sabato 26 ottobre 2013

Il ritorno dei Pearl Jam: tradizione e prevedibilità da una parte e ricerca di nuove strade dall’altra… Ma non è detto che la migliore soluzione sia quest’ultima!


PEARL JAM “Lightning Bolt” (Monkeywrench/Universal, 2013) – www.pearljam.com

Tracklist:
1. Getaway (guarda & ascolta: http://youtu.be/n6F8AdBF0qw)
2.
Mind Your Manners (guarda & ascolta: http://youtu.be/jWQYYavheUA)
3. My Father’s Son
4.
Sirens (guarda & ascolta: http://youtu.be/qQXP6TDtW0w)
5. Lightning Bolt
6. Infallible
7. Pendulum (guarda & ascolta: http://youtu.be/Yabte-qS4k0)
8. Swallowed Whole
9. Let The Records Play (guarda & ascolta:
http://youtu.be/tZArHe4mlZ4)
10. Sleeping By Myself
11. Yellow Moon
12. Future Days

Per ascoltare l’intero album clicca qui: http://youtu.be/34pE_1sl_yQ

Sembra siano trascorsi secoli e invece è solo un ventennio fa che i Pearl Jam si accingevano, un po’ controvoglia, a varcare la soglia di un enorme successo, fino a diventare quello che sono oggi: dei “sopravvissuti” al rock, ma dalla immutata passione! È uscito lo scorso 15 ottobre e si intitola “Lightning Bolt” il nuovo album, il 10° della loro carriera. La prima cosa che colpisce è il titolo: mai prima d’ora era stato scelto riprendendo quello di una canzone in scaletta. Potrebbe esser considerata una minuzia, ma potrebbe anche rappresentare un piccolo cambiamento, uno dei tanti che si aggiunge ai molti già vissuti dalla band per via dell’età, dell’esperienza e dall’essere diventati “mainstream”. Ma una nota di merito va all’artwork del disco, da cui si evince l’occhio di riguardo che i Pearl Jam hanno sempre avuto nei confronti dell’arte. Per ogni brano è stata anche ideata un’immagine che ne riassume il messaggio, in modo lampante, facendo pensare che ci si trovi dinanzi ad un concept album.
Composto da dodici canzoni, le cui sonorità non si discostano di molto dal grunge (definizione di stile che oggi appare più come una parola svuotata da ogni significato), una piccola delusione quest’album potrebbe arrecarla a chi aveva sperato in una nuova fase della band, magari più sperimentale … ma non è così! Registrato agli Henson Recording Studios di Los Angeles, prodotto da Brendan O’Brien, la band ci ha lavorato sopra per quattro lunghi anni. Le aspettative erano tante, e per il suo lancio si è scelto di fare le cose in grande stile. Già nel mese di luglio, un countdown compariva sul loro sito ufficiale, indicando quanto tempo sarebbe trascorso dal lancio del nuovo singolo, “Mind Your Manners”, un pezzo punk rock, in classico stile PJ, quasi una rivisitazione in chiave moderna di “Spin the Black Circle” (contenuta nel loro 3° album “Vitalogy” del 1994). Segno che anche loro, come già accaduto alle grandi bands del passato come Rolling Stones o U2, arrivati a questo punto, sono costretti a cercare un compromesso, sia con i fans di lunga data – dei veri e propri integralisti, conservatori e tradizionalisti, ma solo verso i PJ, s’intende – sia con i nuovi, cresciuti a dismisura da quando Vedder compose la colonna sonora per il film di Sean Penn “Into the Wild” e che sempre più iniziano ad apprezzare la loro musica e i valori che li hanno resi grandi. Non tutti, del resto, optano per una scelta radicale come è capitato, ad esempio, agli R.E.M.: sciogliersi e lasciare che ognuno prenda la propria strada.
È in definitiva – e non poteva essere altrimenti – un disco che segna una nuova stagione per la band di Seattle, non più giovanissima, e i cui componenti sono ormai quasi tutti padri di famiglia. Certo, le sorprese non mancano, come “Infallible”, brano scritto a quattro mani da Stone Gossard e Jeff Ament, il cui sound ha un gusto dal sapore vintage che a tratti sfocia nel funky, o “Pendulum”, “Future Days” e “Yellow Moon”, pezzi che sarebbero stati buoni per “Into The Wild”, e che non mancheranno di affascinare la nuova leva di fans. La blueseggiante “Let The Records Play”, invece, riecheggia un Neil Young d’antan: lo “Zio Neil” a cui il disco è dedicato. Il brano d’apertura, la potente “Getaway”, mette subito le cose in chiaro, come a dire “tranquilli, nonostante tutto, siamo sempre Noi”. (Pasquale Rinaldis, www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/19/musica-il-ritorno-dei-pearl-jam-con-lightning-bolt/749585/)

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.




sabato 19 ottobre 2013

Che si alzi il sipario: il “mountain king” è tornato! Con “Raise The Curtain” Jon Oliva si ripresenta in una veste un po’ diversa dal solito.


OLIVA “Raise The Curtain” (AFM Records / Audioglobe, 2013) – www.jonoliva.net 

Tracklist:
01. Raise The Curtain (guarda & ascolta: youtube.com/watch?)
02. Soul Chaser (guarda & ascolta: youtube.com/watch?)
03. Ten Years
04. Father Time (guarda & ascolta: youtube.com/watch?)
05. I Know
06. Big Brother
07. Armageddon
08. Soldier (guarda & ascolta: youtube.com/watch?)
09. Stalker (guarda & ascolta: youtube.com/watch?)
10. The Witch
11. Can't Get Away
12. The Truth (bonus track)


“Raise The Curtain” non è un nuovo disco dei Jon Oliva’s Pain, ma trattasi invece di un primo disco solista vero e proprio per il famoso frontman di quella mitica band che furono i Savatage. Fatta questa prima doverosa precisazione, passiamo subito ad affrontare ciò che si è rivelato il nostro nemico numero uno durante tutti i numerosi ascolti dedicati a questo lavoro: le aspettative! Inutile girarci intorno o mentire a se stessi: chi, tra voi, nel vedere la sontuosa copertina di questo disco non ha pensato subito alle copertine e allo stile dei grandi Savatage? Ci immaginiamo ben poche mani alzate. È giustificabile, quindi, il fatto di avvicinarsi a quest’album con delle aspettative un po’ particolari, anche perché altrimenti non ci sarebbe sembrato nemmeno troppo sensato presentarsi semplicemente con la semplice denominazione di Oliva. E in effetti c’è qualcosa di molto diverso in queste undici tracce, una musica che non è in linea con i lavori recenti dei Jon Oliva’s Pain e non bada nemmeno a ricalcare troppo il sound dei vecchi album dei Savatage. Un po’ spiazzati? Vi assicuriamo che lo siamo stati anche noi nell’ascoltarlo. L’introduzione al disco è infatti affidata alla traccia che intitola l’album: un masterpiece di rock progressivo (davvero!) quasi completamente strumentale, che alterna alcuni cori a lunghi passaggi strumentali dove le tastiere impazzano alla grande! Il suono è molto settantiano. L’interruzione a queste atmosfere così atipiche ci arriva in corrispondenza della seconda traccia, una battagliera “Soul Chaser” che si piazza a metà tra il sound corposo dei JOP e l’aggressività dei Savatage di “Hall Of The Mountain King”. “Father Time” ci spiazza di nuovo perché propone, su una base indiscutibilmente hard, degli input jazz-rock assolutamente inaspettati: l’Hammond alla Jon Lord si snoda imperioso per tutto il pezzo, convincendoci che se questo brano fosse stato cantato da Ian Gillan, e non da Jon Oliva, non avrebbe stonato sull’ultimo “Now What?” dei Deep Purple. “Big Brother” e “Armageddon” rappresentano il lato più duro dell’album, riprendendo il metal elegante e di classe delle due bands rese grandi dal corpulento compositore; ma a colpirci di più è ancora una volta una ballad, quella bellissima “Soldiers” che ci regala pianoforte e fiati in quantità, facendoci sognare per tutta la durata del brano. E se “The Witch” propone un ultimo squarcio di puro metal prima della chiusura dell’album, troviamo ancora spazio per due inaspettati jolly quali la blueseggiante “Can’t Get Away”, veramente particolare, e per le aperture orientaleggianti di “Stalker”.

Che dire? Non è un nuovo album dei Savatage, è vero, ma a questo punto ci chiediamo: avrebbe senso? Per sua natura, la band floridiana ha sempre evitato di proporre un cliché. E se quindi tra i fan c’è chi pregherebbe perché Oliva componesse ora un successore del grandissimo “Hall Of The Mountain King”, altrettanti ne possiamo trovare che pagherebbero per un secondo “Streets”, o anche per un più concreto e metallico seguito di “Edge Of Thorns”. I Savatage, ma Jon soprattutto, sono sempre stati così: incapaci di autoingabbiarsi in uno stile strutturato e ripetibile. L’ispirazione non gli è mai venuta meno, ed è forse per questo che tanti fans hanno come album preferito un disco ogni volta diverso. Se vogliamo identificare nell’ispirazione e nella creatività i tratti caratteristici del songwriting di Jon Oliva, possiamo tranquillamente dire che “Raise The Curtain” sia un centro pieno! Un album sognante e sincero, spinto forte in avanti dagli impetuosi venti di una vena creativa che evidentemente ancora non si è spenta. Un album quindi molto buono, il cui unico difetto è quello di mancare di un brano epocale, di quelli in grado di gareggiare con l’ingombrate eredità artistica del suo stesso creatore. Per contro però, qui non c’è scappato nemmeno un attimo di noia (http://metalitalia.com/album/oliva-raise-the-curtain/).


“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.



sabato 12 ottobre 2013

Robyn Hitchcock celebra la vita in un panorama culturale dominato dal collasso economico e ambientale


ROBYN HITCHCOCK “Love From London” (Yep Records, 2013) – www.robynhitchcock.com/

Tracklist:
1. Harry’s song (guarda & ascolta: http://youtu.be/HhckUW45tBo)
2. Be still (guarda & ascolta: http://youtu.be/_NHstj2gM7U)
3. Stupefied
4. I love you (guarda & ascolta: http://youtu.be/BfEkX6expHQ)
5. Devil On A String
6. Strawberry Dress (guarda & ascolta: http://youtu.be/eJetFg9UwYo)
7. Death And Love
8. Fix You
9. My Rain
10. End Of Time (guarda & ascolta: http://youtu.be/tQaHJN9m1mg)


Appuntamento imperdibile questo di “Love From London”, il più recente album realizzato da Robyn Hitchcock, appena sessantenne e sempre con quella determinata volontà di porsi una tacca in più oltre le visionarietà dell’odierno panorama rock. L’ennesimo brioso, stralunato e sghembo gioco al rimbalzo di un carattere “psichedelico” – quello di Mr. Hitchcock – che confina con i pianerottoli di un Syd Barret metafisico e decisamente pop.
E con questo sono diciannove i lavori in studio dell’artista anglosassone. “Love From London” ci porta lontano dai tempi della sua “infanzia” con i Soft Boys, ci fa ricordare i suoi tempi recenti con le sperimentazioni di gruppo (vedi i Venus 3), e va subito a rappresentare la parte più originale di una “seconda giovinezza” decisamente più pensante e con prese rapide di coscienza, tanto che Hitchcock allunga pensieri su fattori ambientali, della natura e di un globo infestato da economie facilone e furbastre, forse una responsabilità interiore scoppiata di recente. E come a disilludersi o scongiurando scenari catastrofici, il suono medita, scatta, si fa beat. Dieci tracce adattissime a stati d’animo presi nel momento di rilascio tensione, e su tutte, comunque, svetta la grazia meticolosa di un artista, di un ex “enfant prodige” che non seleziona flussi accattivanti o infinocchiamenti radiofonici bensì, ancora una volta, fa il punto della sua situazione umana e di quella che lo circonda, e poi nascono dischi come questo, un viaggetto, un bel pezzo di strada asfaltata tra sogni e realtà condivisa.
Sessant’anni non sono molti ma nemmeno pochi. Una via di mezzo in cui possono crescere nuove creatività. E come a non demordere, al giro di boa, Hitchcock si confessa ad un pianoforte con “Harry’s song”, si incammina sulle strisce pedonali della Abbey Road con “Stupified”, fa un bel giro di shake con “Devil on a string” e “Fix you”, per finire a sculettare in un bellissimo tramonto quasi “bowieano” con “End of time”, tutte mosse sonore che, elegantemente, portano questo nuovo disco a smaliziarci ancor di più e alzano l’arte di questo attempatello menestrello ad una nuova e splendida modalità anagrafica (www.indieforbunnies.com/2013/03/15/robyn-hitchcock-love-from-london/).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


PORTUGAL, THE MAN: "Evil Friends" è semplicemente un disco pop… un buon disco pop!


RADI@zioni / Disco Hot N° 18:
PORTUGAL, THE MAN “Evil Friends” (2013)


A soli due anni dal precedente album, “In The Mountain, In The Cloud”, arriva questo “Evil Friends” dall’orribile copertina… ma non fatevi ingannare dalle apparenze!

“Evil Friends” è il settimo album da studio e il secondo consecutivo con una major per PORTUGAL, THE MAN, band statunitense che arriva dall’Alaska e che ripropone il proprio ormai rodato sound a base di pop, deviazioni orchestrali, influssi psichedelici ed elettronica massiccia.
Ospite particolare è Mr Danger Mouse in veste di musicista oltre che di produttore.
PORTUGAL, THE MAN offrono un buon mix di psichedelia in salsa sixties, pop, rock & folk. Tutti elementi questi che fanno di “Evil Friends” un lavoro estremamente vario. Sicuramente uno dei migliori realizzati dalla band. Un pacchettino ben confezionato che si presenta come un lavoro divertente e assai gradevole, dove la band ci mette anche parecchio impegno. Se all’inizio sembra più cervellotico del previsto, alla fine, quel che resta delle canzoni, è ben identificabile. È semplicemente un disco pop… un buon disco pop!
(a cura di Carmine Tateo)

Tracce consigliate:
MODERN JESUS (guarda & ascolta http://youtu.be/q8e1sSNsf44)
ATOMIC MAN (guarda & ascolta http://youtu.be/SuLJbe-cfX4)
PLASTIC SOLDIERS (guarda & ascolta http://youtu.be/7brVyb8MomQ)

sabato 5 ottobre 2013

BLACK SABBATH: La band inglese è tornata per ricordare a tutti da dove arriva l’heavy metal!

BLACK SABBATH “13” (Vertigo, 2013) – www.blacksabbath.com

Tracklist:
01. End Of The Beginning (guarda/ascolta: http://youtu.be/sjFiOxSHHmo)
02. God Is Dead?
03. Loner
04. Zeitgeist
05. Age Of Reason
06. Live Forever (guarda/ascolta: http://youtu.be/ppI1nqZxPTQ)
07. Damaged Soul (guarda/ascolta: http://youtu.be/A3dstAb3Jvo)
08. Dear Father (guarda/ascolta: http://youtu.be/mUOqthlpCXs)

I padri fondatori dell’heavy metal ritornano con il primo disco da studio cantato da Ozzy da 35 anni a questa parte.
“13” comincia, com’è giusto che sia, con un possente riff: “End of the beginning” è praticamente la rivisitazione di “Black Sabbath”, la auto-intitolata canzone manifesto del primo eponimo album della band di Birmingham, Anno Domini 1970, solo che qui siamo nel 2013!
Se la sono giocata bene anche questa volta, i Black Sabbath. In mezzo a tutta la cieca adorazione di cui gode questa band ci si scorda che ogni album realizzato dall’originale quartetto aveva una sua precisa particolarità. “Black Sabbath”, l’esordio, era a dir poco sorprendente con il suo stile quasi blues; “Paranoid” oscillava da un polo emotivo all’altro; “Master Of Reality” era una iniezione di sangue alla testa mentre “Vol. 4” rappresentava la successiva e inevitabile fase calante tipica di un tossico; “Sabbath Bloody Sabbath” era sperimentale, “Sabotage” un grande esercizio psico-mentale. Persino “Technical Ecstasy” e “Never Say Die” erano diversi. Non necessariamente per forza “buoni”, ma diversi. E qui sta il punto: “13” ha un altro sound rispetto a tutti questi lavori, ma ha un “trade mark”, un marchio di fabbrica che solo gli originali Sabbath possiedono, e non ci sono cloni né epigoni che tengano!
Ovviamente gli originali Black Sabbath non sono al completo. A questo banchetto manca l’originale batterista Bill Ward. E se vi starete chiedendo se la sua mancanza si avverta sul disco … La risposta è “sì”! Manca quella ritmica così tipica ma anche così folle di Bill. E lo stesso discorso vale anche, a volerci prestare attenzione, per la produzione affidata a Rick Rubin: fin troppo precisa e rifinita. Un po’ di sano caos, in tutto quest’ordine, non avrebbe guastato. Comunque, quello che è fatto è fatto. “13” non sarà bello come i primi sei dischi dei Sabbath (quelli con Ozzy Osbourne, per intenderci!), ma è mille volte meglio di gran parte di ciò che è venuto dopo, e molto più di quello che ci si sarebbe aspettati da tre uomini in età da pensione e che non hanno più nulla da dimostrare.
… E alla fine il cerchio si chiude! La possente traccia che conclude l’album termina con un rabbrividente rombo di tuono, il suono di una campana “a morto” e il rumore di una tempesta che si avvicina. Gli stessi minacciosi suoni che aprivano il loro leggendario album di debutto, ormai una vita fa! E questa non è, ovviamente, una coincidenza!
“13” è stato uno dei ritorni più attesi dell’anno ed è stato progettato con una precisione quasi scientifica. Non è assolutamente una cosa fatta tanto per. E poi che il disco suoni inequivocabilmente come un Black Sabbath d’annata, condizioni meteo comprese, non è una sorpresa, ma potrebbe esserlo il fatto che sia anche così dannatamente buono! E se dovesse, per davvero, rivelarsi il loro ultimo disco (e le condizioni di salute dei componenti, comprese alcune non trascurabili rivelazioni rilasciate alla stampa e presenti su questo disco, suggeriscono che l’ipotesi sia tutt’altro che remota), allora non c’è alcun dubbio che sia il miglior modo per chiudere questo “magico cerchio”!
(“Classic Rock Lifestyle” N° 009 / Agosto 2013, pagg. 122-123)
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


FRANZ FERDINAND: Punk, funk, new wave e un pizzico di Brit Pop!

RADI@zioni / Disco Hot N° 17:
FRANZ FERDINAND “Right Thoughts, Right Words, Right Action” (2013)
Ritorno alla grande per la band scozzese con un disco che renderà più accettabili le giornate post equinozio autunnale!
I FRANZ FERDINAND sono stati capaci di trasformare l’indie rock in un genere di massa. Proprio loro, che provengono da anni passati a suonare, appunto, nei club alternativi e poco frequentati.
Questo “Right Thoughts, Right Words, Right Action” suona proprio come un album dei FRANZ FERDINAND, con una ritmica essenziale, plastica e oliata, con chitarre scatenate e perfettamente domate, i cori armonizzati a dovere … insomma del buon pop suonato in maniera intelligente! Un album più completo e, per questo, più apprezzabile fin dai primi ascolti. British pop fino al midollo, tanto da poter fare paragoni con le grandi band del passato. Bentornati Franz Ferdinand! Gran disco questo “Right Thoughts, Right Words, Right Action”!
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:
Evil Eye (guarda/ascolta: http://youtu.be/IIR5vBiC3ig)
Stand On The Horizon (guarda/ascolta: http://youtu.be/uu-SHZkWdWU)
Bullet (guarda/ascolta: http://youtu.be/8lU77RVeWpA


sabato 28 settembre 2013

ANVIL: “Hope In Hell” è il nuovo album della heavy metal band canadese tornata prepotentemente in auge!


ANVIL “Hope In Hell” (SPV / Audioglobe, 2013) – www.anvilmetal.com

Tracklist:
01. Hope In Hell
02. Eat Your Words
03. Through With You
04. The Fight Is Never Won
05. Pay The Toll
06. Flying
07. Call Of Duty
08. Badass Rock n Roll
09. Time Shows No Mercy
10. Mankind Machine
11. Shut The Fuck Up
12. Hard Wired (ltd. edition bonus track)
13. Fire At Will (ltd. edition bonus track)

 Anvil è una delle band veterane della scena heavy metal canadese ed autrice di capolavori quali “Hard & Heavy”, “Metal On Metal” e “Forged In Fire”. “Hope In Hell” è il quindicesimo della discografia del trio, prodotto da Bob Marlette (già dietro la consolle per Ozzy Osbourne e Alice Cooper) negli studi di proprietà dell’ex Nirvana e attualmente leader dei Foo Fighters Dave Grohl a Los Angeles. “Hope In Hell” è esattamente quello che i fans vogliono dagli Anvil: puro heavy metal al 100% realizzato con la potenza e l’entusiasmo di una band all’esordio! L’ormai tradizionale copertina con l’incudine presenta il nuovo lavoro di una delle band porta-bandiera dell’heavy metal classico, quello veramente inossidabile! (http://www.audioglobe.it/disk.php?code=886922652523). 
A poco meno di due anni di distanza dal pur valido “Juggernaut Of Justice”, gli inossidabili Anvil ritornano in pista con “Hope In Hell”: un album prevedibilmente privo di particolari sorprese, ma egualmente in grado di soddisfare l’appetito dei fans più oltranzisti che si nutrono di pane e metal classico. L’unica novità da segnalare riguarda il divorzio dal bassista Glenn Five dopo ben sedici anni di militanza, separazione accompagnata anche in questo caso dalle consuete polemiche sfociate in risentimenti reciproci. Il nuovo entrato Sal Italiano si mette così a disposizione nel supportare le veementi scudisciate di Robb Reiner ed i poderosi power chord eruttati dalla chitarra velenosa di Lips (http://metalitalia.com/album/anvil-hope-in-hell/).
Fino all’uscita del pluridecorato, a ragione, film-documentario “The Story of Anvil”, del quale esiste anche un succoso libro, il gruppo di Steve “Lips” Kudlow e Robb Reiner vive, di fatto, nei soli cuori dei nostalgici tanto da arrivare addirittura a spedire i nuovi lavori su cd solo a chi ne faccia richiesta. In pratica si paga direttamente la band in un clima di autoproduzione d’antan senza peraltro aspettarsi nulla di eclatante dall’ennesimo album dei canadesi ma in fondo in fondo solo per supportare la loro effettiva sopravvivenza. Poi arriva un tizio chiamato Sacha Gervasi, vecchio ultras degli Anvil nel suo periodo adolescenziale, approdato, in una fase della sua vita da uomo a una discreta carriera in ambito cinematografico, e si inventa di fare un film proprio su di Loro, ossia fra i musicisti più sfortunati della storia del metal – sia ben chiaro, sfigati solamente in termini di carriera mancata, non di certo dal punto di vista musicale e artistico – … e “Bang!”. Da quel momento la storia del gruppo cambia, per sempre! (http://www.truemetal.it/cont/articolo/hope-in-hell/63323/1.html).
Non credo di esagerare se dico che pochi gruppi, nella storia del rock, hanno mostrato una dedizione più intensa, accompagnata da una sfortuna altrettanto intensa, degli Anvil: formatisi in Canada nell’ormai lontano 1979, questi grintosi musicisti hanno dato alle stampe alcuni lavori unanimemente riconosciuti fra i più importanti dell’hard ‘n’ heavy nordamericano, ma, per un motivo o per l’altro, non sono mai riusciti a sfondare completamente, nonostante un’influenza sul mondo della musica pesante molto superiore rispetto a quanto farebbero pensare le effettive vendite dei loro album. Non è questa la sede per ricordare tutte le numerosissime vicissitudini occorse agli inossidabili Lips e Reiner. Vi basti sapere che alla fine i nostri sono riusciti a tornare sulle scene, riuscendo, fra le altre cose, ad ottenere finalmente anche un po’ dell’attenzione che avrebbero sicuramente meritato negli anni passati (http://www.metallized.it/recensione.php?id=8924).
“Hope In Hell” è quindi un altro grande esercizio di heavy metal classico, potente come una ventata di aria mossa sul vostro viso da un treno lanciato in corsa in una stazione dove non si effettuano fermate. Sanguigno e adrenalinico, roccioso e prestante, l'album finirà sicuramente nelle mani dei veri amanti del metal come Dio comanda, i quali verranno ripagati dei soldi spesi con 11 brani (13 se riuscite a beccare la limited edition cartonata) che difficilmente lasceranno in breve tempo i loro già martoriati timpani (http://www.rock-metal-essence.com/2013/05/anvil-hope-in-hell-recensione.html).
Non conoscete gli Anvil e volete capire perché hanno un posto così speciale nel cuore dei fans dell’heavy metal più puro? Bene, ascoltate “Hope in Hell” da questo link: www.dailymotion.com/video/x106q5g_anvil-hope-in-hell-full-album_music#.UkMKFUoETwY.facebook e avrete la risposta! (http://www.spaziorock.it/recensione.php?&id=anvil_hope_in_hell_2013).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


ARCTIC MONKEYS - In “A M” c’è praticamente tutto: un disco maturo, completo ed essenziale!


RADI@zioni / Disco Hot N° 16:
ARCTIC MONKEYS “A M” (2013)
… Occorre rendergliene atto! Gli ARCTIC MONKEYS sono una band che continua a rinnovarsi ad ogni nuova uscita discografica e sono anche la band più chiacchierata del momento. E come con i dischi precedenti anche questa volta sono balzati velocemente in testa alla classifiche inglesi degli album vendendo qualcosa come 157 mila copie in pochi giorni, diventando così il 2° disco più venduto dell’anno dietro a “Random Access Memories” dei Daft Punk.
 “A M” è un’opera che racchiude in se ogni sorta di influenza musicale possibile al giorno d’oggi e, qualora qualcuno nutrisse ancora dei dubbi, sottolinea quanto le distanze dal primo album si siano allungate. In “A M” c’è praticamente tutto: un disco maturo, completo ed essenziale, suoni più cupi (anche se sanno di già sentito) e, per certi versi, anche “più americani” consentendo loro di intrufolarsi anche in territorio “stoner-rock”… e qui dovrebbero ringraziare, e non poco, Mr. Josh Homme dei Queens Of The Stone Age che ha attivamente collaborato con le scimmie artiche inglesi per la realizzazione di “A M”.
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:


venerdì 23 agosto 2013

WIRE: maestri inconfondibili di un’arte immortale e fuori dal tempo, autori di un lirismo onirico screziato di psichedelia dai colori freddi.


WIRE “Change Becomes Us” (Pink Flag, 2013) – www.pinkflag.com

Tracklist:
01. Doubles & Trebles - 3:50 (guarda/ascolta: http://youtu.be/9TUJzK6Mqis)
02.
Keep Exhaling - 1:39
03. Adore Your Island - 2:45
04. Re-Invent Your Second Wheel - 3:45
05. Stealth Of A Stork -1:54
(guarda/ascolta: http://youtu.be/VTmO4Javppc)
06. B/W Silence - 4:40
07.
Time Lock Fog - 5:45 (guarda/ascolta: http://youtu.be/tZ7_U5uFlpw)
08.
Magic Bullet - 3:41
09. Eels Sang - 2:15
10. Love Bends - 4:01
(guarda/ascolta: http://youtu.be/XSGfeBcIpwg)
11. As We Go - 4:36
12. & Much Besides - 6:12
13. Attractive Space - 3:33
(guarda/ascolta: http://youtu.be/QoIcWN3B-3U)

“Change Becomes Us” è il quarto album pubblicato dagli Wire dopo la reunion del 2004. Secondo quanto affermato dagli stessi membri della band, le 13 tracce che fanno parte del disco furono composte durante il biennio 1979/80, dopo la pubblicazione dell’album “154”, ma non furono mai incise a causa del primo scioglimento della band. Ora, dopo oltre 30 anni, il gruppo ha ripreso tali brani (in molti casi, stando alle parole del frontman Colin Newman, si trattava di abbozzi incompleti, più che di vere e proprie canzoni) cercando di adeguarne il suono all'epoca attuale. “Change Becomes Us” ha ricevuto recensioni prevalentemente positive da parte della critica specializzata. Il principale motivo di apprezzamento dell'album è la capacità del gruppo di raggiungere un giusto equilibrio tra l'energia post-punk degli esordi e lo sperimentalismo della maturità. Tra le critiche negative va ricordata quella di Ondarock.it, che ha assegnato a “Change Becomes Us” un punteggio di 5,5 affermando che il recupero di pezzi inediti risalenti a circa 30 anni fa sia una sconfitta artistica per un gruppo avanguardista come gli Wire (Wikipedia).
Ma la classe non è acqua, bensì una questione innata che col passare del tempo non si affievolisce. Specie se ad averla, quella classe, sono band storiche come gli Wire e se gli anni passati cominciano ad essere tanti, nello specifico 30 abbondanti. “Change Becomes Us” è infatti, come già detto, una raccolta di vecchio materiale opportunamente revisionato e risistemato per l'occasione. Ne esce, paradossalmente, un album omogeneo, molto più vicino, com'è ovvio che sia, alle ultime pubblicazioni della ennesima nuova fase della band inglese: mature, posate, meno urgenti e abrasive, eppure sempre godibili da ascoltare e molto più a fuoco rispetto ai più recenti nuovi lavori post rientro. Dunque, per esprimere un giudizio sul valore di “Change Becomes Us”, vale da che prospettiva lo si guarda: se si prende come il volume finale di una tetralogia mai conclusa si rimarrà per lo meno perplessi, se invece ci si confronterà pacificati col passare del tempo e col conseguente ammorbidimento generalizzato allora ci si ritroverà davanti a un ottimo (ma anche inoffensivo) disco di rock di classe. Come a dire: a ognuno il suo! (www.sentireascoltare.com/recensione/11473/wire-change-becomes-us.html).
Il grandissimo potenziale di questa band è sicuramente quello di essere continuamente riuscita a non ripetersi. Qualcosa che va oltre l’essere degli innovatori. Gli Wire usano la musica come una pasta modellante a cui di volta in volta far assumere forma e consistenza diversa ed hanno dalla loro una immaginazione dilagante, una inquietudine ispirativa mai affievolita e, soprattutto, un senso dell’estetica raffinatissimo. Si muovono a loro agio sia nella sperimentazione più estemporanea che nel cesellare con maniacalità e purismo assoluto l’essenza cristallina ed eterea della perfetta melodia pop. Sono attivi dal 1976, hanno attraversato epoche di incredibili cambiamenti di mode e generi musicali, eppure sembrano collocarsi in un oltre indefinito, in una dimensione che sovrasta la catalogazione o che la rende immediatamente superata se applicata al loro caso. Escludendo le numerose raccolte, live, EP e antologie “Change Becomes Us” è il loro tredicesimo lavoro da studio sulla lunga distanza. Per riassumere: vi si coglie più l’irruenza arty e astratta di “Pink Flag” piuttosto che l’ombrosità quasi decadente di “Chairs Missing”, volendo assumere a paragone due loro opere seminali. Ma, d’altro canto, dopo oltre sette lustri di esperienza, questa non può che apparire la virata più sana e più equilibrata che gli si possa chiedere. Si riprendono in parte i calibratissimi equilibri e le levigature del magistrale 3° album “154” (1979) ma di fatto rompono gli agganci con “Read & Burn”, quel sublime EP che ne aveva segnato il ritorno in scena circa 10 anni fa. Gli Wire non ritornano mai sui loro passi. Appartengono al divenire. Hanno sempre il loro asso nella manica da sfoderare con la loro classe innata (www.distorsioni.net/canali/dischi/change-become-us).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


domenica 11 agosto 2013

THE KNIFE: dalla Svezia l’invettiva pop contro il capitalismo!


THE KNIFE “Shaking The Habitual” (Rabid, 2013) – www.theknife.net

Tracklist:
01. A Tooth for an Eye (guarda/ascolta: http://youtu.be/W10F0ezCTIQ)
02. Full of Fire (guarda/ascolta: http://youtu.be/DoH6k6eIUS4)
03. A Cherry on Top
04. Without You My Life Would Be Boring (guarda/ascolta: http://youtu.be/OXZRfgrorjc)
05. Wrap Your Arms Around Me
06. Crake
07. Old Dreams Waiting to Be Realized
08. Raging Lung
09. Networking
10. Oryx
11. Stay Out Here
12. Fracking Fluid Injection
13. Ready To Lose (guarda/ascolta: http://youtu.be/Rn5q6FgIOeQ)


"Il benessere, piuttosto che la povertà, è il vero problema per la società". Così i The Knife criticano il mondo contemporaneo nel nuovo album. Olof Dreijer e Karin Dreijer Anderson sono fratello e sorella, si fanno chiamare The Knife e vengono da Stoccolma, Svezia. La loro omonima opera prima vedeva la luce nel 1999. Ora, 14 anni dopo quell’esordio e con altri 2 album alle spalle pubblicati tra il 2003 e il 2006, tornano sulle scene con “Shaking The Habitual”, uscito sul finire dello scorso aprile per la loro etichetta “Rabid Records”, che rappresenta ancora una volta un passo avanti nella costruzione di un’estetica musicale assolutamente particolare. La scena musicale nordeuropea, da sempre molto florida, ha conosciuto negli ultimi 10 anni il successo mondiale grazie proprio a gruppi quali gli stessi The Knife, a Röyksopp, Kings Of Convenience, Fever Ray (side-project di Karin) e molti altri. Al di là delle tipicità del suono del duo di Stoccolma, che mischia gelido pop, beat elettronici ed elementi d’avanguardia, la vera particolarità dell’amalgama dei The Knife è insita nel retroterra politico ed ideologico che traspare dai loro lavori. L’elemento della critica sociale è colonna portante dei loro testi e diventa espressione di un disagio diffuso. E “Shaking The Habitual” nasce proprio, lo si legge nelle loro interviste, “dalla necessità di riuscire a studiare più a fondo socialismo, ideali femministi e i loro problemi correlati”. Il risultato è, nemmeno a dirlo, un monolite di oltre un’ora e mezza di pura sperimentazione sonora. Si passa dalle atmosfere techno-claustrofobiche del singolo di lancio “Full Of Fire”, ai tribalismi di “With You My Life Would Be Boring”, fino ai 19 minuti di “Old Dreams Waiting To Be Realized”. I testi, ispirati dagli inni politici degli anni ’70, sono caratterizzati dalla critica nei confronti della società, come spiega infatti Karin: “Il diritto di scrivere la storia è stato tolto a moltissime persone. Alle donne, per esempio, ma anche al sottoproletariato e alla classe operaia” (www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/01/the-knife-e-shaking-the-habitual-dalla-svezia-linvettiva-pop-contro-capitalismo/575058/).
I due schizzano un po' a destra e a manca, sia nel ritmo, sia nelle presunte e poche "melodie", sovrapponendo agilmente le loro deviazioni elettroniche senza intaccare la resa e l'insieme reso perennemente mutevole e discordante. “Shaking The Habitual” è in definitiva un disco che dividerà formalmente tutti coloro che seguono il duo fin dalle origini, deludendo sicuramente chi si aspetta una maggiore fruibilità melodica e una pulsazione più lineare, ma emozionando quella fetta di ascoltatori disposta a seguire qualsiasi rotta intrapresa dagli svedesi. L’intrigante viaggio musicale della coppia più bizzarra dell’elettronica scandinava procede dunque a gonfie vele, e senza cedere a fermate accomodanti prive di una qualsiasi identità artistica (www.ondarock.it/recensioni/2013_knife_shakingthehabitual.htm).
In un mondo fatto di influenze, di rimandi, di citazioni, quando non proprio di revival spudorato, i Knife sono tra i pochissimi gruppi che non solo non somigliano a nessuno, ma non sono neppure mai stati imitati da nessuno e dopo oltre una decade di attività, si candidano nell’olimpo dei binomi sacri dell’elettronica, insieme a Daft Punk, Chemical Brothers, Boards of Canada, Air e compagnia bella. I Knife sbalordiscono critica e pubblico con un suono inconfondibile, eppure in costante evoluzione. Partiti con i pulsanti sogni adolescenziali raccolti nell’eponimo album di debuttoThe Knife”, i fratellini Dreijer diedero voce ai ventenni tristi e ribelli di “Deep Cuts”, li fecero crescere nella rabbia gelida di “Silent Shout, e invecchiare nella dolorosa ribellione dell’ultima prova, “Shaking The Habitual”. I video che accompagnano i singoli “Full Of Fire” e “A Tooth For An Eye” puntano il dito sul conformismo sessuale e sull’ipocrisia delle politiche sociali. Insomma un disco sovversivo, e se non vi sentite altrettanto sovversivi, non vi piacerà. Ancora una volta, però, la musica dei The Knife riesce a toccare il cuore come un coltello “molto affilato”. Impossibile restare indifferenti (www.ondarock.it/elettronica/knife.htm).


“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


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