venerdì 29 agosto 2014

URIAH HEEP - Ritorno in grande stile per delle autentiche leggende del rock inglese!

Uriah Heep “Outsider” (Frontiers, 2014) – www.uriah-heep.com

TRACKLIST:
01. Speed Of Sound
02. One Minute
03. The Law
04. The Outsider
05. Rock The Foundation
06. Is Anybody Gonna Help Me?
07. Looking At You
08. Can’t Take That Away
09.
Jesse
10. Kiss The Rainbow
11. Say Goodbye

I leggendari Uriah Heep sono ritornati nei negozi il 6 giugno scorso con un loro nuovo album, “Outsider”, affidandosi, ancora una volta, al made in Italy di prestigio della Frontiers Records.
Le leggende sono nuovamente in città, ed ecco che l’hard rock vero, quello puro e incontaminato, trova nuova linfa e ragione d’esistere ancora oggi, più di quaranta anni dopo la sua nascita. E così, gli Uriah Heep si riconfermano punte di diamante di questo movimento musicale, e “Outsider” ha il sapore di un nuovo grande lavoro, da incorniciare nella discografia perfetta di questi giganti (http://www.melodicrock.it/2014/06/uriah-heep-outsider-recensione/).
Intramontabili, inossidabili e chi più ne ha più ne metta! Proprio come il classico sano hard rock che continuano a suonare. La produzione, affidata a Mike Paxman, non cerca di modernizzare una virgola, quanto piuttosto di restituire atmosfere che appartengono alla decade in cui gli Uriah Heep hanno cominciato, quella degli anni ’70. L’album numero 24 dell’onorata carriera della band segna l’ingresso del bassista Dave Rimmer (già con Zodiac Mindwarp), che sostituisce lo scomparso Trevor Bolder. Notevole la copertina, opera di Igor Morski, che contribuisce con efficacia a portarci senza troppi giri di parole nel mondo musicale perfettamente riconoscibile dipinto dagli Uriah Heep.
Niente fronzoli, si parte con “Speed Of Sound” in perfetto Heep-style: hard rock classico, ottimo senso della melodia senza per questo risultare levigati o laccati, Mick Box e soci continuano a dar voce ad una concezione della musica genuina e sincera, senza preoccuparsi minimamente delle mode.
L’hammond crea un contesto magico per la successiva “One Minute”, uno dei pezzi migliori dell’album, brano che curiosamente ricorda pure gli UFO, altra band dell’epoca che non sembra volerne sapere di invecchiare. E per fortuna! La grinta di Bernie Shaw e i caratteristici cori celestiali accompagnano la ruvida “The Law”, prima dell’epica e ficcante title track, anche questa uno dei passaggi migliori della release (http://www.metallus.it/recensioni/recensione-the-outsider/).
Un disco di sostanza, insomma, che non potrà non essere apprezzato dagli storici seguaci del gruppo né dai neofiti dell’ultima generazione, affacciatisi all’universo hard rock da pochi scampoli di tempo.
Certo, un nome come quello degli Uriah Heep è un “affare di cuore” riservato per lo più ai molti sostenitori della vecchia guardia, eppure, chiunque si porrà all’ascolto di “Outsider” non potrà che ricavarne l’unanime impressione di un buonissimo album. Non eccelso, forse, ma comunque del tutto degno di una storia lunga, gloriosa e rispettabile come quella di Mick Box e della sua grande band! (http://www.truemetal.it/cont/articolo/outsider/70513/1.html).

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


JACK WHITE - Ancora una volta è sempre e solo rock’n’roll!

RADI@zioni / Disco Hot N° 15:
JACK WHITE “Lazaretto” (2014)

Ci sono voluti ben 18 mesi … un anno e mezzo di registrazioni per completare il 2° album da solista di Mr. White.
“Lazaretto” riflette in pieno la natura onnivora del suo vulcanico creatore che trasforma in oro tutto ciò che tocca. Un album disarmante, intenso, denso, ricco e straordinariamente diretto. Un disco che trasuda tanta professionalità quanto devozione alla musica.
Emergono ancora echi dei compianti White Stripes, come anche, è inevitabile, richiami ai Led Zeppelin o ai Rolling Stones. Undici canzoni figlie di una vena compositiva davvero strabiliante, del resto non si contano nemmeno più gli esperimenti e le partecipazioni con altri gruppi o altri personaggi del mondo del rock.
Grazie, Mr. White! Grazie per averci ricordato ancora una volta che è sempre e solo rock’n’roll!

(A cura di Carmine Tateo)

Tracce consigliate:


sabato 23 agosto 2014

KASABIAN: esperienza, astuzia e un po' di sana spavalderia!

RADI@zioni / Disco Hot N° 14:
KASABIAN “48:13” (2014)

“Fortyeight – thirteen” è il 5° lavoro per i Kasabian. Di fatto è il disco che proietta la band ai vertici dell’attuale rock britannico. È facile intuire il significato dell’apparentemente enigmatico titolo: 48 minuti e 13 secondi è la durata dell’intera raccolta.
Il suono inconfondibile e l’integrità artistica dei Kasabian sono un vero e proprio marchio di fabbrica raggiunto portando avanti un progetto evolutivo durato 4 dischi in ben 10 anni di attività.
L’intento sarebbe quello di intrattenere il proprio pubblico mescolando sonorità che risultino orecchiabili e ci riescono pure, ma secondo il nostro modesto parere sembra che manchi qualcosa … un filo conduttore … un po’ di omogeneità. Nel giudizio finale questo comporta un mezzo punto in meno … ma ci può stare. Non ci pare nulla di grave.
In questi tempi in cui l’elettronica la fa da padrona in campo musicale, utilizzarla e saperla manipolare secondo il proprio stile e secondo particolari canoni significa anche riuscire a realizzare un buon prodotto ed in questo, i Kasabian, ci sono riusciti benissimo!

(A cura di Carmine Tateo)

Tracce consigliate:


sabato 16 agosto 2014

JUDAS PRIEST - Gli dei del metallo si difendono ancora bene… ma il meglio è ormai stato consegnato alla storia!

JUDAS PRIEST “Redeemer Of Souls” (Sony Music, 2014) - www.judaspriest.com

Tracklist:
01. Dragonaut
02. Redeemer Of Souls
03. Halls Of Valhalla
04. Sword Of Damocles
05. March Of The Damned
06. Down In Flames
07. Hell & Back
08. Cold Blooded
09. Metalizer
10. Crossfire
11. Secrets Of The Dead
12. Battle Cry
13. Beginning Of The End
+ Limited deluxe edition bonus tracks:
14. Snakebite
15.
Tears Of Blood
16. Creatures
17. Bring It On
18. Never Forget



I Judas Priest raggiungono i 40 anni di carriera e forti di un’esperienza incredibile sfornano con “Redeemer Of Souls” un album dalle molteplici sfaccettature che forse non renderà felice alla follia nessuno ma che allo stesso tempo propone quanto di meglio i nostri sappiano fare, unendo quasi tutti gli stili che gli inglesi hanno vissuto e interpretato durante la loro lunga militanza.
Il precedente doppio album “Nostradamus” (2008) non aveva riscosso un successo planetario e non erano mancate critiche pepate all’approccio eccessivamente cupo e cadenzato dei brani. Questo sound lo ritroviamo anche in pezzi come “Secrets Of The Dead” (track fin troppo tronfia e pesante); si tratta di canzoni dal ritmo cadenzato in cui la potenza vocale di Halford non esplode e non convince in pieno.
Il meglio del CD è rappresentato da quei brani più tosti e taglienti che presentano la coppia di chitarre Tipton / Faulkner (che troviamo per la prima volta in un full length dopo la fine del sodalizio con K. K. Downing) e Rob Halford in grande spolvero. Parliamo, ad esempio, di “Battle Cry”, track poderosa caratterizzata da un riffing eccelso e da linee vocali in crescendo che permettono al metal singer per eccellenza di tornare ai livelli d’un tempo.
Altro pezzo che ci consegna i Judas migliori è “Metalizer”, un vero e proprio inno al metallo che pone ancora sugli scudi un ottimo Rob Halford ed anche Scott Travis, che finalmente può sfogarsi un po’ di più al drum kit; il bridge è da brividi e gli assoli di chitarra sono all’altezza della fama del gruppo.
Nella tracklist abbiamo poi una serie di brani che ci ricordano l’approccio anni ’70 e ’80 dei nostri, come ad esempio la rock/blues-oriented “Crossfire” (comunque non uno dei pezzi più riusciti) o il classico melodic anthem “Down In Flames” caratterizzato da una buona prestazione di Halford (senza strafare) ed una ritmica mai eccessiva che ci ricorda i brani più patinati dei nostri. Non mancano, inoltre, pezzi di grande spessore epico come la potente “Halls Of Valhalla” (qui anche i Judas si fanno attrarre dalle tematiche vichinghe) o la trascinante “Sword Of Damocles”, in cui il drumming di Travis diventa ancora una volta determinante per sottolineare l’incisività del riffing.

A conti fatti i brani meno attraenti sono, oltre a quelli già citati, alcuni fra i primi della scaletta come ad esempio la scialba “March Of The Damned”, cadenzatone poco brillante che propone un Halford decisamente fuori forma. Se consideriamo poi che i Judas Priest presentano, oltre alla versione normale, anche una limited edition con ben cinque pezzi in più, possiamo affermare che di fronte a tanta abbondanza ogni vecchio e nuovo fan della band troverà, senza dubbio, un buon numero di canzoni che saranno in grado di soddisfarlo (www.metallus.it/recensioni/recensione-redeemer-of-souls).

A cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


sabato 26 luglio 2014

RIVAL SONS - Il miglior classic rock dei nostri giorni!

RIVAL SONS “Great Western Valkyrie” (Earache, 2014) – www.rivalsons.com

Tracklist:
01. Electric Man
02. Good Luck
03. Secret
04. Play The Fool
05. Good Things
06. Open My Eyes
07. Rich And The Poor
08.
Belle Starr
09.
Where I’ve Been
10. Destination On Course


Solo due anni fa, pochi (almeno qui in Italia) conoscevano i Rival Sons, che in poco tempo hanno bruciato le tappe fino a diventare una delle bands più rispettate in circolazione, grazie alla loro buona musica e a devastanti concerti. Il nuovo “Great Western Valkyrie” non delude le aspettative e ci offre 10 canzoni vibranti di adrenalina e passione. La band americana continua a offrire il suo cocktail rock di vecchia scuola (http://metalitalia.com/album/rival-sons-great-western-valkyrie/).
Anche se il loro “Pressure And Time” (2011) può tranquillamente essere considerato tra le migliori uscite di classic hard rock degli ultimi dieci anni, dopo un debutto folgorante avvenuto nel 2009 con l'album autoprodotto “Before The Fire”, i Rival Sons non appaiono per nulla appagati e non accennano a frenare in corsa. Si vestono a festa, si mettono in posa, ma picchiano ancora duro con gusto e classe d'altri tempi, continuando un processo di miglioramento che sembra non conoscere limiti.
Se togliete le recentissime ristampe dei Led Zeppelin (fuori concorso per ovvie ragioni di onnipotenza) non vi rimane che tuffarvi dentro a questo disco che il cantante Jay Buchanan conduce con gran piglio da leader dall'inizio alla fine, tra spettacolari tirate e momenti dove a prevalere è il lato blues e soul, uno dei loro punti di forza che li differenzia da buona parte del “retro rock” imperante. Le orecchie attente vi segnaleranno i tanti rimandi sparsi lungo il disco. Date loro ascolto, fate un cenno con il capo ma fregatevene. Tradizionali, spregiudicati, avvolgenti, sensuali, senza tempo, concisi (10 canzoni 10 e nessun filler inutile). Con buona pace di chi le orecchie le ha lasciate sopra a qualche disco pre 1975, in questi solchi (ah il vinile sarebbe adatto qui!) viaggia il miglior classic rock dei nostri giorni. Un peccato mortale non accorgersene per troppo snobismo (http://enzocurelli.blogspot.it/2014/07/recensione-rival-sons-great-western.html).
Che Buchanan sia la colonna portante, il segno distintivo dei Rival Sons, ormai è assodato, ma sarebbe un errore sottovalutare il lavoro dei suoi colleghi. Scott Holiday, ad esempio, con la sua sei corde ci ricorda tutto il suo amore per i Led Zeppelin senza mai scadere nel plagio. Gli americani, infatti, pur prendendo grossi spunti dai grandi del passato, non rinunciano mai a mettere in mostra tutta la loro personalità. Il nuovo disco contiene brani molto vari, come la rock/psichedelica “Good Things”, la bluesy “Open My Eyes” o l’atmosferica “Rich And The Poor”. Quasi in conclusione troviamo uno dei brani più ispirati dell’intero lavoro, “Where I’ve Been”, tanto essenziale quanto colmo di emozioni. Le strofe lente, dolci ed eteree lasciano presto spazio ad un energico refrain dove la potenza soul di Buchanan si apre fino a togliere il fiato. “Great Western Valkyrie” si colloca quindi solamente un gradino sotto rispetto al precedente “Head Down” di due anni fa, ma sta di fatto che anche in questo disco sono presenti alcuni tra i brani migliori che i californiani abbiano mai scritto. Considerare i Rival Sons come semplici esponenti dell’ultima ondata di “retro rock” sarebbe un grave errore perché, pur non nascondendo forti influenze settantiane, mettono cuore, personalità e tanta freschezza nella loro musica (http://metalitalia.com/album/rival-sons-great-western-valkyrie/).

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


REPTILE YOUTH - Tutto già visto e sentito ma pur sempre gradevole

RADI@zioni / Disco Hot N° 13:
REPTILE YOUTH
“Rivers that run for a sea that is gone” (2014)

Dalla Danimarca, con amore, dieci tracce confezionate su misura per invadere qualche dance-floor electro-punk-wave. Tutto già visto e sentito ma pur sempre gradevole.
Il secondo album dei Reptile Youth funziona, grazie anche ad una produzione di ottima qualità, al contributo al missaggio di Brian Thorn (già dietro la consolle per David Bowie e Arcade Fire) e alla masterizzazione di Joe Lambert (che ha già dato una mano agli Animal Collective ed ai The National). Il cd scorre piacevolmente ma le somiglianze si sprecano: Bloc Party e Muse in primis.
Ritmi ballabili, riverbero nelle voci e qualche zampino rumoristico riescono ad azzeccare il groove adatto per alcune hit per poi virare con atmosfere più tossiche. Bella scoperta questi Reptile Youth!

(A cura di Carmine Tateo)

Tracce consigliate:



sabato 12 luglio 2014

GAMMA RAY: "Metallo forgiato all’inferno, questo è ciò che siamo!"

GAMMA RAY: "Empire Of The Undead” (Ear Music / Edel, 2014) – www.gammaray.org

Tracklist:
01. Avalon
02. Hellbent
03. Pale Rider
04. Born to Fly
05. Master of Confusion
06. Empire of the Undead
07. Time for Deliverance
08. Demonseed
09. Seven
10. I Will Return
11. Built A World



Kai Hansen risorge dalle sue ceneri. Venticinque anni d’onorata carriera, almeno tre capolavori (“Heading For Tomorrow”, “Land Of The Free”, “Somewhere Out In Space”) e una coerenza come poche altre band storiche: questi i Gamma Ray giunti nel 2014 all’undicesimo album in studio. Dopo due ottimi EP e un altrettanto eccelso live album vede finalmente la luce il nuovo lavoro targato Gamma Ray. “Empire Of The Undead” ha visto una genesi decisamente lunga e tormentata: dall’abbandono dell’ormai storico batterista Dan Zimmerman fino all’incendio dello studio di registrazione di Kai Hansen, il rinnovato quartetto tedesco ha dovuto affrontare non poche disavventure (www.spaziorock.it/recensione.php?&id=gamma_ray_empire_of_the_undead_2014).
La vera forza dei Gamma Ray resta il sapiente eclettismo delle atmosfere messo in campo, che comprendono cattiveria e solennità, lo scanzonato e l’onirico. I testi, tra l’apocalittico e l’epico, sono più che adeguati per un genere come quello proposto dal mastermind Kai Hansen (www.truemetal.it/cont/articolo/empire-of-the-undead/69078/1.html). Pollice verso, invece, per l’artwork. Forse il peggiore mai visto su una copertina dei Gamma Ray. A parte questo, “Empire Of The Undead” è comunque un disco ben prodotto e convincente per via della presenza di diversi episodi che i fans della band difficilmente potranno non apprezzare. Un gradito ritorno, su livelli più consoni ad un nome, quello di Kai Hansen, che ha fatto la storia del metal europeo (http://metalitalia.com/album/gamma-ray-empire-of-the-undead/).
L’undicesima fatica in studio dei Gamma Ray porta con se non pochi timori se analizziamo il recente passato della band che nell’ultimo decennio sembrava aver perso per strada la sua ispirazione. Dopo un periodo così lungo di appannamento non è certo facile ritrovare la via maestra, ma quel piccolo genio di Kai Hansen è riuscito a tirar fuori l’ennesimo coniglio dal suo magico cilindro. Come? Cambiando, portando innovazione e ringiovanendo la propria musica, guardando dritto-dritto… al passato. Ovviamente non stiamo parlando di una rivoluzione copernicana, ma parlando di una band solidamente ancorata alle proprie basi, il cambiamento ha quasi del clamoroso. Sarà per la ritrovata varietà della sezione ritmica (ormai da troppi anni stereotipata e monotona), ma l’album risulta suonato magistralmente e con una produzione mirata che ben esalta i singoli passaggi. Trattandosi di Gamma Ray non possono comunque mancare i brani più veloci e spensierati e mentre di “Master Of Confusion” ed “Empire Of The Undead” si è già detto tutto (sono entrambe presenti nell’EP uscito lo scorso anno) e si confermano come brani di assoluto spessore, la bella sorpresa è rappresentata da “Born To Fly”, nella quale Kai Hansen trova un ritornello da pelle d’oca.
Probabilmente se questo “Empire Of The Undead” avesse mantenuto la qualità dei primi sei pezzi anche nella seconda parte del disco oggi staremmo qui a parlare di un nuovo capolavoro e di un nuovo punto di riferimento per tutto il power metal, ma ahimè non è così. Resta comunque l’impressionante lavoro di cambiamento e crescita del sound che seppur ricco di contaminazioni (forse eccessive) da parte di band quali Judas Priest e Queen (influenze comunque da sempre presenti nel sound del Raggio Gamma), non cade nel banale ed anzi dona nuova energia ad una band che abbiamo dato sin troppe volte per finita. Il padre del power metal europeo ha deciso che era tempo di cambiare e, come sempre, ha fissato un nuovo punto di partenza. Che il viaggio, quindi, continui ancora a lungo e non importa se ci porterà in una nuova terra della libertà o nello spazio più profondo: con “Empire Of The Undead”, Kai Hansen ci ha riacceso la fantasia, e ora tutto è possibile (www.spaziorock.it/recensione.php?&id=gamma_ray_empire_of_the_undead_2014).

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


domenica 6 luglio 2014

WOLFMOTHER - Un ritorno assolutamente a sorpresa!

WOLFMOTHER “New Crown” (album autoprodotto, 2014) – www.wolfmother.com

Tracklist:
01. How Many Times
02.
Enemy Is In Your Mind
03.
Heavy Weight
04.
New Crown
05. Tall Ships
06.
Feelings
07.
I Ain’t Got No
08. She Got It
09. My Tangerine Dream
10. Radio



È la prima uscita della band australiana addirittura dal 2009, quando fu il turno di “Cosmic Egg” che virò pesantemente verso un hard rock da arena, solido e ben prodotto, ma senza la varietà di influenze e l’inventiva dell’omonimo debut album del 2005. Quel 1° disco li fece scoprire al mondo come la sola band hard rock di stampo classico rilevante della decade passata, l’unica in grado di riproporre in modo contemporaneo e con suoni rinnovati influenze di gruppi come la Experience di Jimi Hendrix, i Black Sabbath e i Led Zeppelin. Negli ultimi anni, però, fra tour e dischi solisti, i Wolfmother sembravano essere totalmente piegati agli umori del proprio padre-padrone, Andrew Stockdale, che era, fin dagli inizi, la figura più importante della band grazie al suo timbro potente e particolare e ai suoi riff psichedelici, vorticosi e blueseggianti. Nel momento in cui si è trovato a rilanciare la band, però, Stockdale ha puntato su quello che i Wolfmother sono nella loro anima più essenziale: un trio veloce, forte e flessibile. E quindi si arriva al nuovo disco e il cambio di suono è chiarissimo, poiché si torna a una pesante psichedelia venata di blues che vira la rotta verso gli anni ’60 con una produzione sporca e volutamente vintage. Una bella sorpresa per un graditissimo ritorno! (www.impattosonoro.it/2014/04/28/recensioni/wolfmother-new-crown/).
A volte ritornano! Sì, perché lo scorso anno Andrew Stockdale aveva tutte le intenzioni di scrivere la parola fine nei confronti dei Wolfmother e di ri-lanciarsi in veste solista. Il suo disco, nonostante la bontà delle canzoni, ha evidentemente deluso le aspettative in termini di vendite, spingendo di conseguenza Stockdale a riportare in carreggiata il monicker Wolfmother, più conosciuto e spendibile per visibilità. Il nuovo “New Crown” esce in forma gratuita tramite bandcamp, nell’attesa che gli australiani firmino un nuovo contratto discografico. La formula magica non cambia rispetto ai precedenti lavori, la band continua a proporre un hard rock old school, con quel tocco di acidità che conferisce ai pezzi atmosfere decisamente retrò. “Enemy Is Your Mind” trasuda un sound figlio dei Black Sabbath grazie a chitarre che rielaborano i riffs di Tony Iommi con il classico trademark degli australiani. “Heavy Weight” rallenta la velocità d’esecuzione, i Wolfmother puntano su potenza ed impatto, mentre i filtri sulla voce di Stockdale danno un tocco lugubre alla musica. Con “New Crown” si respirano anni ’60 e ’70, grazie agli atmosferici intermezzi di tastiere. “I Ain’t Got No” mescola AC/DC e Rolling Stones con il sound dei Wolfmother in un cocktail saporito ed energico. La qualità del disco d’esordio appare ancora irraggiungibile, ma “New Crown” vanta comunque una serie di grandi brani che possono concretamente rilanciare la carriera in declino dei Wolfmother. Arriverà un contratto discografico? Non ce ne importa nulla! Da ascoltatori non possiamo che applaudire il coraggio di Stockdale e compagni per aver messo a disposizione gratuitamente un intero disco, frutto di fatica e sacrificio (http://metalitalia.com/album/wolfmother-new-crown/).
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sabato 5 luglio 2014

CHAIN & THE GANG - Avvinghiati alla catena del rock’n'roll!

RADI@zioni / Disco Hot N° 12:
CHAIN & THE GANG “Minimum Rock’n’Roll” (2014)


… e con questo nuovo lavoro Chain & The Gang sono al loro 4° album. La band fa capo al loro leader storico, Ian Svenonius, una sorta di santone ciarliero e squilibrato, profeta entusiasta di una religione dimenticata dai più.
Anche in questo capitolo torna a vibrare l’amore per il funk più slabbrato unito al proto-punk di metà anni ’70 per una formula che sa essere sensuale e ugualmente grezza … ma è solo rock’n’roll?
Dodici brani mixati da Brendan Canty (dei Fugazi)… un motivo in più per rallegrarsene. A questo giro c’è meno approssimazione e il disco si lascia apprezzare anche nella sua licenziosa indolenza.
“Minimum Rock’n’Roll” alla fine risulta godibile anche se l’accanimento del loro leader risulta retorico e incorreggibile. Al prossimo giro però vorremmo meno pazzia e più continuità!

(a cura di Carmine Tateo)

Traccia consigliata:



sabato 28 giugno 2014

EELS - Gli errori di gioventù del Signor Everett


EELS “The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett” (E Works / Vagrant Records, 2014) – www.eelstheband.com

Tracklist:
01. Where I'm At
02. Parallels
03. Lockdown Hurricane
04. Agatha Chang
05. A Swallow In The Sun
06. Where I'm From
07. Series Of Misunderstandings
08. Kindred Spirit
09. Gentlemen's Choice
10. Dead Reckoning
11. Answers
12. Mistakes Of My Youth
13. Where I'm Going



Facile dire che l’importante è imparare dai propri errori. Anche un po’ consolatorio, tutto sommato. Il fatto è che, con il passare del tempo, si finisce per costruirsi forme di autogiustificazione sempre più impenetrabili. Tanto da non essere nemmeno più capaci di guardarli negli occhi, i propri errori. Ecco perché, una volta tanto, l’uomo chiamato “E” ha deciso di mettere la sua faccia in copertina, con tanto di nome e cognome: “The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett” è il suo modo di mettere da parte le scuse e di assumersi in prima persona la responsabilità degli sbagli della vita. Ripartendo dalla verità dell’esperienza per restituire gli Eels alla loro vena più essenziale.
Gli Everett, come genitori, dovevano essere proprio dei tipi un po’ particolari: avevano deciso di non dare ai figli nessuna regola. Di lasciare che fosse la vita a insegnare loro come cavarsela. “È come se fossi cresciuto allo stato brado”, ricorda Mark. “Ho dovuto imparare tutto nella maniera più difficile: andando per tentativi ed errori”. Ed è proprio al racconto di questi errori che è dedicato il nuovo album targato Eels. Per fare da monito agli altri, ma prima di tutto a sé stessi. Volti e luoghi sono i medesimi del precedente album “Wonderful, Glorious”: ci sono gli stessi musicisti impegnati a suonare tra il vecchio scantinato di Mister E ed il suo studio di registrazione nuovo di zecca. Le similitudini tra i due dischi, però, si fermano qui. Il suono di “The Cautionary Tales Of Mark Oliver Everett” (compreso il consueto corredo di bonus track offerto nella deluxe edition) prende nettamente le distanze dal classicismo rock del predecessore per puntare ad atmosfere acustiche più spoglie.
Tra orchestrazioni intrise di romanticismo (“Lockdown Hurricane”) e soffici tessiture di arpeggi (“A Swallow In The Sun”), il marchio di fabbrica degli Eels emerge veramente solo nell’andamento risaputo di “Kindred Spirit”. Certo, le coordinate restano quelle inconfondibili delle canzoni di Mr. E, eppure, stavolta le variazioni sul tema riescono a sfuggire alla consuetudine presentando una scrittura che, di brano in brano, accresce quel senso del rimpianto, quella consapevolezza di avere scoperto troppo tardi l’importanza del luogo da cui si proviene. Più alla radice, emerge il rimorso di avere ferito chi si amava, di avere perso l’occasione di afferrare la felicità. Mr. E rivede il sé stesso ragazzino vagare in sella alla propria bici nel video di “Mistakes Of My Youth”, attraverso il grigiore di una periferia senz’anima: l’ennesima gemma che va ad aggiungersi al campionario di sognanti pop songs degli Eels. Ma, soprattutto, emerge l’imperativo di spezzare la catena di recriminazione per gli errori del passato. Per riuscirci occorre una semplice certezza: la certezza che, da qualche parte, la vita abbia ancora in serbo qualcosa per noi. Come ogni “storia raccontata” che si rispetti, anche la favola di Mark Oliver Everett ha, insomma, una sua morale. Potremmo riassumerla così: l’esperienza coincide con il giudizio! Perché non possiamo sottrarci dal chiamare gli sbagli con il loro nome. Ma non possiamo sottrarci nemmeno dall’intuizione che ci sia qualcosa di più, là fuori (www.ondarock.it/recensioni/2014_eels_thecautionarytales.htm).
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