDnekI6fJ8)
6. Constant Now
7. The End Of Romance
8. Second Nature (video http://youtu.be/X6Su2ccotOU)
9. Easy (video http://youtu.be/S3YiWReruQA)


Tornano i dEUS a tre anni di distanza da quel “Vantage Point” che fece storcere il naso ai loro fans più fedeli che vedevano in quell’album un abbandono delle sonorità tipiche della band belga capitanata da Tom Barman, in favore di sonorità più commerciali (http://www.rockshock.it/recensione-deus-keep-you-close/). Detta altrimenti, la scaletta di “Keep You Close” mette in fila nove pezzi piuttosto ispirati e ben confezionati, forse la miglior collezione dai tempi di “The Ideal Crash”. Non fa né meno né più di questo, ma lo fa piuttosto bene. D'altro canto, non possiamo esimerci dal tornare con la mente a quei dEUS che rappresentarono una possibilità di rock "diversamente indie" nei ’90s: lo spiffero nel vaso di Pandora da cui sprizzavano spiritelli zappiani, inquietudini mitteleuropee, foghe noise e allucinazioni cabarettistiche. Ecco, di quell’incredibile e indisciplinato brio, non è rimasto praticamente nulla, barattato alla pari con la padronanza dei mezzi e la lucidità calligrafica. Poco male, si sa come vanno queste cose. Sarebbe comunque intellettualmente disonesto non considerarlo un buon disco (http://www.sentireascoltare.com/recensione/9092/deus-keep-you-close.html).
Con questo album la band torna in parte a sonorità meno ovvie, senza però abbandonare le atmosfere della loro precedente produzione. La titletrack “Keep You Close”, con la quale si apre l’album, è molto interessante e presenta atmosfere molto intense (http://www.rockshock.it/recensione-deus-keep-you-close/), ma sono brani come “Dark Sets In” – con un cameo di Greg Dulli (Afghan Whigs, Twilight Singers, Gutter Twins), anche sulla seguente “Twice” – a convincere appieno, grazie a un’immediatezza tutta rock che si traduce in un bell’impatto frontale. “Keep You Close” segna la parziale ripresa di un’espressività più vicina ai canoni più tipici della band di Anversa, quella di album come “Worst Case Scenario” (1994), oppure il più delicato “In A Bar Under The Sea” (1996) (http://www.impattosonoro.it/2011/10/03/recensioni/deus-keep-you-close/). Ma messe via certe divagazioni meno strettamente legate all'ambito alt-rock, il quintetto sembra ormai voler porre un freno all'imprevedibile esplosione di colori che caratterizzava la loro musica per avvicinarsi, in un certo qual modo, ad una dimensione più definitivamente rock. Un album che consegna una band ormai consapevole dei propri mezzi e a proprio agio nel comporre sontuosi e raffinati affreschi alt-rock, ma che ha ormai perso la componente schizoide degli anni giovanili. D'altronde, se anche Thurston Moore (Sonic Youth) sembra essersi dato a chitarre acustiche e violini, perché non si dovrebbe accettare la mutazione di Tom Barman? Gli anni passano per tutti, ma i dEUS invecchiano con assoluta dignità (http://www.ondarock.it/recensioni/2011_deus.htm).
Gli ammiccamenti pop che hanno caratterizzato il precedente disco non sono stati del tutto accantonati, ma lavorano in funzione di brani più energici e dallo scheletro tipicamente rock, andando quindi a impreziosire, soprattutto per quanto riguarda la ricchezza degli arrangiamenti, il song writing astuto, divertente e anti-convenzionale, vero trademark dei dEUS. Più rilassati e orecchiabili appaiono episodi come “Ghosts” o “The Final Blast”, dove i ritmi si fanno più languidi, seguiti dalla voce soft del frontman. Discutibile invece la scelta del singolo, “Constant Now”, brano pop-rock d’ispirazione ’80s, certamente non tra i brani più riusciti e indicativi di questo lavoro (http://www.impattosonoro.it/2011/10/03/recensioni/deus-keep-you-close/). In definitiva, “Keep You Close” potrebbe anche piacere ai seguaci della prima ora, ma dovrebbe accontentare maggiormente i nuovi proseliti della band belga (http://www.rockshock.it/recensione-deus-keep-you-close/) e, sebbene non perfetto e di certo non fondamentale nel panorama indie contemporaneo, potrebbe sicuramente essere visto come l’album della personale maturità espressiva, un lavoro nel quale la sintesi fra l’espressività senza filtro degli esordi e il sound più ricercato e ragionato degli ultimi anni convivono senza scontri, ma arricchendosi, anzi, vicendevolmente, confermando quindi le indubbie qualità dei dEUS quali validi interpreti dei diversi modelli musicali che da sempre li hanno ispirati, fondendosi in un impasto sonoro sempre unico e riconoscibilissimo (http://www.impattosonoro.it/2011/10/03/recensioni/deus-keep-you-close/).
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


SCREAMING TREES - 10 piccoli gioielli fuori dal tempo per la voce di Mark Lanegan

SCREAMING TREES “Last Words – The final recordings” (2011)

… Tornare indietro di 10 anni è impossibile, ma musicalmente si può fare ascoltando questa pubblicazione postuma degli Screaming Trees che cessarono la loro attività come band nell’ormai lontano 1999 (queste canzoni risalgono infatti a quell’epoca). A restituire luce a questi brani è stato il batterista (l’ex batterista di quella band) Martin Barrett, che con l’aiuto di Peter Buck (dei R.E.M.) e di Josh Homme (dei Kyuss e dei Queens Of The Stone Age) ha pensato bene di mettere in circolazione questo materiale mai edito in precedenza… dieci piccoli gioielli rock fuori dal tempo per la voce di Mark Lanegan.
Il rimpianto degli Screaming Trees è quello di non aver mai raccolto, in termini commerciali e anche di critica, quanto forse avrebbero meritato quando erano in vita. In definitiva “Last Words” non aggiunge un granché a quanto già espresso, tuttavia appare come un’operazione gradita e onesta per tutti i fans e naturalmente anche per chiunque volesse ripercorrerne la storia a ritroso. Grazie Screaming Trees!
(Carmine Tateo)

Carmine consiglia:
ASH GRAY SUNDAY (video http://youtu.be/FS26uaqvx4Y)
REFLECTIONS (video http://youtu.be/lXjLi6wwO9U)
TOMORROW CHANGES (video http://youtu.be/SukPql_3QEg) 

(a cura di Camillo "RADI@zioni" Fasulo)



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