giovedì 13 marzo 2014

MAXIMO PARK - Non proprio un colpo di coda memorabile, ma un segno di vita più che accettabile


RADI@zioni / Disco Hot N° 5:
MAXIMO PARK “Too Much information” (2014)

Ritornano i Maximo Park con il loro 5° album, fedeli a quel personale dogma che impone loro di non allineare mai due album consecutivi che siano troppo simili.
La band di Newcastle non è mai stata in grado di bissare quantitativamente e qualitativamente il successo del 1° lavoro che è stato “A Certain Trigger”, ma è anche vero che la loro carriera è stata pur sempre dignitosa.
Pensato come un EP “Too Much Information” è infine uscito come album lungo vista la mole di canzoni sfornate. Album che assolve la funzione di raccordo tra fasi “vecchie” e nuove: più delicato, più intimista, con la voce di Paul Smith che si fa più riflessiva e controllata rispetto al passato. Risultato: undici canzoni indie-rock a volte tagliate a suon di sintetizzatori e beats decisamente ottantiani.
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:


PONTIAK: una delle entità heavy-psych meno definibili attualmente in circolazione


PONTIAK “Innocence” (Thrill Jockey, 2014) – www.brotherspontiak.com

Tracklist:
01. Innocence
02.
Lack Lustre Rush
03.
Ghost
04.
It’s The Greatest
05. Noble Heads
06. Wildfires
07. Surrounded By Diamonds
08. Beings Of The Rarest
09.
Shining
10. Darkness Is Coming
11.
We’ve Got It Wrong

Ciclicamente, anche nella musica ogni tanto c’è bisogno di qualcuno che faccia un riassunto delle puntate precedenti, qualcuno in grado di ri-fondare un determinato genere. Trattandosi di rock (psychedelia, stoner, tutto ciò che è hard e relative derivazioni) la sintesi non poteva che arrivare dall’America. Quella benedetta America che ogni volta che si risolleva, in qualunque ambito, lo deve in fin dei conti più all’energia delle sue sconfinate terre di provincia piuttosto che alle laboriose e ingegnose metropoli (o presunte tali). Dio benedica, in questo caso, i Pontiak! I tre fratellini originari di Baltimora ma ormai di stanza a Warrenton, in Virginia, piantano a terra questo Innocence e, giustamente, meritano di metterci la bandiera: certo, per farlo rinunciano in parte alla loro precedente ossessione per le lunghe jam sessions e imbracciano i loro strumenti affrontando la forma canzone per quella che è. Un gesto di coraggio, molto meno ruffiano di quel che potrebbe apparire scorrendo un lavoro in cui il brano più lungo dura 4 minuti. Produzioni come queste devono esistere. E resistere, resistere, resistere… (http://doyourealize.it/recensioni/rockville/13521-pontiakinnocence.html)
C’è qualcosa, nel sound dei Pontiak, che prende le distanze dalle folate desertiche e dalla potenza liquida di altre band con la testa rivolta alla psichedelia dei ’70s. Il loro dispiegamento di distorsori ha un che di angolare e di geometrico, una violenza chirurgica e quasi concettuale. “Innocence”, in questo senso, sembra voler ribadire la diversità di questa band proponendo una tripletta iniziale scoppiettante, turbolenta e carica di aspettative. La scansione marziale della title track apre il disco con la ferocia del (post) hardcore; i riff ossessivi di “Lack Lustre Rush” fagocitano la melodia del cantato per dar vita ad una furente marcia hard punk, mentre negli sbuffi meccanici di “Ghost” c’è un modo di intendere lo stoner rock che dà la polvere perfino ai primi Queens Of The Stone Age. Gli assoli sono ridotti al lumicino, il minutaggio è contenuto e i fratelli Carney si dimostrano maestri di concisione ed efficacia.
Dopo una partenza così diretta e decisa, quasi hardcore, “Innocence” si trasforma in un altro disco. L’organo di “It’s The Greatest” introduce quella che sembra una versione pastorale dei Pink Floyd. Si tira il fiato con piacere, anche se una scaletta sbilanciata mette una dietro l’altra la bella e breve “Noble Heads”, ballata country trafitta da un assolo epico, e “Wildfire”, corale omaggio agli Stones di “Wild Horses”.
Il nuovo album dei fratellini Carney si segnala così per l’esasperazione dei contrasti. È indubbio che la ragione più intima della formazione stia in brani che riforgiano il potente hard rock dei ’70 con brandelli dell’alternative anni ’90 (“We’ve Got It Wrong” emana l’odore acre dei Jane’s Addiction) e del rock matematico degli anni zero (soprattutto nelle squadrate reiterazioni di “Shining”). Nondimeno, il loro lato romantico offre momenti di intima suggestione, amplia con stile lo spettro sonoro e li rilancia come una delle entità heavy-psych meno definibili in circolazione (http://sentireascoltare.com/recensioni/pontiak-innocence/).
Che il rock sia morto è una grande bugia, ma se ci guardiamo intorno penso che ci stia offrendo già da un po’ di tempo a questa parte il suo profilo peggiore. Andando a ritroso di poche settimane e rimuginando sulle nostre classifiche di fine anno, mi rendo conto di quanto certe sonorità siano scivolate via dalle nostre preferenze e non certo perché non piacciano più in assoluto. Oggi risulta difficile essere presi a schiaffi da qual misto di sporcizia, sangue e sudore che certi dischi dovrebbero vomitarti addosso. Ci pensano i Pontiak a restituire “gentilmente” la fiducia nel sacro furore abrasivo del rock con “Innocence”, nuovo album licenziato dalla Thrill Jockey solo qualche settimana fa. Non un passo avanti rispetto al precedente ottimo “Echo Ono”, e nemmeno uno indietro, solo una conferma dello stato di grazia di una band che fino ad oggi non ha mai mancato il bersaglio. Da ascoltare preferibilmente ad alto volume, “Innocence” è quel pugno in faccia che ogni amante del rock dovrebbe bramare. Trasversale, acido e allo stesso tempo fruibile da un’ampia fetta di pubblico. I Pontiak sono semplicemente una band difficile da classificare e noi, che delle classificazioni non ce ne curiamo molto, passiamo ad incassare. Poco importa degli schiaffi, del fango e dei graffi che ne derivano! (www.indieforbunnies.com/2014/01/27/pontiak-innocence/).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


sabato 8 marzo 2014

SHARON JONES & THE DAP-KINGS: ritorno al futuro!


RADI@zioni / Disco Hot N° 4:
SHARON JONES & THE DAP-KINGS “Give the people what they want” (2014)

Il soul è stato completamente abbandonato dalle nuove generazioni… Per fortuna in giro ci sono ancora bands come i “Dap-Kings. Sono fra le poche che riescano a tenere in vita un genere così importante!
I Dap-Kings sono una strepitosa band composta per lo più da vari session-men. Sono noti soprattutto per la partecipazione a quel fortunato capolavoro che è stato “Back to black” di Amy Winehouse. Sharon Jones, invece, senza andare a scomodare inutili paragoni con altri mostri sacri del passato, risulta essere una delle migliori cantanti soul viventi attualmente sulla scena.
“Give the people what they want” è il 5° album per Sharon Jones & The Dap-Kings. Annunciata per il mese di settembre dello scorso anno, la sua uscita, per problemi fisici della leader, è avvenuta invece soltanto nel gennaio del 2014. Contiene brani nuovi di zecca ma che potrebbero risalire benissimo a 40 anni fà. Si tratta comunque di musica viva, ottimamente suonata ed interpretata con passione. Per dirla tutta lo scopo della band non è mai stato quello di portare innovazione. A colpi di funk sincopati e fiati impazziti riescono a tenere per una buona mezz’ora l’ascoltatore incollato allo stereo. Con Sharon Jones & The Dap-Kings è un ritorno al futuro!
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:


domenica 9 febbraio 2014

DEATH ANGEL - "The Dream Calls For Blood": un perfetto manuale di "old school speed/thrash metal"!

DEATH ANGEL “The Dream Calls For Blood” (Nuclear Blast, 2013) - www.deathangel.us

Tracklist:
01. Left For Dead
02. Son Of The Morning
03. Fallen
04. The Dream Calls ForBlood
05. Succubus
06. Execution - Don’t Save Me
07. Caster Of Shame
08. Detonate
09. Empty
10. Territorial Instinct / Bloodlust
11. Heaven And Hell (Black Sabbath cover –Limited edition bonus track)


Quando si parla dei Death Angel, ci si addentra nella storia del thrash californiano più duro e implacabile. Ogni thrasher che si rispetti conosce molto bene il trittico di fine anni ’80 composto dal furibondo esordio “The Ultra-Violence, dal più tecnico “Frolic Through the Park e dall’incredibile “Act III. Dopo questa rapida e devastante tripletta, anche i Death Angel furono colpiti dall’avvento degli anni ’90, che li costrinse, per vari motivi, a deporre le armi. A ben 14 anni di distanza da quello straordinario capolavoro che fu “Act III”, Mark Osegueda e Rob Cavestany riformarono la band nel 2004 (con Ted Aguilar alla seconda chitarra) e diedero alle stampe il mediocre “The Art of Dying, seguito da “Killing Season e dal sufficiente (e parzialmente deludente) “Relentless Retribution. Sono giunti quindi, sul finire del 2013, alla 7^ pubblicazione (la 4^ sotto Nuclear Blast) con "The Dream Calls For Blood". Sottolineando il fatto che ci troviamo comunque distanti dall’efferatezza e dalle inarrivabili sonorità sperimentali degli esordi, possiamo comunque ritenerci soddisfatti di un lavoro complessivamente valido e lasciarci travolgere da uno degli migliori esempi di thrash metal che il panorama a stelle e strisce ci abbia fornito negli ultimi mesi. (www.metallized.it/recensione.php?id=9493)
Un manuale di thrash/speed metal old school: che altro, in effetti, potevamo aspettarci da una band come i Death Angel? Dopo una trentina d'anni di onoratissima carriera, iniziata quando i membri del gruppo non erano ancora maggiorenni e vissuta nel pieno della sua popolarità e forza d’urto, non dev’essere stato semplice trovare l’ispirazione e l’energia per confezionare dieci brani come quelli qui contenuti. Eppure i Death Angel del 2013 non deludono ed anzi, con l’ausilio delle moderne tecniche di produzione, riescono, pur conservando il fascino di sonorità “all’antica”, a restituire tutta (ma davvero tutta) la loro invidiabile e proverbiale compattezza di sound, risultando più frizzanti e convinti di molti ventenni, nonostante i quaranta abbondantemente superati. Per tutta la durata dell'album Cavestany e Aguilar macinano riff mitraglianti senza sosta infondendo ad ogni nota tutta l’energia possibile, mentre Mark Osegueda fornisce una prestazione vocale solida, chirurgica e feroce, lasciandosi andare in più d’un occasione a screaming ultrasonici di grande impatto. Completano il quadro i due acquisti più recenti, Damien Sisson al basso e Will Carroll alla batteria: due elementi che contribuiscono in maniera notevole alla riuscita del tutto.
Entrando nello specifico delle composizioni risulta immediatamente evidente la comune matrice sonora e contenutistica alla base di tutte le nuove canzoni, in ogni caso di livello qualitativo globalmente elevato, con menzione particolare per la tostissima opener “Left For Dead” e per le altrettanto riuscite “Son Of The Morning”, “Fallen” e "The Dream Calls For Blood", tutti esempi perfetti di speed/thrash dinamitardo come non ci si stancherebbe mai di ascoltare. Chiudono, sempre a vele ben spiegate, l'indiavolata “Detonate”, la speedy “Empty” e la conclusiva e più articolata “Territorial Instinct / Bloodlust”, una sorta di mini suite in grado di mettere in luce l'abilità degli statunitensi nello scrivere trame mai banali. Da gruppi come i Death Angel, oggi, non è probabilmente lecito aspettarsi, innovazione o rottura di schemi, è invece doveroso aspettarsi che facciano il proprio sporco lavoro con la grinta e l’esperienza che compete loro. Obiettivo centrato! “The Dream Calls For Blood” non inventa nulla ma si ascolta che è una meraviglia. Averne di album di questo livello! (www.truemetal.it/cont/articolo/the-dream-calls-for-blood/66248/1.html)

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


sabato 8 febbraio 2014

CALIBRO 35: in un nuovo album le atmosfere noir dell’omonimo romanzo giallo di Scerbanenco.

RADI@zioni / Disco Hot N° 3:
CALIBRO 35 “Traditori di Tutti” (2013)

La carriera dei milanesi Calibro 35 inizia nel 2007 ed è subito successo! Parecchie date in Europa non fanno che aumentare la loro notorietà. Vengono apprezzati persino in America.
Nel 2008 pubblicano l’omonimo album d’esordio.
Nel 2010 esce il loro 2°, “Ritornano Quelli della Calibro 35”.
Nel 2012 è la volta di “Ogni riferimento a persone esistenti…” (vedi anche: http://camillofasulo.blogspot.it/2012/03/calibro-35-colpiscono-in-pieno.html).
Infine, quasi sullo scadere del 2013, ecco il 4° album dei Calibro 35: “Traditori di Tutti”.
La loro musica è ispirata alle sonorità delle soundtrack dei film polizieschi degli anni ’70 ma il titolo di quest’ultimo lavoro è ispirato invece all’omonimo classico romanzo giallo di Giorgio Scerbanenco del 1966. Il disco ne sarebbe in pratica l’ideale colonna sonora se di quel romanzo qualcuno decidesse di farne un film.
“Traditori di Tutti”, all’inizio, se non siete abituati a certe sonorità, vi lascerà un po’ spiazzati. Ma man mano che si prosegue nell’ascolto vi coinvolgerà sempre più fino a farvi saltare letteralmente dalla sedia, tanta è l’energia che sprigiona. Davvero GRANDI!
Colpo di fortuna poi, se vogliamo vederli dal vivo sappiate che il 4 aprile prossimo suoneranno all’ “Hyper” di Alberobello (BA) mentre il 5 di aprile li troverete ai “Laboratori Musicali” di Trepuzzi (LE).
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:



sabato 1 febbraio 2014

MOGWAI: un’emozione continua che scorre, pur senza grandi sorprese né esplosioni cosmiche


MOGWAI “Rave Tapes” (Rock Action/ Sub Pop, 2014) – www.mogwai.co.uk

Tracklist:
01. Heard About You Last Night
02. Simon Ferocious
03. Remurdered
04. Hexon Bogon
05. Repelish
06. Master Card
07. Deesh
08. Blues Hour
09. No Medicine For Regret
10. The Lord Is Out Of Control




Cosa può avere ancora da dire un gruppo come i Mogwai? Da almeno quattro album a questa parte, la domanda a caldo è sempre la stessa. C'è chi li vuole bolliti dai tempi di "Rock Action" (2001), chi li amerebbe qualsiasi cosa facessero e chi ancora si sbraccia facendo a gara sull'originalità con cui rinnegarli. Ma la domanda se la pongono tutti, indistintamente, vuoi per trovare la risposta più originale, vuoi per enfatizzare una convinzione, vuoi per provare a mettere alla prova il proprio gusto. E alla fine, com'è giusto che sia, ciascuno darà la propria personale risposta! Tutto qui, si potrebbe dire. Non fosse che alla tecnica, Stuart Braithwaite e soci aggiungono, ora più che mai, quel tocco che troppo spesso è mancato a molti dei comprimari del cosiddetto post-rock – definizione dalla quale la loro nuova via sonora ha definitivamente preso un ampio margine di distanza – e con quel loro particolare tocco hanno tirato fuori adesso l'ennesimo gioiello. Ed effettivamente viene un po' da chiedersi come facciano, a 17 anni pieni dallo spiazzante capolavoro con cui debuttarono, a continuare ad avere così tanto da dire.
I Mogwai sono esploratori musicali che ormai da anni si muovono agilmente tra i confini e le mille diramazioni di quel vasto universo chiamato post-rock, termine che loro odiano ma che definisce un genere a cui volenti o nolenti hanno dato un gran contributo. Molto è stato detto e scritto per elogiare questi ragazzi scozzesi, musicisti inesauribili, che quando non sono in tour si rinchiudono in studio per dar forma a quelle cavalcate a volte incalzanti, a volte sognanti, e che non stancano mai. Artisti veri, a tutto tondo, che amano le sfide e mettersi alla prova anche componendo colonne sonore (dal documentario “Zidane: A 21st Century Portrait” al recente, commovente commento sonoro alla serie tv francese “Les Revenants”, purtroppo ancora inedita in Italia).
Quelli dei Mogwai sono dischi dal sound sempre incredibilmente curato e dal packaging stellare, croce e delizia dei collezionisti più accaniti che non vedono l’ora di mettere le mani sulle famigerate e ricchissime deluxe edition. “Rave Tapes”, successore di “Hardcore Will Never Die But You Will” (l’ultimo “vero” album della band pubblicato nel 2011), li vede tornare a collaborare con l’amico e storico produttore Paul Savage, figura fondamentale nella loro evoluzione musicale. È un album che, e capita spesso con i lavori dei quintetto di Glasgow, trasporta in un’altra dimensione come pochi altri sanno fare. E allora non resta che lasciarsi andare e seguire la corrente, perché opporre resistenza è inutile… perché “Rave Tapes” è un album che va goduto fino in fondo, più che discusso. E allora facciamola breve dicendo solo che è un’emozione continua che scorre, pur senza grandi sorprese né esplosioni cosmiche.
Passano i decenni, però la qualità dei Mogwai resta. “Rave Tapes” è un esercizio di stile che preferisce la penombra alla luce del mezzogiorno, fatto di sfumature, dettagli, cambiamenti minimi ma significativi che rendono le canzoni a volte simili al passato ma mai completamente uguali a sé stesse. Come in un paesaggio caro e familiare, come in un quadro di Bosch che guarderesti per ore: ci vuole tempo per coglierne e apprezzarne a dovere le differenze, i particolari. Tempo ben speso, però!
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


venerdì 24 gennaio 2014

ALELA DIANE: Addio agli amanti, agli amati e, forse, addio all’amore!

Alela DianeAbout Farewell” (Rusted Blue, 2013) – www.aleladiane.com

Tracklist:
01. Colorado Blue
02. About Farewell
03. The Way We Fall
04. Nothing I Can Do
05. Lost Land
06. I thought I knew
07.
Before the leaving
08.
Hazel Street
09.
Black Sheep
10. Rose & Thorn

Non può esserci scelta umana più devastante, e amara. Dopo il fallimento del suo matrimonio, Alela Diane convoca i fantasmi di tutti i suoi compagni passati per un disco che può ben dirsi “spiritico” – ma proprio perché apparentemente derivante da uno stato mentale soprannaturale, da quell’ispirazione che, illusione o no che sia, sembra provenire dalla parte divina di noi stessi. Non si sa con esattezza quanti dei classici di un tempo lo siano stati da subito, e quanti lo siano diventati solo più tardi – o, peggio, postumi. Ma “About Farewell” è un album che, certo, non si dimentica facilmente. Contiene canzoni solcate da un sound di grande gravità e profondità spirituale.
Sicuramente pioveranno i raffronti con la Joni Mitchell del capolavoro “Blue” (e quel colore fa parte anche della simbologia di “About Farewell”) come anche le particolari condizioni che portarono alla nascita di quel disco, anche se lo stile di questo si avvicina più all’austera compostezza di una Marissa Nadler, a voler essere più precisi. Ma i paragoni importanti la Diane se li merita tutti, per un disco che potrebbe sembrare un classico “ritorno alle origini”. Ma, niente di più sbagliato! Dell’acerba Alela di “The Pirate’s Gospel”, dell’espressività ancora da conquistare di “To Be Still”, poco rimane in “About Farewell”. Si esalta invece la sicurezza e la forza interiore di una grande artista.
C’è un’intera serie di cantanti, tutte donne, tra l’Oregon e la California che da qualche anno sta davvero producendo quanto di meglio ci sia in giro. Da Zola Jesus a Scout Nibblet (inglese che però sceglie Portland, in Oregon, come residenza), fino a Grouper, a Lady Lazarus. Un’intera… come definirla? Generazione? … Una scena? ... Insomma, un certo numero di musiciste che dalla stessa area stanno riscrivendo un vocabolario musicale che sembrava già completo. Che siano tutte donne è un elemento che credo vada tenuto in conto, ma non intendo fare discorsi di genere, perché poi, davvero, è difficile uscirne vivi senza usare la parola “femminismo” per definire una causa che forse esiste, forse non esiste o forse è solo mal posta. Tra loro c’è anche Alela Diane, con un album folk dalle influenze un po’ meno tradizionali del solito, uno di quegli album che sembrano registrati davanti a un fuoco in Tennessee o in mezzo agli spiriti, ma che viene necessariamente da quell’area musicale di cui si parlava.
Uscito la scorsa estate per la Rusted Blue Records, “About Farewell” è un disco che non cambia molto le cose, perché davvero non prova a sperimentare in nessuna direzione, né a creare un nuovo alfabeto per parlare di abbandoni e del fatto che nessuno ti possa salvare. Ma è davvero necessario dire queste cose in un modo nuovo? “About Farewell” è un album abbastanza tradizionale, eppure – o forse proprio per quello, perché forse certe cose hanno bisogno di una loro ortografia specifica, che è bene seguire, perché la forma è anche contenuto – … eppure ha tutto quello di cui abbiamo bisogno. Ci racconta qualcosa con un’esattezza disarmante. Quando un album e una certa grammatica musicale sono confortanti lo stesso, nonostante la consuetudine o per la loro consuetudine, cosa cercare in più? Rispetto alle prove precedenti della Diane, quest’ultimo album è ancora più spoglio: tutto è consegnato alla voce e alla chitarra e poco più, come se tutto il resto, le decorazioni, i colori, le foto fossero già state messe negli scatoloni, come se lei fosse pronta per andarsene. Questo è un disco di qualcuno che se ne va, prima di essere abbandonata. È un disco che non mostra debolezza, ma piuttosto la forza di chi, forse, sta perdendo tutto, ma che almeno c’ha provato, che si è messa in gioco o qualcosa del genere, che ha iniziato a tagliare i ponti che la univano con qualcuno o con tutti, perché è il solo modo per salvarsi. Forse non rientrerà nella top dei migliori album del 2013, ma che si è contenti sia stato scritto. Non racconta niente di nuovo, solo l’essenziale.

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


GRINGO STAR: ironici & bizzarri... vivaci & immediati!

RADI@zioni / Disco Hot N° 2:
GRINGO STAR “Floating Out To See” (2013)

Arrivano da Atlanta (Georgia, Stati Uniti d’America). Sono i Gringo Star, band dall’aria giocosa e un po’ ironica, lo deduciamo anche dal bizzarro e volutamente provocatorio nome che si sono scelti e che flirta con un certo retaggio “british”. Chissà cosa c’entra il batterista dei Beatles: il buon Ringo Starr?
Il gruppo è capitanato dai fratelli Furgiuele, Pete e Nicholas, coppia di chitarristi-cantanti alla guida di un quartetto tutto frenesia e citazionismo. Dal vivo amano scambiarsi gli strumenti, caratteristica alquanto curiosa questa dei Gringo Star. Il debutto è avvenuto nel 2007 con un E.P.
Ora invece, con questo nuovo album lungo sono riusciti a varcare i patri confini.
Vivacità e immediatezza invidiabili dalla loro parte, i Gringo Star sono capaci di mischiare le carte in tavola: punk rock, surf, country e un groviglio di riff che rimandano dritti a primi Kinks. Saranno una meteora o sentiremo ancora parlare di loro?
(Carmine Tateo)

Traccia consigliata: Find a love


venerdì 17 gennaio 2014

ARCADE FIRE: “Reflektor” è un album maledettamente ambizioso e presuntuoso!


RADI@zioni / Disco Hot N° 1:
ARCADE FIRE “Reflektor” (2013)
Preceduto da tanta pubblicità, anticipato da varie canzoni messe in circolazione sulla rete e disseminato indizi e graffiti un po’ dappertutto, è stato finalmente pubblicato “Reflektor”, 4° album per questi canadesi di Montreal.
“Reflektor” è un album maledettamente ambizioso e presuntuoso! Prodotto da James Murphy (leader dei LCD Soundsystem) è anche spudoratamente citazionista nei suoni e stracolmo di dettagli.
 “Reflektor” necessita di un ascolto più attento del solito anche perché alcuni brani contenuti in esso superano i 5 minuti.
Il disco è stato registrato in Giamaica con il fine di scioccare l’ascoltatore, ponendolo di fronte ad una decisione: piace o non piace!
La band mette in mostra un’insolita sinuosità che fino ad oggi aveva solo lasciato intravedere.
Secondo noi radi@ttivi mantiene molte delle promesse iniziali e alla fine risulta molto “popular”.
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:

JULIAN COPE, strampalato ed eccentrico come sempre!


JULIAN COPE “Revolutionary Suicide” (Head Heritage, 2013) – www.headheritage.co.uk

Tracklist Disc One:
01. Hymn To The Odin
02. Why Did The Chicken Cross My Mind?
03. The Armenian Genocide 

Tracklist Disc Two:
01. Revolutionary Suicide
 
02. Paradise Mislaid
03. Mexican Revolution Blues
04. Russian Revolution Blues
05. They Were On Hard Drugs
06. In His Cups
07. Phoney People, Phoney Lives
08. Destroy Religion


Uno strabiliante inno vaneggiante alla rivoluzione come repulisti per un mondo in collisione con se stesso. Un disco doppio che Julian Cope – lo stravagante artista del Galles – porta a termine come un sogno proveniente da un’ossessione interna, un’urgenza ispirativa, già manifestata con il precedente “Psychedelic Revolution” – anch’esso album doppio come questo che presentiamo – e che ancora riscuote emozioni di massa e benevoli apprezzamenti. “Revolutionary Suicide” è il nuovo capitolo di Cope, un doppio concentrato di poesia, ballate fricchettone sempre attuali e gioiellini sonori. Una prestazione sempre e comunque da tenere in mente perché artisti di questa stazza – sebbene sghembo e squadrato come si conviene ai veri “poeti folli” – non se ne “fabbricano” più e, come si dice, ogni lasciata è persa.
Si dica pure che Julian Cope è un po’ “fuori”. “Fuori come un balcone”, direbbe qualcuno… Potrebbe esserlo! Resterebbe, tuttavia, da capire fuori da cosa, o da dove? Stante il fatto che noi tutti che abbiamo a che fare con questo tipo di musica, tanto “dentro” non amiamo considerarci, abbiamo ora il compito di illustrarvi l’ultima produzione dell’arcidruido che meglio rappresenta le nostre ossessioni di un sano paganesimo. Nel disco Uno, in circa 30 minuti si ascoltano tre ballate, la folkeggiante “Hymn to the Odin”, la timida passata di pianoforte sopra un vocione lugubre alla Nick Cave di “Why did the chicken cross my mind” e i 16 minuti di “The Armenian Genocide”, stupenda giga di tamburo battente, chitarra acustica e cori attorno ad un falò: una sensazione crepuscolare e ricca di pathos. Il disco Due si discosta abbastanza dalla prima parte con sonorità stile anni ’60, come nella title-track, la patchanca ubriaca di “Mexican devolution blues”, bolle sintetiche come in “They were on hard drugs”, le chiazze psichedeliche della sua Inghilterra con “Phoney people, phoney lives” e tutto lo sperimentalismo di bonghi, suoni gutturali, vento e digrignamenti vari che “Destroy religion” mette in mostra, come in un commiato tribale, con l’intento di lasciare l’ascoltatore in balìa di un futuro incerto, nel vago delle visioni sciamaniche che la vita odierna ci nasconde. L’eccentrico Cope non si fa mancare nulla, tira fuori ancora una volta un gioiellino doppio che ha un suo preciso percorso emozionale ed è specchio di una poetica a suo modo maledetta, ma benedetta per i nostri padiglioni auricolari.
“Revolutionary Suicide” segue, a distanza di un anno, “Psychedelic Revolution” (doppio cd come il presente). In copertina si vede una sagoma umana, in cima a un dolmen crollato (forse lo stesso Julian Cope) che solleva, sembrerebbe, un Kalashnikov verso il cielo, tanto per confermare la matrice di un immaginario che l’autore mantiene in ambito rivoluzionario/barricadero. Il mondo del signor Giuliano sfugge in verità a qualsivoglia connotazione politica e infatti nelle note riportate sul booklet, si legge che l’album è stato ultimato il giorno dei funerali di Margaret Thatcher, buon’anima alla quale (per non dire altro) non augura alcun tipo di “R.I.P.”. A voi scoprire il perché, se la cosa interessa! A noi che ne scriviamo e ne parliamo, importa semplicemente che Julian Cope sia sempre l’amato artefice di imprese sonore cariche di quella particolare, squisita sofisticatezza stilistica, tipicamente “british”, oggi riscontrabile purtroppo in pochissimi altri autori. Cosa distanzia le sue attuali performance dalle prime esperienze solistiche? Poco o nulla, tanto che l’alto livello della sua produzione, pure se negli anni discontinua, ce lo riconsegna oggi, come ieri, ad una classicità incontestabile, vero stilema di un intero genere. Considerazione questa che probabilmente a lui stesso starebbe alquanto sulle palle, ma tant’è! Julian Cope resta un personaggio un po’ fuori e “Revolutionary Suicide” resta un album con il quale, ancora una volta, si perpetua la sua leggenda.
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


DISCLAIMER

1) Questo blog, a carattere puramente amatoriale, non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità, in base alla disponibilità del materiale inviatomi e/o auto-fornito.

2) Questo blog non ha richiesto contributi pubblici e non ha fini di lucro. Pertanto, non può essere considerato, in alcun modo, un prodotto editoriale
ai sensi della legge 07.03.2001, n. 62.
Ad oggi questo blog non presenta alcuna sponsorizzazione o affiliazione pubblicitaria, dunque al momento è da ritenersi un’opera totalmente no profit.

3)Copyright:
Alcune delle immagini contenute in questo blog sono prese in buona fede dal web. Se tuttavia dovessero sorgere dei problemi di carattere "autorizzativo" è sufficiente comunicarlo e tali immagini saranno rimosse.
E’ permesso citare parti tratte dal blog esclusivamente a condizione che si riporti un link con scritto:
Tratto da: www.camillofasulo.blogspot.com (con link attivo, cioè cliccabile alla pagina/foto).
Se contenuti o immagini violano diritti di terze parti saranno immediatamente rimossi dopo segnalazione.
Tutti i contenuti sono originali, salvo i casi in cui è espressamente indicata altra fonte.

4) Responsabilità:

Data la natura esclusivamente amatoriale del sito, non vi è alcuna forma di garanzia sull’esattezza e la completezza delle informazioni riportate, tuttavia si cercherà sempre di verificare i fatti riportati e si resta a completa disposizione per correzioni e rettifiche.

Potrà essere richiesta la rimozione totale o parziale del materiale ritenuto inappropriato e/o una eventuale rettifica inviando una e-mail a cfasulo@libero.it oppure a radiazioni@ciccioriccio.it.

Tutto il materiale presente nel blog (testi e immagini) è pubblicato a solo scopo divulgativo, senza fini di lucro (lo conferma la mancanza di link-pubblicità commerciale).

5) Queste condizioni sono soggette a modifica, senza alcuna forma ben definita di preavviso, vi invitiamo dunque a verificarne i contenuti con una certa frequenza.