sabato 8 febbraio 2014

CALIBRO 35: in un nuovo album le atmosfere noir dell’omonimo romanzo giallo di Scerbanenco.

RADI@zioni / Disco Hot N° 3:
CALIBRO 35 “Traditori di Tutti” (2013)

La carriera dei milanesi Calibro 35 inizia nel 2007 ed è subito successo! Parecchie date in Europa non fanno che aumentare la loro notorietà. Vengono apprezzati persino in America.
Nel 2008 pubblicano l’omonimo album d’esordio.
Nel 2010 esce il loro 2°, “Ritornano Quelli della Calibro 35”.
Nel 2012 è la volta di “Ogni riferimento a persone esistenti…” (vedi anche: http://camillofasulo.blogspot.it/2012/03/calibro-35-colpiscono-in-pieno.html).
Infine, quasi sullo scadere del 2013, ecco il 4° album dei Calibro 35: “Traditori di Tutti”.
La loro musica è ispirata alle sonorità delle soundtrack dei film polizieschi degli anni ’70 ma il titolo di quest’ultimo lavoro è ispirato invece all’omonimo classico romanzo giallo di Giorgio Scerbanenco del 1966. Il disco ne sarebbe in pratica l’ideale colonna sonora se di quel romanzo qualcuno decidesse di farne un film.
“Traditori di Tutti”, all’inizio, se non siete abituati a certe sonorità, vi lascerà un po’ spiazzati. Ma man mano che si prosegue nell’ascolto vi coinvolgerà sempre più fino a farvi saltare letteralmente dalla sedia, tanta è l’energia che sprigiona. Davvero GRANDI!
Colpo di fortuna poi, se vogliamo vederli dal vivo sappiate che il 4 aprile prossimo suoneranno all’ “Hyper” di Alberobello (BA) mentre il 5 di aprile li troverete ai “Laboratori Musicali” di Trepuzzi (LE).
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:



sabato 1 febbraio 2014

MOGWAI: un’emozione continua che scorre, pur senza grandi sorprese né esplosioni cosmiche


MOGWAI “Rave Tapes” (Rock Action/ Sub Pop, 2014) – www.mogwai.co.uk

Tracklist:
01. Heard About You Last Night
02. Simon Ferocious
03. Remurdered
04. Hexon Bogon
05. Repelish
06. Master Card
07. Deesh
08. Blues Hour
09. No Medicine For Regret
10. The Lord Is Out Of Control




Cosa può avere ancora da dire un gruppo come i Mogwai? Da almeno quattro album a questa parte, la domanda a caldo è sempre la stessa. C'è chi li vuole bolliti dai tempi di "Rock Action" (2001), chi li amerebbe qualsiasi cosa facessero e chi ancora si sbraccia facendo a gara sull'originalità con cui rinnegarli. Ma la domanda se la pongono tutti, indistintamente, vuoi per trovare la risposta più originale, vuoi per enfatizzare una convinzione, vuoi per provare a mettere alla prova il proprio gusto. E alla fine, com'è giusto che sia, ciascuno darà la propria personale risposta! Tutto qui, si potrebbe dire. Non fosse che alla tecnica, Stuart Braithwaite e soci aggiungono, ora più che mai, quel tocco che troppo spesso è mancato a molti dei comprimari del cosiddetto post-rock – definizione dalla quale la loro nuova via sonora ha definitivamente preso un ampio margine di distanza – e con quel loro particolare tocco hanno tirato fuori adesso l'ennesimo gioiello. Ed effettivamente viene un po' da chiedersi come facciano, a 17 anni pieni dallo spiazzante capolavoro con cui debuttarono, a continuare ad avere così tanto da dire.
I Mogwai sono esploratori musicali che ormai da anni si muovono agilmente tra i confini e le mille diramazioni di quel vasto universo chiamato post-rock, termine che loro odiano ma che definisce un genere a cui volenti o nolenti hanno dato un gran contributo. Molto è stato detto e scritto per elogiare questi ragazzi scozzesi, musicisti inesauribili, che quando non sono in tour si rinchiudono in studio per dar forma a quelle cavalcate a volte incalzanti, a volte sognanti, e che non stancano mai. Artisti veri, a tutto tondo, che amano le sfide e mettersi alla prova anche componendo colonne sonore (dal documentario “Zidane: A 21st Century Portrait” al recente, commovente commento sonoro alla serie tv francese “Les Revenants”, purtroppo ancora inedita in Italia).
Quelli dei Mogwai sono dischi dal sound sempre incredibilmente curato e dal packaging stellare, croce e delizia dei collezionisti più accaniti che non vedono l’ora di mettere le mani sulle famigerate e ricchissime deluxe edition. “Rave Tapes”, successore di “Hardcore Will Never Die But You Will” (l’ultimo “vero” album della band pubblicato nel 2011), li vede tornare a collaborare con l’amico e storico produttore Paul Savage, figura fondamentale nella loro evoluzione musicale. È un album che, e capita spesso con i lavori dei quintetto di Glasgow, trasporta in un’altra dimensione come pochi altri sanno fare. E allora non resta che lasciarsi andare e seguire la corrente, perché opporre resistenza è inutile… perché “Rave Tapes” è un album che va goduto fino in fondo, più che discusso. E allora facciamola breve dicendo solo che è un’emozione continua che scorre, pur senza grandi sorprese né esplosioni cosmiche.
Passano i decenni, però la qualità dei Mogwai resta. “Rave Tapes” è un esercizio di stile che preferisce la penombra alla luce del mezzogiorno, fatto di sfumature, dettagli, cambiamenti minimi ma significativi che rendono le canzoni a volte simili al passato ma mai completamente uguali a sé stesse. Come in un paesaggio caro e familiare, come in un quadro di Bosch che guarderesti per ore: ci vuole tempo per coglierne e apprezzarne a dovere le differenze, i particolari. Tempo ben speso, però!
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


venerdì 24 gennaio 2014

ALELA DIANE: Addio agli amanti, agli amati e, forse, addio all’amore!

Alela DianeAbout Farewell” (Rusted Blue, 2013) – www.aleladiane.com

Tracklist:
01. Colorado Blue
02. About Farewell
03. The Way We Fall
04. Nothing I Can Do
05. Lost Land
06. I thought I knew
07.
Before the leaving
08.
Hazel Street
09.
Black Sheep
10. Rose & Thorn

Non può esserci scelta umana più devastante, e amara. Dopo il fallimento del suo matrimonio, Alela Diane convoca i fantasmi di tutti i suoi compagni passati per un disco che può ben dirsi “spiritico” – ma proprio perché apparentemente derivante da uno stato mentale soprannaturale, da quell’ispirazione che, illusione o no che sia, sembra provenire dalla parte divina di noi stessi. Non si sa con esattezza quanti dei classici di un tempo lo siano stati da subito, e quanti lo siano diventati solo più tardi – o, peggio, postumi. Ma “About Farewell” è un album che, certo, non si dimentica facilmente. Contiene canzoni solcate da un sound di grande gravità e profondità spirituale.
Sicuramente pioveranno i raffronti con la Joni Mitchell del capolavoro “Blue” (e quel colore fa parte anche della simbologia di “About Farewell”) come anche le particolari condizioni che portarono alla nascita di quel disco, anche se lo stile di questo si avvicina più all’austera compostezza di una Marissa Nadler, a voler essere più precisi. Ma i paragoni importanti la Diane se li merita tutti, per un disco che potrebbe sembrare un classico “ritorno alle origini”. Ma, niente di più sbagliato! Dell’acerba Alela di “The Pirate’s Gospel”, dell’espressività ancora da conquistare di “To Be Still”, poco rimane in “About Farewell”. Si esalta invece la sicurezza e la forza interiore di una grande artista.
C’è un’intera serie di cantanti, tutte donne, tra l’Oregon e la California che da qualche anno sta davvero producendo quanto di meglio ci sia in giro. Da Zola Jesus a Scout Nibblet (inglese che però sceglie Portland, in Oregon, come residenza), fino a Grouper, a Lady Lazarus. Un’intera… come definirla? Generazione? … Una scena? ... Insomma, un certo numero di musiciste che dalla stessa area stanno riscrivendo un vocabolario musicale che sembrava già completo. Che siano tutte donne è un elemento che credo vada tenuto in conto, ma non intendo fare discorsi di genere, perché poi, davvero, è difficile uscirne vivi senza usare la parola “femminismo” per definire una causa che forse esiste, forse non esiste o forse è solo mal posta. Tra loro c’è anche Alela Diane, con un album folk dalle influenze un po’ meno tradizionali del solito, uno di quegli album che sembrano registrati davanti a un fuoco in Tennessee o in mezzo agli spiriti, ma che viene necessariamente da quell’area musicale di cui si parlava.
Uscito la scorsa estate per la Rusted Blue Records, “About Farewell” è un disco che non cambia molto le cose, perché davvero non prova a sperimentare in nessuna direzione, né a creare un nuovo alfabeto per parlare di abbandoni e del fatto che nessuno ti possa salvare. Ma è davvero necessario dire queste cose in un modo nuovo? “About Farewell” è un album abbastanza tradizionale, eppure – o forse proprio per quello, perché forse certe cose hanno bisogno di una loro ortografia specifica, che è bene seguire, perché la forma è anche contenuto – … eppure ha tutto quello di cui abbiamo bisogno. Ci racconta qualcosa con un’esattezza disarmante. Quando un album e una certa grammatica musicale sono confortanti lo stesso, nonostante la consuetudine o per la loro consuetudine, cosa cercare in più? Rispetto alle prove precedenti della Diane, quest’ultimo album è ancora più spoglio: tutto è consegnato alla voce e alla chitarra e poco più, come se tutto il resto, le decorazioni, i colori, le foto fossero già state messe negli scatoloni, come se lei fosse pronta per andarsene. Questo è un disco di qualcuno che se ne va, prima di essere abbandonata. È un disco che non mostra debolezza, ma piuttosto la forza di chi, forse, sta perdendo tutto, ma che almeno c’ha provato, che si è messa in gioco o qualcosa del genere, che ha iniziato a tagliare i ponti che la univano con qualcuno o con tutti, perché è il solo modo per salvarsi. Forse non rientrerà nella top dei migliori album del 2013, ma che si è contenti sia stato scritto. Non racconta niente di nuovo, solo l’essenziale.

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


GRINGO STAR: ironici & bizzarri... vivaci & immediati!

RADI@zioni / Disco Hot N° 2:
GRINGO STAR “Floating Out To See” (2013)

Arrivano da Atlanta (Georgia, Stati Uniti d’America). Sono i Gringo Star, band dall’aria giocosa e un po’ ironica, lo deduciamo anche dal bizzarro e volutamente provocatorio nome che si sono scelti e che flirta con un certo retaggio “british”. Chissà cosa c’entra il batterista dei Beatles: il buon Ringo Starr?
Il gruppo è capitanato dai fratelli Furgiuele, Pete e Nicholas, coppia di chitarristi-cantanti alla guida di un quartetto tutto frenesia e citazionismo. Dal vivo amano scambiarsi gli strumenti, caratteristica alquanto curiosa questa dei Gringo Star. Il debutto è avvenuto nel 2007 con un E.P.
Ora invece, con questo nuovo album lungo sono riusciti a varcare i patri confini.
Vivacità e immediatezza invidiabili dalla loro parte, i Gringo Star sono capaci di mischiare le carte in tavola: punk rock, surf, country e un groviglio di riff che rimandano dritti a primi Kinks. Saranno una meteora o sentiremo ancora parlare di loro?
(Carmine Tateo)

Traccia consigliata: Find a love


venerdì 17 gennaio 2014

ARCADE FIRE: “Reflektor” è un album maledettamente ambizioso e presuntuoso!


RADI@zioni / Disco Hot N° 1:
ARCADE FIRE “Reflektor” (2013)
Preceduto da tanta pubblicità, anticipato da varie canzoni messe in circolazione sulla rete e disseminato indizi e graffiti un po’ dappertutto, è stato finalmente pubblicato “Reflektor”, 4° album per questi canadesi di Montreal.
“Reflektor” è un album maledettamente ambizioso e presuntuoso! Prodotto da James Murphy (leader dei LCD Soundsystem) è anche spudoratamente citazionista nei suoni e stracolmo di dettagli.
 “Reflektor” necessita di un ascolto più attento del solito anche perché alcuni brani contenuti in esso superano i 5 minuti.
Il disco è stato registrato in Giamaica con il fine di scioccare l’ascoltatore, ponendolo di fronte ad una decisione: piace o non piace!
La band mette in mostra un’insolita sinuosità che fino ad oggi aveva solo lasciato intravedere.
Secondo noi radi@ttivi mantiene molte delle promesse iniziali e alla fine risulta molto “popular”.
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:

JULIAN COPE, strampalato ed eccentrico come sempre!


JULIAN COPE “Revolutionary Suicide” (Head Heritage, 2013) – www.headheritage.co.uk

Tracklist Disc One:
01. Hymn To The Odin
02. Why Did The Chicken Cross My Mind?
03. The Armenian Genocide 

Tracklist Disc Two:
01. Revolutionary Suicide
 
02. Paradise Mislaid
03. Mexican Revolution Blues
04. Russian Revolution Blues
05. They Were On Hard Drugs
06. In His Cups
07. Phoney People, Phoney Lives
08. Destroy Religion


Uno strabiliante inno vaneggiante alla rivoluzione come repulisti per un mondo in collisione con se stesso. Un disco doppio che Julian Cope – lo stravagante artista del Galles – porta a termine come un sogno proveniente da un’ossessione interna, un’urgenza ispirativa, già manifestata con il precedente “Psychedelic Revolution” – anch’esso album doppio come questo che presentiamo – e che ancora riscuote emozioni di massa e benevoli apprezzamenti. “Revolutionary Suicide” è il nuovo capitolo di Cope, un doppio concentrato di poesia, ballate fricchettone sempre attuali e gioiellini sonori. Una prestazione sempre e comunque da tenere in mente perché artisti di questa stazza – sebbene sghembo e squadrato come si conviene ai veri “poeti folli” – non se ne “fabbricano” più e, come si dice, ogni lasciata è persa.
Si dica pure che Julian Cope è un po’ “fuori”. “Fuori come un balcone”, direbbe qualcuno… Potrebbe esserlo! Resterebbe, tuttavia, da capire fuori da cosa, o da dove? Stante il fatto che noi tutti che abbiamo a che fare con questo tipo di musica, tanto “dentro” non amiamo considerarci, abbiamo ora il compito di illustrarvi l’ultima produzione dell’arcidruido che meglio rappresenta le nostre ossessioni di un sano paganesimo. Nel disco Uno, in circa 30 minuti si ascoltano tre ballate, la folkeggiante “Hymn to the Odin”, la timida passata di pianoforte sopra un vocione lugubre alla Nick Cave di “Why did the chicken cross my mind” e i 16 minuti di “The Armenian Genocide”, stupenda giga di tamburo battente, chitarra acustica e cori attorno ad un falò: una sensazione crepuscolare e ricca di pathos. Il disco Due si discosta abbastanza dalla prima parte con sonorità stile anni ’60, come nella title-track, la patchanca ubriaca di “Mexican devolution blues”, bolle sintetiche come in “They were on hard drugs”, le chiazze psichedeliche della sua Inghilterra con “Phoney people, phoney lives” e tutto lo sperimentalismo di bonghi, suoni gutturali, vento e digrignamenti vari che “Destroy religion” mette in mostra, come in un commiato tribale, con l’intento di lasciare l’ascoltatore in balìa di un futuro incerto, nel vago delle visioni sciamaniche che la vita odierna ci nasconde. L’eccentrico Cope non si fa mancare nulla, tira fuori ancora una volta un gioiellino doppio che ha un suo preciso percorso emozionale ed è specchio di una poetica a suo modo maledetta, ma benedetta per i nostri padiglioni auricolari.
“Revolutionary Suicide” segue, a distanza di un anno, “Psychedelic Revolution” (doppio cd come il presente). In copertina si vede una sagoma umana, in cima a un dolmen crollato (forse lo stesso Julian Cope) che solleva, sembrerebbe, un Kalashnikov verso il cielo, tanto per confermare la matrice di un immaginario che l’autore mantiene in ambito rivoluzionario/barricadero. Il mondo del signor Giuliano sfugge in verità a qualsivoglia connotazione politica e infatti nelle note riportate sul booklet, si legge che l’album è stato ultimato il giorno dei funerali di Margaret Thatcher, buon’anima alla quale (per non dire altro) non augura alcun tipo di “R.I.P.”. A voi scoprire il perché, se la cosa interessa! A noi che ne scriviamo e ne parliamo, importa semplicemente che Julian Cope sia sempre l’amato artefice di imprese sonore cariche di quella particolare, squisita sofisticatezza stilistica, tipicamente “british”, oggi riscontrabile purtroppo in pochissimi altri autori. Cosa distanzia le sue attuali performance dalle prime esperienze solistiche? Poco o nulla, tanto che l’alto livello della sua produzione, pure se negli anni discontinua, ce lo riconsegna oggi, come ieri, ad una classicità incontestabile, vero stilema di un intero genere. Considerazione questa che probabilmente a lui stesso starebbe alquanto sulle palle, ma tant’è! Julian Cope resta un personaggio un po’ fuori e “Revolutionary Suicide” resta un album con il quale, ancora una volta, si perpetua la sua leggenda.
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


sabato 21 dicembre 2013

SAVAGES: Istinto selvaggio e sentimenti primordiali!


SAVAGES “Silence Yourself” (Matador Records/Pop Noire, 2013) - www.savagesband.com

Tracklist
01. Shut Up (guarda&ascolta)
02. I Am Here (guarda&ascolta)
03. City's Full
04. Strife
05. Waiting For A Sign (guarda&ascolta)
06. Dead Nature
07. She Will (guarda&ascolta)
08. No Face
09. Hit Me
10. Husbands
11. Marshal Dear (guarda&ascolta)


La storia inizia circa sul finire degli anni ’70 quando un ragazzo di nome Ian, appassionato di poesia e di musica rock, ha l'occasione di mostrarsi al pubblico di Manchester con la sua band: i Joy Division. La storia finisce nel maggio del 1980 quando il giovane Ian, ventiquattro anni appena, chiude il suo patto con il mondo impiccandosi nell'abitazione della natia Macclesfield, Cheshire, UK, inconsapevole di rappresentare da lì in avanti l'iconografia del post-punk, di aver gettato le fondamenta dell'intero movimento dark e d'incarnare il prototipo del dramma esistenziale post-moderno. Va bene, l’abbiamo presa un po’ alla larga, ma qualcuno potrebbe facilmente prendere spunto da questa storia per spiegare chi siano le Savages. Intanto arrivano da Londra e sono una band interamente femminile! C’è una voce androgina, quella di Jehnny Beth, c’è una chitarra corrosiva che è quella di Gemma Thompson e ci sono delle ritmiche di basso e batteria grazie a Ayse Hassan e Fay Milton. Ma non solo il suono avvicina la band di queste quattro londinesi ai quattro di Manchester. Ciò che rende appassionato e indissolubile il legame tra le compositrici di “Silence Yourself” e gli “sconfitti” di “Unknown Pleasures” è l'istinto, quel sentimento primordiale del compiere un'azione senza la necessità di elaborarla o di concepirla. E in effetti le Savages, con questo lavoro d’esordio non vogliono recapitarci qualcosa che già non sia in nostro possesso; loro pretendono di trasmettere l’unione tra la fisicità strumentale e la cruda emotività delle parole, prendendo a schiaffi i sentimentalismi scontati e suggerendo l’opportunità di starsene zitti, una volta ogni tanto. Le 4 Savages sono donne che vogliono fare le donne. Portatrici di un femminismo coscientemente femminile, non giocano a fare i maschietti agli strumenti, rimanendo fedeli alla sensibilità e alla forza che le contraddistingue. “Silence Yourself” è un disco muscolare e diretto, istintivo, che mozza il fiato come un pugno nella bocca dello stomaco, ma che in alcuni momenti accarezza con delicatezza le nostre teste, come a voler mostrare che una botta, seppur violenta, è necessaria per apprezzare il mondo che ci circonda, nitido, diretto, esente da quelle falsità strumentali che conducono invece alla Violenza vera, quella con la “V” maiuscola (http://www.ondarock.it/recensioni/2013_savages_silenceyourself.htm).
Sono un gruppo onesto le Savages e lo ammettono subito che in “Silence Yourself” non c’è nulla che musicalmente non si sia già visto e sentito. L’essenzialità della copertina in “black & white”, i ritmi sincopati alla Wire, distorsioni e sassofoni no-wave, un gran basso e una batteria primitivi e trascinanti che per impeto ricordano gli exploit delle prime Slits, l’urgenza di un cantato che unisce l’intensità e il piglio di Patti Smith e momenti à la Siouxsie & The Banshees. Queste ragazze però credono in quello che dicono, ci credono e molto. Un particolare non da poco, che le differenzia da tante altre colleghe. Senza indugi, senza fronzoli, badano alla sostanza, pretendono di essere ascoltate. E quando parlano d’amore lo fanno con insofferenza. Niente cuoricini e bigliettini di San Valentino, dunque. Il mondo che descrivono in “Silence Yourself”, un mondo in cui bisogna solo sorridere nonostante tutto, pedalare in silenzio e lottare per strappare agli altri un posto al sole, non le soddisfa neanche un po’. Tanto che sembra ne vogliano fare il funerale. “Silence Yourself” è il loro modo di ribellarsi, di mostrare il dito medio e dire che no, non hanno intenzione di stare zitte e incassare. Non sono ciniche, non rincorrono le mode Jehnny, Ayse, Fay ed Emma. La loro indignazione, il loro fervore, lo stupore per quanto poco si sia evoluta la razza umana sono sentimenti autentici. Ed è soprattutto questo a restare impresso nella memoria, quando l’album finisce. Magari le Savages non riusciranno nell’ambizioso progetto che hanno detto di voler perseguire: cambiare il modo in cui molte persone vivono i rapporti personali e affettivi, il proprio lavoro, attraverso la musica. Chissà, forse sono perfino un po’ ingenue a pensare di poterlo fare. Ma hanno tutta l’intenzione di volerci provare, di impegnarsi fino in fondo per raggiungere l’obiettivo. E di questo gli và dato atto e merito. Non solo convinte, ma anche convincenti (http://www.indieforbunnies.com/2013/05/10/savages-silence-yourself/).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


sabato 14 dicembre 2013

THE NATIONAL - Luminosamente oscuri!


THE NATIONAL “Trouble Will Find Me” (4AD, 2013) – www.americanmary.com

Tracklist:
01. I Should Live in Salt (guarda&ascolta: http://youtu.be/JK-EF9fAHIY)
02. Demons (guarda&ascolta: http://youtu.be/N527oBKIPMc)
03. Don’t Swallow the Cap (guarda&ascolta: http://youtu.be/gb6xroOHNKs)
04. Fireproof
05. Sea of Love
06. Heavenfaced
07. This Is the Last Time
08. Graceless (guarda&ascolta: http://youtu.be/Jpz_gUyImhw)
09. Slipped
10. I Need My Girl
11. Humiliation
12. Pink Rabbits (guarda&ascolta: http://youtu.be/7UcUBmlcrZc)
13. Hard to Find


Il successo anche dal punto di vista dei numeri del precedente album (“High Violet”) non ha scalfito la classe e l’urgenza espressiva di Berninger e soci. Il cantante, abbandonate da un paio d’anni le bionde alla nicotina nel taschino della memoria, sfoggia un timbro mai così pulito e fragili linee vocali di bellezza mai così cristallina, anche se alcuni, probabilmente, preferiranno il Matt più sporco di qualche anno fa.
Allargando la visuale, pensando a tutto l’album e al lavoro di tutti i membri, rimane quell’impressione, come nel recente passato, di un tentativo di ammodernamento e crescita che fa pensare ad un movimento “laterale”, nel senso che non vi sono grandi rivoluzioni del sound della band, ma si rinviene un’attitudine che mira sempre di più alla cura del piccolo dettaglio e, al contempo, alla ripulitura delle strutture, a favore di azzeccate scelte di stampo ancora più minimalista, che però in realtà nascondono, probabilmente, un enorme lavoro di rifinitura. Ordunque, The National, pur riconoscibilissimi, danno l’idea di aver creato qualcosa di nuovamente necessario, un ulteriore capitolo senza il quale forse non li avremmo mai davvero compresi fino in fondo. Sono canzoni che hanno tutta l’aria di essere rimaste intrappolate nel tempo. Come se fossero sempre esistite. Più che mai liberatorie, grazie soprattutto a certi finali di splendore epico che fanno accrescere quella sensazione sempre più pulsante di trovarsi di fronte a un insospettato vero e proprio passo in avanti, cosa che non è del tutto chiara durante i primi ascolti. Ma un album dei The National è pur sempre una scoperta. È come una amica che conosci da sempre ma che, piano piano, apprezzi sempre di più, fino ad innamorartene perdutamente e, … come dire?… è un po’ come dimenticare te stesso per trovare un amore che pareva ormai perduto… e, paradossalmente, ritrovare te stesso!
Tutto il disco, comunque, si attesta su livelli altissimi, dall’iniziale, accorata “I Should Live In Salt”, alla martellante-con-dolcezza “Don’t Swallow The Cap”, fino alle ballads una più maledettamente triste, tenera e bella dell’altra (“Slipped”, “Pink Rabbits” e “Hard To Find”), ed è tutto dire! Cresce inesorabilmente ascolto dopo ascolto questo “Trouble Will Find Me”, fino a contribuire a comporre un’opera che – non ce lo saremmo mai aspettato dopo tre bellissimi album consecutivi – appare di nuovo incantevole. L’ennesima prova di generosità di una band figlia di un tempo arido e avido. (www.indieforbunnies.com/2013/05/20/the-national-trouble-will-find-me/)
Volendo ripensare un attimo al percorso fin qui seguito dai The National: “Boxer” rimarrà il disco che ha delineato il loro suono e ha fatto far loro il salto di qualità, anche in termini di copie vendute. Ma, per qualità, “Trouble Will Find Me” si pone solo poco al di sotto di quel capolavoro. Più ricercato e maturo di “Alligator”, più compiuto di “High Violet”, il disco riconferma a livelli altissimi una band che non avrebbe comunque nulla da dimostrare. E lo fa utilizzando le armi di sempre, ma con una sensibilità nuova, meno combattiva e più magnetica, più intima, continuando sulla strada tracciata dall'album precedente (che è “High Violet”), ma guadagnando in intensità. In definitiva The National si prendono pochissimi rischi, auto-celebrano la propria maturità artistica e citano spesso se stessi, ma con una classe che è data, oggi, a pochissimi. Nulla in più di quello che vorresti ascoltare. Uno dei dischi dell'anno! (www.indie-rock.it/recensioni_look.php?=1608)

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


sabato 7 dicembre 2013

SEBADOH: Indie rock come ormai se ne sente davvero poco in giro!

SEBADOH "Defend Yourself" (Joyful Noise, 2013) www.sebadoh.com

Tracklist:
01. I will (guarda&ascolta: http://youtu.be/UBWWL0nh9kI)
02. Love you here
03. Beat
04. Defend yr self
05. Oxygen
06. Once
07. Inquiries
08. State of mine
09.
Final days (guarda&ascolta: http://youtu.be/I_2IRcTTPNI)
10. Can’t depend
11.
Let it out (guarda&ascolta: http://youtu.be/ULvxmRc3PiM)
12. Listen (guarda&ascolta: http://youtu.be/kc3nDOeOrgc)
13. Separate


I Sebadoh sono uno dei tanti progetti di Lou Barlow, probabilmente il più celebre dopo i Dinosaur Jr. (con J. Mascis). Una creatura seminale, ispirata e prolifica come poche (sono ben 9 gli album licenziati tra il 1989 e il ’99) che però lo stesso Barlow ha lasciato riposare per la bellezza di quasi 15 anni: l’ultimo lavoro in studio, l’omonimo “The Sebadoh”, risale infatti al lontano 1999. Un periodo di pausa interrotto prima nel 2007 con la ripresa ufficiale dell’attività live, poi nel 2012 con un EP (“Secret Ep”) ed infine oggi con l’uscita di questo nuovo “Defend Yourself”. 13 nuovi brani che segnano il ritorno effettivo di una delle band più significative della scena indie-rock / lo-fi al pari dei Pavement di Stephen Malkmus, dei Superchunk e dei Guided by Voices. Un disco nato proprio grazie ai live che hanno permesso ai membri della band di far coincidere nuovamente le proprie agende, trovando così il tempo di tornare in studio per confezionare un lavoro che pare non risentire affatto del (tanto) tempo ormai passato. La lingua parlata è sempre quella dell’indie rock, della melodia e delle distorsioni di categoria “do it yourself”: in altre parole una garanzia! (www.rockol.it/vetrina-8393/sebadoh-defend-yourself)
Immaginate di scartare un regalo che aspettavate da tempo. Immaginate che tutti i suoni ormai lasciati nel dimenticatoio dei prolifici primi anni ’90 del migliore ed originale indie vengano ri-assemblati in un unico oggetto e donati al suo affezionato - e forse anche un po’ ormai arreso - pubblico, per far magicamente rivivere il suono grezzo del più autentico lo-fi. “Defend Yourselfemoziona nuovamente come un tempo. “Difendi te stesso”: i Sebadoh, forse semi-inconsciamente (come da loro dichiarato in recenti interviste) hanno realizzato che la loro vera reunion è avvenuta dopo aver riascoltato il tutto a disco terminato; si sono resi conto che quei suoni erano inaspettatamente vicinissimi a quelli di inizi carriera, avevano difeso da ogni deviazione se stessi e l’estetica che li aveva fatti nascere, quasi tanti anni non fossero mai passati ed il tempo si fosse congelato. Ma questo album non è per niente scontato, non annoia e, anzi, sorprende. Un regalo scartato che si è rivelato piacevolissimo (http://www.distorsioni.net/canali/dischi/defend-yourself).
Bene, alla voce “reunion riuscite con il buco”, reunion di vecchie glorie dei ’90, possiamo ufficialmente aggiungere anche quella dei Sebadoh, che i più penserebbero al traino di quella dei Dinosaur Jr. e invece no, perché Lou Barlow e Jason Loewenstein non hanno mai smesso, neppure a distanza, di lavorare insieme. Ma non è stata la rimpatriata celebrativa del 2007 con la testa matta Eric Gaffney (per la riproposizione dal vivo diBubble And Scrape”) ad accendere la miccia per questo “Defend Yourself”, quanto la stretta frequentazione di Jason con il batterista Bob D’Amico nel corso di quell’altra incredibile avventura chiamata Fiery Furnaces. Oh mamma, direte voi, una rifondazione art-pop-prog-psych sotto l’influsso dei terribili fratelli Friedberger? Macché: per quanto suoni banale dirlo queste canzoni sono Sebadoh 100%. Il sound è sporco il giusto. Lo stile è riconoscibile all’istante eppure l’effetto nostalgia stavolta, pur essendoci inevitabilmente, viene sovrastato da qualcos’altro. Qualcosa che ci piacerebbe chiamare maturità, ascoltando l’inizialeI Willo “Let It Out”, la quasi morbida “Listene soprattutto la cavalcata “Final Days”; ma spendere quella parola - maturità - sarebbe un’altra ovvia banalità, meglio dire che questo è esattamente il disco che ci si aspettava dai Sebadoh nel 2013. Ovvero un disco di indie rock come ormai se ne sentono davvero pochi in giro! (http://sentireascoltare.com/recensioni/sebadoh-defend-yourself/).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.




domenica 1 dicembre 2013

FATES WARNING - L’oscurità vista in una nuova luce!


FATES WARNING “Darkness In A Different Light” (Inside Out, 2013) – www.fateswarning.com

Tracklist:
01. One Thousand Fires (guarda&ascolta: http://youtu.be/uapH3PTmSZk)
02. Firefly (guarda&ascolta: http://youtu.be/ReoQw9ua9_Y)
03. Desire
04. Falling
05. I Am (guarda&ascolta: http://youtu.be/bvzjBnsDy2Q)
06. Lighthouse
07. Into the Black
08. Kneel and Obey
09. O’Chloroform
10. And Yet it Moves (guarda&ascolta: http://youtu.be/1WiIUQ4X-i4)





… dove eravamo rimasti? Era il 2004, ben 9 anni fa, quando i Fates Warning pubblicarono la loro decima e, fino ad allora, ultima fatica: quel “FWX” dignitoso ma non indimenticabile, soprattutto se paragonato ai suoi ingombranti predecessori. La band del Connecticut, autentica antesignana del movimento progressive-metal (ancor prima di altri più affermati mostri sacri quali Queensrÿche e Dream Theater), sembrava avesse perduto l’ispirazione tanto da far dubitare sul reale prosieguo dell’attività. Ma molto è accaduto da allora! (www.ondarock.it/recensioni/2013_fateswarning_darknessinadifferentlight.htm). 
In questo lungo periodo i membri della formazione americana non sono affatto rimasti inattivi. Si sono dedicati a vari progetti (O.S.I., Armored Saint e Redemption tra gli altri) e in tempi più recenti hanno iniziato a far circolare sempre più insistenti le voci relative ad un possibile nuovo lavoro in studio, fino all’annuncio che un album intitolato “Darkness In A Different Light” avrebbe visto la luce negli ultimi mesi del 2013. E così è stato! In realtà un assaggio delle capacità della nuova formazione dei Fates Warning, con Bobby Jarzombek dietro le pelli al posto di Mark Zonder ed il ritorno dello storico chitarrista Frank Aresti, lo si era già avuto con “Sympathetic Resonance”, pubblicato soltanto un paio di anni fa sotto il nome Arch/Matheos, ma che in realtà vedeva una formazione identica a quella dei Fates Warning ad eccezione di John Arch dietro al microfono, al posto di Ray Alder.
La caratteristica più evidente di “Darkness In A Different Light” è un sound pesante e serrato, che si discosta dallo stile tipico dei Fates Warning anche più di quanto non lo avessero già fatto le ultime uscite in studio. Già nell’opener “One Thousand Fires” la band dimostra di essere in una fase di notevole ispirazione chiarendo, fin da subito, che gli intenti sono seri e sinceri. Se nel singolo “Firefly” flirtano con melodie ammiccanti in cui riecheggiano fugacemente i fasti del loro glorioso passato, “I Am” unisce linee vocali a passaggi che sembrano essere presi in prestito dai Tool, mentre “Desire” presenta uno dei ritornelli più coinvolgenti e convincenti mai scritti dal gruppo. Un approccio più “glaciale” emerge invece, con prepotenza, soprattutto nella tetra “Lighthouse” e nei riff di “Kneel And Obey”, scandita da un ipnotico drumming. Ed è proprio la prestazione di Jarzombek uno dei punti di forza di “Darkness In A Different Light”: il batterista detta i tempi con una pulizia ed una sicurezza impressionante senza mai invadere la scena, come anche gli altri membri del resto. Alder non sovrasta mai lo sfondo musicale, mentre le due asce, Matheos e Aresti, danno sfogo al loro gusto e alla loro creatività principalmente nel riffing, concedendosi solo sporadicamente a qualche breve assolo. Questa peculiarità emerge prepotentemente nel gigante posto in chiusura, “And Yet It Moves” che racchiude in 14 minuti tutto quello che i Fates Warning hanno rappresentato (e ancora rappresentano) per il progressive. Insomma, si tratta di un capolavoro da scoprire che difficilmente lascerà indifferente chi li ha amati. Del resto chi li conosce è cosciente del fatto che il gruppo americano è una garanzia in termini di qualità: “Darkness In A Different Light” ne è un’ulteriore prova, rivelandosi essere un album solido e convincente fin dal primo ascolto. Un acquisto consigliato per tutti gli amanti del genere. Ci auguriamo che non occorrano altri 9 anni per ascoltare del nuovo materiale siglato Fates Warning! (www.truemetal.it/cont/articolo/darkness-in-a-different-light/65338/1.html).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.

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