domenica 26 settembre 2010

CATHEDRAL, uno dei migliori progetti metal del Regno Unito


CATHEDRAL “The Guessing Game” (Nuclear Blast/Warner Music, 2010)
www.cathedralcoven.com
Tracklist:
CD. 1
01. Immaculate Misconception
02. Funeral Of Dreams
03. Painting In The Dark
04. Death Of An Anarchist
05. The Guessing Game
06. Edwige's Eyes
07. Cats, Incense, Candles & Wine
CD. 2
01. One Dimensional People
02. Casket Chasers
03. La Noche Del Buque Maldito (aka Ghost Ship Of The Blind Dead)
04. The Running Man
05. Requiem For The Voiceless
06. Journey's Into Jade
Due cd, 13 pezzi, un’ora e 24 minuti di durata: questi sono i numeri di “The Guessing Game”, 9° album per la band di Lee Dorrian, che intende così celebrare i due decenni di carriera dei Cathedral; anche se, a ben vedere, il 20° anniversario è scoccato lo scorso anno. Al di là delle cifre di presentazione, quest’opera è davvero ambiziosa, non solo per la sua mole, ma soprattutto per quello che il quartetto inglese ha tentato di condensare al suo interno. (http://www.outune.net/dischi/hard/progressive-doom-cathedral-the-guessing-game-2010.html) … e allora, signore e signori, bentornati nell'assurdo universo dei Cathedral! Una sorta di dimensione parallela dove la band è riuscita a proiettarci già a partire dal funereo esordio, “Forest Of Equilibrium”, continuando poi con veri e propri capolavori del calibro di “The Carnival Bizarre” o “Caravan Beyond Redemption”, giusto per citarne un paio. Un gruppo che ha sempre cambiato pelle, ma non la sostanza delle proprie composizioni, partendo dal doom soffocante degli esordi, fino ad arrivare ad un sound settantiano, anche piuttosto grezzo in alcuni casi, ma che non ha mai perso il potere di affascinare e di richiamare alla mente territori surreali e lontani dagli schemi cognitivi di un essere umano normale (o quantomeno sobrio). “The Guessing Game” arriva giusto in tempo per festeggiare un ventennio di onorata carriera, si diceva, ed a ben cinque anni di distanza dal precedente “Garden Of Unearthly Delights”, disco che rappresentava l'ennesimo cambio di rotta, per il combo di Coventry, verso un sound di gran lunga più roccioso e, a tratti, anche abbastanza difficile da digerire. Seguendo, quindi, la linea logica di Lee Dorrian e soci, anche in questo caso non si può far altro che aspettarsi un’ulteriore evoluzione. In effetti è proprio così, anche se non del tutto. Partiamo dal fatto che, per la prima volta, da vent'anni a questa parte, la band inglese ci regala addirittura un doppio CD, giusto per farsi perdonare per la lunga assenza. La caratteristica fondamentale di “The Guessing Game” è però un'altra: la divisione in due dischi non è casuale, visto che ci troviamo di fronte ad una prima parte assolutamente malata e che fa quasi indigestione di sperimentazione ed influenze diverse, mentre la seconda sezione lascia spazio ai "soliti" Cathedral, senza comunque abbassare la qualità di un disco che si attesta su livelli piuttosto alti. Ma andiamo per ordine. Si parlava di sperimentazione e nel primo disco di “The Guessing Game” ce n'è tanta da fare andare fuori di testa il più accanito dei puristi del genere. Inserti di organo e sezioni orchestrali sono solo una piccola parte di quel che hanno in serbo i Cathedral per l'ignaro ascoltatore, il quale si ritroverà immerso in un turbine di prog, rock, folk, doom e psichedelia. L'anima doom, messa nettamente in ombra nel primo disco, torna però ad avere un ruolo da protagonista nella seconda sezione di “The Guessing Game” che lascia comunque di tanto in tanto ancora spazio a qualche sprazzo di psichedelia settantiana. L’oggetto in questione è, insomma, un disco che, nonostante varie influenze, e senza perdere comunque il trademark Cathedral, non fatica a trovare una sua dimensione, riuscendo anche a stupire per freschezza e immediatezza. Che dire? La band di Coventry si è fatta sicuramente attendere più del previsto, ma cinque anni di silenzio discografico sono stati ripagati con un album che, senza nulla togliere ai capolavori del passato, non può fare altro che piazzarsi fra le migliori release del gruppo inglese, nonché candidarsi anche come una delle uscite più interessanti di questo 2010. Un cenno finale è d'obbligo, anche se non è una novità, all'ennesimo stupendo artwork realizzato da Dave Patchett, ormai un'assoluta garanzia per quanto riguarda la parte grafica degli album della band. (http://truemetal.it/reviews.php?op=albumreview&id=8720)
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisiwww.ciccioriccio.it.

giovedì 16 settembre 2010

MENOMENA: originali e personali come pochi!


MENOMENA “Mines” (Barsuk, 2010)
www.menomena.com
Tracklist:
queen black acid
taos
killemall
dirty car­toons
tithe
bote
lunchmeat
oh pretty boy, you’re such a big boy
five little rooms
sleeping beauty
intil

Terzo disco per il trio di Portland, e forse quello che guarda alla forma canzone con meno boicottaggi. Vero che parlare di forma per i pezzi dei Menomena è azzardato: parte della fortuna dei dischi precedenti era dovuta al famigerato Deeler, il software ideato da Brent Knopf che permette alla band di costruire le canzoni attraverso improvvisazioni e aggiunte sovrapposte a dei loop basilari. Ne sono sempre scaturite figure sghembe e labirintiche, piene di dettagli in mutazione costante. La tecnica non è cambiata per questo “Mines”, ma è forse cambiata l’attitudine. Il Deeler non viene usato solo per scomporre le architetture dei brani, ma anche per ricomporle. Molti pezzi partono spogli e sfilacciati, costruiti su pochi elementi che si inabissano e riemergono come fiumi carsici, fino a quando il quadro cubista non viene armonizzato con una specie di messa in asse delle diverse parti strumentali. E allora, spesso nel minuto finale, i pezzi dei Menomena rivelano tutto il loro potenziale pop. Che è tanto! (http://www.storiadellamusica.it/Menomena_-_Mines_%28City_Slang,_2010%29.p0-r3313)
L'album di debutto "I Am The Fun Blame Monster" era la cristallina sperimentazione di una nuova grammatica, che attraverso l'ausilio di tecnologie informatiche creava un rock artificiale, geometrico e completamente scevro di chitarre. "Friend Or Foe" era invece l'approdo a un suono più corposo e stratificato, quanto ricco di architetture più dense e variegate. "Mines" rappresenta un ulteriore coraggioso passo avanti verso l'esplorazione di mondi sonori mai limitatamente circoscritti al solo ambito rock, inteso nella sua concezione più classica. L'album si presenta, infatti, ricco di contaminazioni e avvincenti incroci tra elementi alt-rock contemporanei, psichedelia sixties, progressive rock melodico á la Genesis, derive jazz e curioso piglio world, tra spunti reggae e pulsazioni etniche che guardano ancora una volta a Peter Gabriel. Nel loro continuo spostare l'asticella, i Menomena tirano nuovamente fuori dal cilindro un album tanto ambizioso quanto compatto e omogeneo, che non lascia nulla al caso, evidenziando ancora l'originalità e la solida personalità di una band che, pur nei numerosi riferimenti, mantiene uno stile proprio e al momento imitabile da poche altre similmente virtuose. (http://www.ondarock.it/recensioni/2010_menomena.htm)
Ascoltando “Mines” ci si chiede davvero come sia possibile che i dischi di questo gruppo escano quasi in silenzio. E' impressionante la quantità di dettagli presente in ogni canzone, di certo non percepibile ai primi ascolti: ecco perché all'inizio “Mines” può sembrare quasi disomogeneo e pasticciato. In realtà, la capacità che eleva i Menomena una spanna al di sopra di tante altre band è proprio quella di raggruppare così tanti elementi in un corpo sonoro compatto e godibilissimo. Per esempio, è incantevole osservare come riescano a combinare sezioni ritmiche che rimandano al reggae con prepotenti escursioni jazzistiche. Ma, come dicevamo prima, solo un numero cospicuo di ascolti può svelare interamente la bellezza di questo disco: è bene precisare, infatti, di trovarsi di fronte a un disco complesso, ostico, inizialmente poco digeribile. Tuttavia non si può non notare l'elevata perizia tecnica di questo trio e la capacità di non essere mai banali, ma al contrario di sperimentare nuove soluzioni, in un costante confronto con sé stessi. E non è qualcosa che rimane solo a livello tecnico: questo disco sa anche coinvolgere emotivamente, toccare in profondità. (http://www.indie-rock.it/recensioni_look.php?id=1008) (Rino De Cesare)
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.

sabato 4 settembre 2010

ARMORED SAINT: Il ritorno del Santo & La razza padrona

ARMORED SAINT “La Raza” (Metal Blade, 2010)
http://www.armoredsaint.com

Tracklist:
1. Loose Cannon
2. Head On
3. Left Hook From Right Field
4. Get Off The Fence
5. Chilled
6. La Raza
7. Black Feet
8. Little Monkey
9.
Blues
10. Bandit Country

Armored Saint sono una delle prime leggendarie band della scena heavy metal americana degli anni 80. Il gruppo del cantante John Bush e del bassista Joey Vera ha scritto alcune delle pagine più belle del classic metal con gli album “March Of The Saint”, “Delirious Nomad”, “Raising Fear” e “Symbol Of Salvation”, con una carriera ricca di risultati, di proposte e collaborazioni prestigiose: sia Bush che Vera hanno declinato l’invito di unirsi ai Metallica, il cantante ha realizzato vari album con gli Anthrax ed il bassista collabora tutt’ora con Fates Warning. A ben 10 anni di distanza da “Revelation”, il loro più recente album da studio, gli Armored Saint tornano con un nuovissimo lavoro ricomponendo il team che ha realizzato il bellissimo “Symbol Of Salvation” nel 1991: i sopracitati Bush e Vera, il batterista Gonzo Sandoval, i chitarristi Phil Sandoval e Jeff Duncan, ed il fonico Bryan Carlstrom. Il lavoro è stato prodotto dal bassista Joey Vera e registrato nei Tranzformer Studios di proprietà di Dave Jerdan (Alice In Chains e Jane’s Addiction tra gli altri nel suo curriculum), che è stato il produttore di “Symbol Of Salvation”. Ecco quindi 10 nuovi brani nel più classico stile Armored Saint, quell’heavy metal basato su riff entusiasmanti, su una ritmica solida, sulla graffiante voce di John Bush e sugli assoli duellanti di Sandoval e Duncan. “La Raza” è un grande disco heavy metal! È il ritorno del Santo! (http://www.audioglobe.it/disk.php?code=039841489125)

“La Raza”, in questo senso, è un lavoro emblematico, che sgorga direttamente dal cuore e che risale alle radici del sound degli Armored Saint: dentro i 10 brani che compongono il lavoro si possono ascoltare chiarissimi riferimenti all’hard rock settantiano, uniti ovviamente al classico sound dei losangelini e a qualche rimando leggermente più moderno, frutto della collaborazione di Bush con la band di Scott Ian e Charlie Benante. (http://www.metalitalia.com/cds/view.php?cd_pk=8677

“La Razza Padrona” può anche assentarsi quei 10 annetti buoni per fare altro, sperimentare nuove esperienze, dedicarsi anima e corpo a progetti differenti. Poi arriva il momento in cui si ritrova e – prima sequenze di note, poi interi brani, infine un album intero – va a comporre un altro capitolo della propria saga. “La Razza” è formata da cinque musicisti dal tocco divino, coalizzatisi in giovane età in una formazione troppo sfortunata per riuscire ad assaporare gli aspetti tangibili della gloria, ma capace di piazzare sul proprio cammino autentiche pietre miliari della storia del metal. Non ha bisogno di restare sempre unita, però sa quand’è il momento di tornare. John Bush e soci si sono presi tutto il tempo necessario per portare a termine il loro sesto disco. Privi di alcun tipo pressione, hanno potuto lavorare con calma e serenità a questo lavoro. Fuori da ogni classificazione che non sia quella di metal, punto e basta, gli Armored Saint sciorinano così in La Raza la classe dimostrata in un’intera carriera. Il talento non si è perso con gli anni, non c’è stanchezza, nostalgia o voglia di revival nei cinque di L.A., solo il gusto di comporre la musica che si sentono davvero addosso in questo momento, fusa ad una modernità di pensiero che porta le canzoni in una dimensione che guarda al passato di sfuggita, giusto per prendere con più convinzione la rincorsa verso il futuro. Loro suonano con un tasso di emozionalità che devi avere nell’anima, che non ti puoi inventare neanche esercitandoti sul tuo strumento per cent’anni, dieci ore al giorno. Poca immediatezza forse, ma una ricerca sonora sempre più ricca al crescere degli ascolti vi convincerà che il metal, col cavolo che ha già dato tutto…, c’è ancora tanto da scoprire, tanto da esprimere, da comunicare. Due parole sui singoli componenti: Bush canta divinamente e con grande eclettismo come ha sempre fatto in quasi trent’anni di onorato servizio, Duncan e Sandoval sono due chitarristi che non se li fila mai nessuno a livello individuale ma come feeling e senso del riff danno la paga al mondo intero, l’altro Sandoval sarà l’elemento meno appariscente del gruppo ma fa il suo lavoro, impeccabilmente, alla batteria, Joey Vera folleggia a più non posso disegnando linee di basso che un bassista medio se le sogna. Non fate l’errore di credere che sia solo un disco heavy metal, questo è il metal! (http://www.heavyworlds.com/reviews.php?id=636)

a cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo

“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi www.ciccioriccio.it.

IL GENIO della semplicità!

IL GENIO “Vivere Negli Anni X” (Disastro/Universal, 2010)


Passati alla storia recente della musica leggera nostrana per il simpatico tormentone “Pop Porno”, erano attesi al varco proprio per saggiare le potenzialità di questo duo che si fa chiamare Il Genio. 
Invece di allinearsi alle nuove tendenze che avrebbero potuto portare certamente più soldoni al loro portafogli, il duo si è tolto il gusto di rifare il verso a Serge Gainsbourg e a Daniel Guichard. Così, tra “brit-pop” e “pulp” la bellissima voce di Alessandra Contini e le strumentazioni coordinate da Gianluca De Rubertis riescono ancora a trasportare e a cullare l’ascoltatore fino alla fine di questo, diciamo riuscito, secondo capitolo. Non si può certo pretendere di più da chi ha fatto della semplicità il proprio stile musicale oltre che di vita.

(Carmine Tateo)


giovedì 26 agosto 2010

THE CORAL - un tuffo nei favolosi sixties

The Coral “Butterfly House” (Deltasonic, 2010)
www.thecoral.co.uk

Tracklist:
More Than A Lover
Roving Jewel
Walking In The Winter
Sandhills
Butterfly House
Green Is The Colour
Falling All Around You
Two Faces
She's Comin' Around
Years
Coney Island
North Parade

Diciamolo subito: il nuovo disco dei The Coral è un avveduto compendio di conoscenza di uno dei periodi musicali più ricchi, floridi e ridondanti di idee della storia musicale dell'uomo. Un periodo che, ad oggi, fornisce le basi ad ogni musicista che si possa definire tale. Non è facile entrare nella cassaforte dei sixties senza scardinarne i lucchetti, la combinazione per intrufolarsi in quel parallelepipedo di visioni è proprietà di pochi. Eppure Skelly & Co. hanno dimostrato con naturalezza che gestire con rispetto ed estro quelle sonorità non è poi così difficile: basta avere del talento (tanto talento) e una cospicua dose di mestiere. La differenza fra i precedenti lavori del gruppo e “Butterfly House” è percepibile soprattutto in termini di densità e sostanza. Tutto l'album è incantevole, trainato dallo splendore di “More than a Lover”, “Roving Jewel” e “Butterfly House”, tre brani complessi, resi con semplicità disarmante anche (ma non solo) grazie all'ugola di Skelly (costantemente in bilico fra Scott Walker e Richard Ashcroft). (http://frequenzeindipendenti.blogspot.com/2010/08/coral-butterfly-house.html)
Certo, siamo al cospetto di qualcosa di ampiamente derivativo, un disco vecchio stile fatto da appassionati e per appassionati. Ma, parliamoci chiaro: “Butterfly House”, per quanto ci si sforzi, rimane un lavoro d’oggidì, pieno di scopiazzature e di inseguimenti verso il decennio favoloso ma, lo stesso, dannatamente attuale. Un disco che se riuscite a portare nel 1966, quando vi imbarcherete sulla macchina del tempo, verrà accolto come qualcosa di stravagante ed incomprensibile. Un album modernissimo, fatto come si faceva una volta, ad uso e consumo di chi non si stanca di ascoltare canzonette di qualità superiore. E infatti non basta il Sol#m di “A Hard Day’s Night” piazzato come niente fosse all’inizio di un pezzo, “North Parade”, per dire che quest’album è reverenziale: proprio quello stesso pezzo, l’unico a raggiungere una durata considerevole, nel giro di qualche minuto si trasforma nel più incredibile omaggio all’hard rock psichedelico degli anni 70, con buona pace di chi aveva già cominciato a scuotere il caschetto. (http://fardrock.wordpress.com/2010/07/30/the-coral-butterfly-house) 
Molti sino ad oggi avevano accusato i The Coral di limitarsi troppo spesso al compitino, pur riconoscendone il talento cristallino a livello compositivo. In questo caso i ragazzi hanno deciso di andare decisamente oltre, mettendo insieme un disco azzeccatissimo, in grado di riaffermare la loro superiorità rispetto alla grande maggioranza degli artisti che, seppur con buonissimi risultati, si avvicinano al folk-rock. Ascoltando l'intero album, si ha la sensazione che la band avesse talmente tanto da dire, che l'impresa più ardua fosse quella di ridurre tutto alla canonica lunghezza delle 10-12 tracce. Per questo che dopo l'uscita della versione normale, è stata pubblicata anche una versione deluxe contenente ben 5 pezzi in più (non contando la sognante versione acustica di “1000 Years”). “Butterfly House” è insomma un’eccellente prova di country-folk, da ascoltare ad alto volume, per assimilare in pieno il sound e comprenderne fino in fondo la purezza. Un disco pulito, che si rifà al passato ma non esprime nostalgia, che spazia a sufficienza per non risultare mai noioso e ripetitivo. (http://indiexplosion.blogspot.com/2010/07/recensione-coral-butterfly-house.html)
(Rino De Cesare)

a cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo

“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.

venerdì 20 agosto 2010

JON SPENCER, adrenalina, rock'n'roll & carisma

THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION “Dirty Shirt Rock’n’Roll (The First Ten Years)” (Shout! Factory, 2010)
www.thejonspencerbluesexplosion.com/

Tracklist:
Chicken Dog
Magical Colors
Money Rock'N'Roll
Love Ain't On The Run
Blues X Man
Buscemi
Bellbottoms
History Of Sex
Fuck Shit Up (Live)
Leave Me Alone So I Can Rock Again
Shake 'Em On Down (Edit)
Train #2
Water Main
Hell
Wail (Video Mix)
Afro
Greyhound
Talk About The Blues
Flavor (Remix)
Feeling Of Love
Lap Dance
She Said (Single Edit)

Non sono mai stato un accanito sostenitore delle compilation, ma un’eccezione, stavolta, mi pare più che doverosa per i santoni del Blues-Garage-Rock che hanno sfornato uno dei suoni più cool degli ultimi vent'anni. “Dirty Shirt Rock 'N' Roll” copre gli anni che vanno dal debutto della B.E. di Jon Spencer fino all'album “Plastic Fang” (2002) e mette in rilievo quanto il nostro fosse avanti fin dai suoi esordi, riportando in vita un sound che oggi suona più fresco di quanto non lo fosse negli anni '90. Il rumorismo sperimentale unito alla robusta e sapiente formula blues-rock (attenzione, non ho detto rock-blues!) mette oggi in fila una serie di pezzi da urlo, divertenti e ammalianti come ben pochi gruppi possono permettersi. A chiunque si stia mettendo in sintonia col garage rock revival di oggi, beh, c'è questo album. Jon Spencer vi farà comprendere con chiarezza di che merce si tratti. (http://blog.libero.it/TRAININVAIN/8762233.html)

"Dirty Shirt Rock And Roll" è quindi un disco antologico che include rarità e brani inediti riguardanti i primi dieci anni di vita (dal 1992 al 2002) della Jon Spencer Blues Explosion, il formidabile trio guidato dal cantante e chitarrista Jon Spencer (già con Pussy Galore e Boss Hog), coadiuvato dal batterista Russell Simins e dal chitarrista Judah Bauer. I tre indirizzarono il proprio estro creativo nella produzione di uno degli ultimi trilli di un rock (nel senso più ampio possibile del termine) che già all'epoca si stava ripiegando su sé stesso, tenuto in vita soltanto dagli ultimi colpi di coda del grunge, e che oggi appare come un malato terminale in grave crisi di idee. Spencer ebbe la lungimiranza di raccogliere tutta la sporcizia del blues e del rock'n'roll d'antan, pescando a piene mani da certo immaginario di metà del secolo scorso, e non ebbe paura di centrifugare il tutto in un suono altamente innovativo e arricchito da innesti postmoderni. In questa imperdibile compilation ritroviamo i JSBE che si divertono a fare il verso ora ai Doors, ora ai grandi del soul, che giocano a rinnovare il mito dei Rolling Stones e intingono le chitarre nell'hip-hop. Ma il meglio di loro lo danno quando deturpano il caro vecchio blues, scomponendolo in mille pezzettini e ricomponendolo attraverso un approccio garage/lo-fi come nessuno aveva mai osato fare prima. (http://www.ondarock.it/recensioni/2010_jonspencerbluesexplosion.htm)

Detto questo, “Dirty Shirt Rock’n’Roll: The First Ten Years” non è il solito best of. È un’operazione ben più intrigante e molto ben orchestrata, ed è per questo che ne parliamo. Riesce a racchiudere in modo encomiabile lo spirito della band in sole 22 canzoni, tutte rimasterizzate, scelte attentamente fra album ufficiali, compilation, singoli, collaborazioni varie e con la presenza di alcuni remix. Oggi la Jon Spencer Blues Explosion è smobilitata, e d’altra parte le sue ultime prove sono state ampiamente deludenti. Jon ha nel frattempo fondato gli Heavy Trash per esprimere ancor più compiutamente le sue smanie passatiste. Ma, carriera ultraventennale tra rock'n'roll, punk, rockabilly e tanto, tanto, tanto blues a parte, Jon Spencer è uno che va giù duro e a testa bassa e travolge tutto ciò che gli sta intorno. Non è una persona normale, è un essere composto da adrenalina, che sanguina rock’n’roll e trasuda carisma. Jon Spencer ha distrutto e ricostruito le radici della musica americana con una ferocia tale da chiedersi cosa ne sia rimasto oggi. E “Dirty Shirt Rock’n’Roll” è il miglior greatest hits che si potesse pubblicare, vivamente consigliato sia al fan di lungo corso che ai neofiti. (http://www.outune.net/dischi/medium/rockgarageblues-jon-spencer-blues-explosion-dirty-shirt-rocknroll-2010.html)

a cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo

“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi (www.ciccioriccio.it).

BRANT BJORK "stonato" dal caldo e dalla polvere del deserto!

BRANT BJORK “Gods & Goddesses” (Cargo, 2010)

… Dopo essersi costruito una carriera come batterista con i Kyuss e successivamente con i Fu Manchu, Brant Bjork fa, da un po’ di tempo a questa parte, il cantante/chitarrista in proprio e pure con un discreto successo.
Gira e rigira, tuttavia, non si è mai scrollato definitivamente di dosso lo stile del suo passato. La sua musica deve molto al rock del deserto rivisto in chiave acida. Ci sono chitarre dove il wah-wah pulsa, ma soprattutto c’è un’interpretazione lenta, come se i caldi raggi del sole avessero “stonato” Mr. Bjork e soci.
Disco estivo da ascoltare la sera, magari accanto ad un fresco boccale di birra.

(Carmine Tateo)

venerdì 13 agosto 2010

PONTIAK = "Sgrattoa-Rusty"?

PONTIAK “Living” (Thrill Jockey, 2010)
www.pontiak.net

Tracklist:
Young
Original Vestal
Algiers By Day
And By Night
Second Sun
Beach
Lemon Lady
This Is Living
Pacific
Forms Of The
Thousands Citrus
Virgin Guest

Prendete la chitarra distorta del Neil Young elettrico anni ’70, con quel suono saturo, ma anche grattato, rugginoso! Bene, è questo l’ingrediente base dello “Sgrattoa-Rusty”! Negli anni questo suono è sempre rimasto una questione che riguardava esclusivamente i chitarristi di vari gruppi e mai tutta una band: i Pontiak, invece, prendono lo “Sgrattoa-Rusty”, sapendo perfettamente cosa è, e lo fanno loro. Van, Lain, and Jennings Carney quando suonano diventano un’unica entità “Sgrattoa-Rusty”, ovvero Pontiak! Basilare è infatti la loro relazione di fratelli uno uguale all’altro, tant’è che sentirli sul nuovo "Living" così pieno di spazi vuoti e pieni acidissimi, viene da pensare all’opera di una sola persona che suona contemporaneamente basso chitarra e batteria. Pure la voce pare quella di una sola persona che si triplica. È questa unicità che fa dei Pontiak l’unico vero rappresentante dello “Sgrattoa-Rusty” oggi, questo essersi ritagliati uno spazio nel rock sfatto dei nostri tempi approfondendo quei crepitii degli ampli che tanti cercano di mascherare tramite assoli virtuosi ed effetti a palla o di imbrigliare in soluzioni squadrate. (www.bastonate.wordpress.com)

Il nuovo album, terzo capolavoro di fila, piomba dopo uno shockante uno-due, quello di "Maker" e "Sea Voids". Una piccola carriera in cui già ogni cosa va al suo posto. Il blues felpato e carezzevole ricoperto di quintessenza Seventies, l’arroventata forma di Palm Beach, la furia animale e pestona: inizialmente le carezze, poi le esplosioni. "Living" è roba da rimanere a bocca aperta, nonostante tutto. Ogni brano ne introduce un altro, in un capovolgersi di fronte che non lascia un attimo di respiro. Il boogie secco ed essenziale di “Young” si schianta rumorosamente su “Original Vestal”, nello stesso modo in cui il sobrio folk bucolico di “Forms Of The”, incontro fra Grateful Dead e Fleet Foxes, precipita in picchiata sulla psichedelia sismica di “Thousands Citrus”. Spettro di influenze, il loro, che più si allarga più si solidifica, radicato in un’esperienza studio e live in continua crescita qualitativa e quantitativa. L’entusiasmo, anche al cospetto di numerosi e ripetuti ascolti, cresce. Cresce, perché provocanti stilettate come “Algiers By Day” sono state scritte sin dalla notte dei tempi, ma mai in questa maniera, così calda, così coinvolgente. Cresce e non si ferma, come i bassi travolgenti di “And By Night” che ruzzolano con fisicità incontenibile, aprendo squarci spaziali dove la chitarra furoreggia, acida come le vertigini mariachi di “Second Sun”, stoner riletto in chiave post rock. Cresce assieme alla lenta tensione del post-sludge di “Lemon Lady”, attraversato da parte a parte da feedback, alla ballata crepuscolare di “Virgin Guest” per chitarra acustica e ipnotico Moog, alle progressioni dell’abbacinante gemma “Pacific”, solitario disgregarsi interstellare, con una sei corde assoluta protagonista. Inutile e velleitario cercare di meglio nel panorama attuale, perché nulla è al livello dei nostri tre scapestrati, seriamente candidati a ripercorrere le orme dei Motorpsycho per esplorazione ed esuberanza! (www.storiadellamusica.it)

Rino De Cesare

a cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo

“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi www.ciccioriccio.it.

Torna la "venere nera" MACY GRAY

MACY GRAY – “The Sellout”
(Concord Records, 2010)

A tre anni dal controverso “Big” la soul singer americana torna con un album prodotto in totale autonomia. Dopo aver venduto più di 15 milioni di dischi in tutto il mondo, Miss Gray (alle origini Natalie Renee McIntyre ) ha dovuto fare i conti con un vistoso calo di creatività che ha seriamente minacciato di comprometterne la celebrità raggiunta. Per fortuna con “Sellout” si ritorna alle origini. Al suo interno troverete vere e proprie perle di pop-rock… Lei poi, da par suo, sfodera sensualità e movenze soul-pop e, in alcuni momenti, addirittura, alcuni passi retrò… Macy Gray è tornata ad essere padrona della propria arte e questo album lo conferma pienamente!

(Carmine Tateo)

venerdì 6 agosto 2010

BROKEN SOCIAL SCENE: “Forgiveness Rock Record” è l’indie rock declinato al 2010!

BROKEN SOCIAL SCENE “Forgiveness Rock Record” (Arts & Crafts, 2010)
www.brokensocialscene.ca
www.myspace.com/brokensocialscene

Tracklist:
1. World Sick
2. Chase Scene
3. Texico Bitches
4. Forced to Love
5. All to All
6. Art House Director
7. Highway Slipper Jam
8. Ungrateful Little Father
9. Meet Me in the Basement
10. Sentimental X’s
11. Sweetest Kill
12. Romance to the Grave
13. Water in Hell
14. Me and My Hand

Tornano i Broken Social Scene, una delle comunità di musicisti più rispettate nel panorama mondiale indie-rock! Tornano e sfornano un signor disco: ben 14 canzoni che si sviluppano lungo una sessantina di minuti e che non suonano mai noiose, anche negli intermezzi strumentali che pure non sono pochi. Come al solito il collettivo di Toronto tira fuori dal cilindro un disco sfaccettato, multiforme, divertente e mai, dico mai, scontato. Sarà che, secondo l’ultimo censimento, sono in 19, o che al progetto partecipa un po’ tutta la scena alternativa della città canadese o che sono un gruppo di amici che non ha mai perso la voglia di fare musica nei modi più disparati possibili, ma i BSS riescono ad rivestire di freschezza e novità ogni loro nuovo disco pur essendo ormai, di fatto, dei classici di questi anni. (atlantidezine.it)

Ritengo di essere un tipo piuttosto equilibrato, mi piace concedere sempre il beneficio del dubbio, valutare l’altro lato della medaglia, avere un’opinione sì, ma prendere in considerazione anche altri punti di vista. Il fatto che io abbia anche gusti musicali piuttosto variegati, mi porta a prendere in considerazione davvero tanta roba. Questo non significa che io non sappia schierarmi apertamente o prendere delle posizioni nette, ed è per questo che mi permetto di affermare che “Forgiveness Rock Record” è un disco che spacca! È un concentrato di stili. Qui coesistono cavalcate rock e passeggiate spaziali, momenti notturni ed episodi più sperimentali, senza disdegnare fiati e pop elettronico. “Forgiveness Rock Record” è un viaggio in aereo sopra paesaggi bellissimi e in antitesi tra loro, dal polo ai tropici… Dall’oblò entrano a volte il chiarore della luna, a volte il sole accecante riflesso dall’ala. Il tutto è co-prodotto da John McEntire, produttore e poli-strumentista di Chicago, passato alla storia con i suoi Tortoise e The Sea & Cake. “Forgiveness Rock Record” è l’indie rock declinato al 2010! (indieriviera.it)

I BSS, tra i fondatori della scena indie canadese, sembrano, oggi, voler riportare tutto a casa con “Forgiveness Rock Record”. Prendersi i propri meriti, ribadire la propria centralità negli sviluppi del rock di questi ultimi anni. Non si tratta, quindi, di togliersi dei sassolini dalle scarpe dicendo “hey, questa roba l'abbiamo inventata noi e la sappiamo fare molto meglio degli altri”, ma di dare unità e compattezza ad un insieme di sonorità estese, di sensibilità, di attitudini al suono spesso non centrate o disperse qua e là dagli stessi progetti dei membri della band. Si tratta di far quadrare il cerchio dell'indie-rock canadese (e non solo) facendo convergere ogni elemento ed ogni esperienza ad un centro concettuale e stilistico. Pazzesca come operazione, ma il collettivo BSS dà proprio l'impressione di essercisi buttato a capofitto, per un lavoro a suo modo monolitico ed imponente. L'album modella, dunque, una massa sonora con un'idea ben precisa del risultato finale, andando a guidare con maestria una mano, o forse sarebbe meglio dire “più mani” esperte ed attente. Non troverete nessun riempitivo qui, ogni brano è in grado di diventare un simbolo di questa raccolta. Saluto quindi con gioia uno dei migliori dischi indie rock di una delle migliori indie rock band del nuovo millennio! (storiadellamusica.it)

a cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo

“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi www.ciccioriccio.it.

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