domenica 3 luglio 2011

THE FEELIES: dopo 20 anni di silenzio... un futuro tutto da scrivere!

THE FEELIES Here Before” (Bar None, 2011)
www.thefeeliesweb.com
Tracklist: 
1. Nobody Knows
2. Should Be Gone
3. Again Today
4. When You Know
5. Later On
6. Way Down
7. Morning Comes
8. Change Your Mind
9. Here Before
10.
Time Is Right
11. Bluer Skies
12. On and On
13. So Far



Anche se non sono mai stati pienamente riconosciuti i loro meriti, i Feelies occupano, in termini di popolarità, un posto di prestigio in un ideale albero genealogico che possa certificare la nascita di certa New Wave. Il loro "Crazy Rhythms" si può certamente considerare tra i punti più alti toccati da una band al proprio esordio. Uscito nel 1980 conteneva un’esplosiva miscela tra il rock più colto e decadente del decennio precedente (Velvet Underground, Television, Talking Heads) e le tipiche derivazioni folk rock americane. In anni di finte reunion, quella rimessa in piedi da Bill Million e Glenn Mercer, senza puzzare di vecchio, pare ispirata pur sembrando il giusto seguito alla rottura avvenuta anni fa. Ora che l'anello mancante e di congiunzione tra passato e presente è stato aggiunto, il loro futuro è ancora tutto da scrivere! (http://enzocurelli.blogspot.com/2011/04/recensione-feelies-here-before.html)
Se vi è capitato già di leggere qualche recensione sul nuovo album dei The Feelies, probabilmente vi sarete dovuti sorbire, come minimo, un paragrafo su chi sono stati, ciò che hanno rappresentato, e… bla bla bla. Ora, visto che anche noi di “Radi@zioni” vorremmo raccontarvi del loro ritorno sulle scene dopo 20 lunghissimi anni di silenzio, scegliamo di saltare a piè pari l'ovvia introduzione e, semmai, di rimandarvi al disco chiave “Crazy Rhythms”, per altro ripubblicato di recente dalla Domino Records. Dicendo subito che “Here Before” non è un imprescindibile capolavoro, non ce la sentiamo di prendercela con una band che mettendoci la faccia si ripresenta con un onesto pop elettro-acustico di chiara matrice Velvet Underground (quelli di Loaded per intenderci), quindi pieno di melodie neanche così ovvie, e di una delicatezza ben calibrata. Il primo verso dell'album, peraltro, domanda "Is it too late to do it again?". Beh, vista la qualità media del songwriting, sembrerebbe proprio di no, perché appunto “Here Before” si fa ascoltare da cima a fondo scivolando via con leggerezza, tanto che ci si ritrova a metà corsa senza neanche accorgersene: no, non pare proprio il disco di un gruppo di ultracinquantenni! (http://www.panopticonmag.com/recensioni/rockville/1310-the-feelies-2011-here-before.html)
Altra carrozza da aggiungere al treno delle reunion, quindi! The Feelies tornano in pista, a più di 20 anni dal loro ultimo disco (se escludiamo l’esperienza dei derivativi Wake Ooloo tra il ’94 e il ’96 per Glenn Mercer e Dave Weckerman, ossia 2/4 dei Feelies) e a più di 30 dall'imprescindibile esordio “Crazy Rhythms” degli stessi Feelies, pilastro della new wave in chiave pop. Ora, nonostante una buona dose di curiosità, le aspettative che questo genere di operazioni portano con sé sono già più o meno calibrate, e si riducono nell'auspicio di un buon ascolto, con brani in grado di reggere il confronto dei vecchi fasti, e poco altro. Il che è esattamente quello che troverete in questo Here Before”, un disco pop-rock fedele al marchio Feelies, e che anzi ne rappresenta una piccola antologia. C'è la sezione ritmica up-tempo, i brani giocati su pochi riff e brevi assoli di chitarra, i coretti melodici in background come nel caso della title-track. Nel complesso si accentua la passione per il pop, con la chitarra acustica che trova più spazio e strappa applausi nella pregevole Bluer Skies”, che pare venir fuori direttamente dalla penna degli Yo La Tengo, o in Morning Comes”, ballata dal gusto 90’s sul sentiero dei migliori Gomez. Il resto dell'album (dal gusto più ottantottino) serve a ribadire l'ottima capacità di scrittura dell'accoppiata Mercer/Million, che riesce a rinverdire lo spirito punk-wave degli esordi (“Time Is Right”), a ripercorrere con successo i binari power pop (“Again Today”) e a concedersi anche alla passione per i Velvet Underground (“On And On”). Un disco che si insinua a tinte chiare e carico di un'aura positiva, rappresentando un più che gradito ritorno; certo è un po' monocorde e non riserva grandi sorprese, ma d'altronde non è qui che bisogna cercare la luna! (http://www.sentireascoltare.com/recensione/8566/feelies-the-here-before.html)


“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it


sabato 4 giugno 2011

BILL CALLAHAN: “Apocalypse” è un luogo ove pochi artisti sono in grado di giungere

Bill Callahan “Apocalypse” (Drag City, 2011) www.dragcity.com/artists/bill-callahan

Tracklist: 
01. Drover
02. Baby's Breath
03. America!
04. Universal Applicant
05. Running For The Feeling
06. Free's
07. One Fine Morning

Con “Apocalypse” è stato amore a primo ascolto e a prima vista. A prima vista perché affascina l’immagine di copertina del cd: una montagna incantata e diabolica rivelatasi essere, per la cronaca, il Mule Ears Peak sito in Texas in un dipinto di Paul Ryan. A primissimo ascolto invece, perché la voce di Bill Callahan, con le dovute proporzioni e profondità ricorda quella dell’imprescindibile fuorilegge solitario Johnny Cash. Una voce che amplifica e moltiplica le emozioni, tanto imponente da rendere le pause e i silenzi parti integranti delle composizioni. Sette canzoni, sette affreschi. Canzoni dalla lunghezza poco radiofonica che si prendono tutto il tempo che necessitano per svolgere al meglio le storie raccontate, canzoni che vanno gustate e seguite con i testi sotto mano per poterne apprezzare la prosa oltre che la precisa struttura musicale. (www.rockol.it)
Piacerebbe evitare il solito elenco, giudicare invece il disco nel suo complesso ed elogiarlo per la sua ormai usuale raffinatezza, ma sarebbe un peccato tacere dell'incedere dritto e solenne delle chitarre che portano a trionfo la timbrica inconfondibile del nostro in “Drover”, così come non si può non menzionare i singulti delle stesse in “Baby's Breath”: è un dittico di apertura in cui subito traspare il consueto gran gusto nel pensare canzoni come fossero suite. I crescendo, gli stacchi, le accelerazioni improvvise, i cambi di tempo: tutto è organizzato alla perfezione, come se la musica fosse la colonna sonora di un film la cui trama è enunciata nelle liriche, sempre ispiratissime. A mettere il punto su queste progressioni interviene dunque il quasi-funk di “America!”, all'insegna di un groove pressoché costante ma disturbato da riff di chitarra che sporcano tutto come nelle migliori pagine dell'indie-rock anni ’90: è l'apice del disco, già ora tra i brani più eccitanti del 2011. (www.sentireascoltare.com)
Di contro alla morbida densità sperimentata negli arrangiamenti di archi e fiati e nel tono dolcemente malinconico del disco precedente, qua il linguaggio, pur nella sua essenzialità, appare disarticolato, espressionisticamente scomposto. A cucire e dare unità è la voce di Callahan, fulcro emotivo e stilistico che riconduce i vari elementi sparsi del suo folk non ortodosso a un'unità di significato. I colori della tradizione sono mescolati per creare qualcosa che non è tradizionale ma risulta comunque familiare. È il suono di un mondo interiore che concilia gli opposti, ricompone fratture e crea armonia dalla tensione. La precedente raccolta, “Sometimes I Wish We Were An Eagle” (2009), era stata definita, da certa critica, opera di transizione, di passaggio. “Apocalypse” mostra che il punto di (momentaneo) arrivo è un luogo ove pochi artisti sono in grado di giungere. (www.rootshighway.it)
(Rino De Cesare)


a cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo


“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio www.ciccioriccio.it di Brindisi.



domenica 22 maggio 2011

EVERGREY: nuovo album e nuovo spirito per affrontare il futuro

EVERGREY “Glorious Collision” (SPV, 2011) - www.evergrey.net

Tracklist:
1. Leave It Behind Us
2. You
3. Wrong
4. Frozen
5. Restoring The Loss
6. To Fit The Mold
7. Out Of Reach
8. The Phantom Letters
9. The Disease ...
10. It Comes From Within
11. Free
12. I'm Drowning Alone
13. ... And The Distance

Come può una band in giro fin dal 1995, con otto album più o meno interessanti alle spalle e con un cambio di line up che di recente ne ha drasticamente rivoluzionato per ben 3/5 le fila, risultare ancora affidabile quanto ad impegno e creatività? Beh, la risposta la troviamo nelle tredici tracce di questo album che è davvero un piccolo capolavoro! Denso, vibrante, emozionale, pregevole per suoni chitarristici e pienezza delle ritmiche, ed arricchito da eleganti inserti di tastiere, questo disco è la risposta migliore che Tom S. Englund, l’uomo che regge le sorti degli Evergrey, potesse dare a chi li dava ormai per spacciati. Davanti ad un songwriting nuovamente fresco ed ispirato, a poco dunque serve fare le pulci sull’inserimento dei nuovi membri della band: i suoni composti da Englund sono così organici e avvolgenti che ogni nuovo elemento sembra suonare perfettamente a proprio agio, producendo un suono che è definibile al 100% Evergrey. Così, tutti gli elementi comuni ai vecchi album si ritrovano in queste tracce, arricchiti dai ‘segni’, da quelle cicatrici che le esperienze trascorse hanno lasciato sull’animo della band. Volendo citare qualche pezzo si può nominare la bella opener "Leave It Behind Us", struggente e avvolgente, oppure la altrettanto malinconica “Wrong”, sempre impreziosita da un lavoro impressionante dietro la tastiera. E ancora si possono citare la turbolenta “Out Of Reach” o la più melodica “The Phantom Letters”, notandole per la bella prestazione vocale di Englund, profonda e sofferta, ma quali che siano le canzoni che piaceranno di più all’ascoltatore, la conclusione è che questo “Glorious Collision” ci presenta quello che sono gli Evergrey attuali, ovvero una band che con successo è riuscita a fare il punto di una situazione difficile e trovare un modo di continuare, regalandoci così un grande disco (http://www.metalitalia.com/cds/view.php?cd_pk=9734).
La bellezza degli Evergrey è sempre stata quella di essere originali in un mondo, come quello musicale, intasato da uscite discografiche di ogni genere. Il loro sound nel complesso è sempre stato unico e particolare, a conferma della loro fortissima personalità ed abilità compositiva. Questo pregevole "Glorious Collision", ultima fatica discografica della band svedese, non viene meno al concetto appena espresso.
Oggi c'è uno spirito nuovo, c'è una nuova aria e c'è una nuova linfa e si sente in modo netto e determinato. "Glorious Collision" è, senza alcun dubbio, l'album più maturo e riuscito del combo scandinavo, che torna sul mercato discografico a distanza di ben tre anni dal precedente "Torn". Il power/progressive degli Evergrey è sorretto da chitarre taglienti e pungenti, capaci di creare un muro sonoro dotato di un impatto molto forte. Questo nel complesso, è un disco che si ama sin dal primo ascolto, ma che, come come un bicchiere di vino pregiato, si riesce ad apprezzarne il sapore nel tempo. Ottima la prova di Tom S. Englund dietro al microfono. Eccellente infine la produzione, molto moderna ed attuale, ma anche pulita ed all'avanguardia da ogni punto di vista. Un disco candidato ad essere una delle migliori uscite dell'anno
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


THE STROKES: è arrivata la primavera con "Angles"

THE STROKES “Angles” (2011)

6 anni, tanti ne sono passati da “First Impression Of Heart”, l’ultima pubblicazione targata Strokes. Al suo esordio, nel 2001, la band newyorkese aveva fatto parlare molto bene di se, ma prima dell’uscita di questo nuovo lavoro – soltanto il 4° in ben 10 anni di attività – si respirava aria di scioglimento: due anni di registrazioni buttati nel cesso, produttori che entravano e uscivano… brutta aria, insomma! Ma alla fine la buona ragione ha prevalso e The Strokes hanno partorito “Angles”. Sono 2 le novità da segnalare: la 1ª è rappresentata dal massiccio utilizzo di tastiere e campionamenti; la 2ª è che Mr. Casablancas ha fatto un passo indietro lasciando ai suoi compagni l’arduo compito di scrivere il 70% di musiche e testi. 10 brani ben piazzati offrono un’eccellente performance che, seppur relativamente breve, è piena di tecnica, inventiva e genialità, di melodie lineari, immediate ed orecchiabili. Un album, in definitiva, non sensazionale ma che guadagna punti ad ogni ulteriore ascolto.
La primavera è già arrivata! Quest’anno, oltre ai fiori sui prati e al caldo già quasi estivo, ha portato anche il nuovo disco dei The Strokes!!!
(Carmine Tateo – carmine.taty@live.it)


venerdì 6 maggio 2011

ALELA DIANE & WILD DIVINE: Un disco solare e diretto, che non ricorre ad inutili orpelli per conquistare cuore e mente

ALELA DIANE “Alela Diane & Wild Divine” (Rough Trade Records, 2011)

Tracklist:
01. TO BEGIN
02. ELIJAH
03. LONG WAY DOWN
04. SUZANNE
05. THE WIND
06. OF MANY COLORS
07. DESIRE
08. HEARTLESS HIGHWAY
09. WHITE HORSE
10. RISING GREATNESS


Alela Diane è cambiata; non è più quella dolce folk singer tanto ammirata dalle comunità hippie, che faceva gridare al miracolo con quel piccolo capolavoro, “The Pirate's Gospel”, bensì un'artista affermata che incide per una importante etichetta come la Rough Trade. Due anni sono passati da quando uscì il suo secondo capitolo, quello splendido “To Be Still” che la consacrò come la rivelazione del nuovo folk al femminile. Nel frattempo si è sposata con il suo bassista (ora chitarrista) Tom Bevitori e ha girato il mondo in lungo e in largo con la sua band, i Wild Divine, che include l'altro Tom della sua vita, Tom Mening padre di Alela alla chitarra solista, il bassista Jonas Haskins e il batterista Jason Merculief. Grandi sono state le attese e le speranze per il suo terzo album (il difficile album della maturità!), che ha visto la cantautrice di Nevada City passare dal folk acustico costruito su ballate intime, oniriche ed acustiche a brani elettroacustici supportati a 360° da tutta la band. Quello che è sicuramente rimasto è la sua dolce e inconfondibile voce, insieme ai suoi testi che restano sempre evocativi e ancorati alla bellezza della natura che ci circonda e alle gioie e dolori della vita. (www.rootshighway.it)
Da sempre la Diane si è presentata quale vestale della tradizione musicale americana ed era chiaro che la sua ricerca voleva porsi come un’esplorazione a tutto campo del passato, con una predilezione per gli anni Sessanta. Ora, con una più vasta tavolozza timbrica a disposizione, le è possibile realizzare più compiutamente quanto stava covando in nuce. Lo provano episodi vibranti come il country folk elettrico di “Long Way Down”, quasi Dylaniano nel suo incedere, il blues parimenti elettrico di “White Horse”, la solida ballata “Of Many Colors” e la lievemente psichedelica “Heartless Highway”, quest’ultimo il momento più smaccatamente 70’s di tutto il disco, complici anche i riverberi di hammond che lo guarniscono. Non sono comunque sparite le composizioni più austere e brumose, quelle in cui la voce della cantautrice si lascia accompagnare da una chitarra acustica e poco altro. Anzi, una di esse risalta per fuoco interpretativo e intensità fuori dal comune: “Elijah”, in cui la voce di Alela somiglia molto a quella di Joan Baez, pur rimanendo ugualmente personale. L’apice dell’opera è “Suzanne”, che la musicista dedica alla madre, e che riesce nell’intento di sintetizzare le due anime dell’artista, quella più nostalgica e malinconica e l’altra, la più estroversa, grazie a un crescendo di forte presa emotiva. (www.outune.net)
Sarà che il suonare in famiglia era usuale nell’ambito del country rock (e non si vada con la mente troppo lontano, Cash e Carter sono ancora oggi attualissimi), certo è che l’aver lavorato in un clima di rilassatezza e benessere è sembrato decisivo per una definitiva conferma del talento dell’artista. Merito dell’estrema levigatezza del risultato va per certo al lavoro assai discreto di Scott Litt (in passato al lavoro con R.E.M., Nirvana e The Replacements) in fase di produzione, estremamente rispettoso del suono naturale della band, ma a svettare su tutto è un utilizzo esemplare della voce, delicatissima nel sottolineare i cambi di registro e lontana anni luce dalla manierata retorica di una Dolores O’Riordan, che pure potrebbe essere l’accostamento più ovvio; al contrario, si rimane affascinati dalla lucentezza di un timbro deciso e di immediata espressività, quasi miracoloso per il modo in cui riesce a cullare ma mai a vezzeggiare l’orecchio. Un disco solare e diretto, che non ricorre ad inutili orpelli per conquistare cuore e mente dell’ascoltatore. (www.indie-eye.it

(Rino De Cesare)


“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio www.ciccioriccio.it di Brindisi.


giovedì 28 aprile 2011

SUBSONICA: si dice in giro che "Eden" sia il loro disco più "pop"...


SUBSONICA “Eden” (2011)

Era da un po’ di tempo che il nome dei Subsonica non balzava agli onori della cronaca musicale, vuoi per le varie collaborazioni dei componenti ad altri progetti, vuoi per la presunta mancanza di idee nascosta con la pubblicazione di un “inutile” greatest hits…
il forzato isolamento in una casa vicina ad un bosco pare che dei risultati, anche se modesti, li abbia dati… Certo, la strada che li possa ricondurre a bissare il clamoroso successo di “Microchip Emozionale” è ormai lontana, e in una canzone di questa raccolta lo ammettono ironicamente anche loro, ma certo drum’n’bass riemerge qua e là.
“Eden” sembra avere un lato “A” e un lato “B” dove quest’ultimo è la parte migliore anche se in linea con la “vecchia” linea dei Subsonica. Qualcuno potrebbe lamentare che questo disco non regga il confronto con il loro passato, ma l’importante è che la band stia rientrando in carreggiata… o almeno, lo speriamo!

(Carmine Tateo)

per qualsiasi commento scrivete a: carmine.taty@live.it


ELBOW: pop colto e raffinato... quasi neo-prog!

ELBOWBuild A Rocket Boys!" (Universal, 2011) – www.elbow.co.uk

Tracklist:
The birds
Lippy kids
With love
Neat little rows
Jesus is a Rochdale girl
The night will always win
High ideals
The river
Open arms
The birds (reprise)
Dear friends


Manchester: dev'esserci qualcosa di speciale nell'aria dell'uggiosa città inglese. Nonostante il passare degli anni e il rinnovarsi degli stili musicali, da queste case di mattoni rossi continuano ad uscire gruppi notevoli. Uno degli ultimi a entrare (anche se tardivamente) nelle cronache musicali sono stati gli Elbow, formatisi proprio a Ramsbottom, piccolo centro nel nord dell'area urbana di Manchester. Molto sottovalutati ad inizio carriera, i cinque sono arrivati alla consacrazione nel 2008 grazie all'ottimo "The Seldom Seen Kid". Ora, a distanza di tre anni, "Build A Rocket Boys!" riporta sulle scene questo collettivo guidato dal barbuto Guy Garvey, uno che a vederlo sembrerebbe tutto tranne che una rock star. A vederlo, appunto. Perché quando inizia a cantare è tutta un'altra storia (http://www.rockol.it/recensione-4547/Elbow-BUILD-A-ROCKET-BOYS).
Isola di Mull, Arcipelago delle Ebridi Interne, Scozia orientale: paesaggio brullo e desolato, atmosfera uggiosa, il vento che ti sferza la faccia e la pioggia, fitta e leggera, che non sembra nemmeno che ti stia bagnando. Un gregge di pecore attraversa pigramente la strada e ti tocca aspettare a motore spento. Fai anche un cenno con la mano al pastore che invece ti ignora. Passa e va. Un pub oscuro e fumoso con le panche di legno e i vecchi avventori dalle ogte rosse che urlano con un bicchiere di whisky tra le mani. È qui che la band di Manchester si è ritirata per registrare l’atteso seguito di quel “The Seldom Seen Kid” (un estratto del quale, “Grounds For Divorce”, è stato anche scelto dai fratelli Coen per il trailer di “Burn After Reading”) che aveva stregato critica e pubblico,e questa scelta si riflette ancora una volta nell’intensa malinconia del loro nuovo lavoro (http://www.piacenzasera.it/app/document-detail.jsp?id_prodotto=6107&IdC=1146&tipo_padre=0&IdS=1146&tipo_cliccato=0&com=c)
Gli Elbow non sono certo degli esordienti: l'album in questione è il loro 5° in studio. Le differenze stilistiche con il precedente disco non sono molte, ma quello che stupisce è la qualità delle canzoni che il gruppo riesce a proporre anche stavolta. L'iniziale "The Birds", ad esempio, costruita su un crescendo lento e inesorabile, potrebbe non convincere ai primi ascolti ma si dimostra col tempo una grande canzone, mirabile per come incastra la voce di Garvey in un tappeto di tastiere e archi. Merito di un arrangiamento apparentemente minimalista, ma in realtà complesso e stratificato, seguendo un po' la lezione di Peter Gabriel e un po' quella dei Radiohead post "Kid A". E proseguendo nell’ascolto non mancano altre belle sorprese: "Lippy Kids", guidata da un loop di pianoforte, arricchita dallo Halle Youth Choir, è uno stupendo affresco sulla gioventù di Manchester tra passato e presente, tra i ricordi di Garvey da bambino e gli angoli delle strade di oggi… un tema portante del disco, in modo curiosamente simile a quello di "The Suburbs" degli Arcade Fire. Nostalgia e malinconia a parte, ci sono anche un paio di brani più movimentati: "Neat Little Rows", non a caso scelta come singolo e costruita su un robusto riff di basso, e "High Ideals", altro pezzo brillante, arricchito da un synth tanto bello quanto inaspettato. Il cerchio si chiude con la rilassata "Dear Friends", una ballata che Guy dedica ai suoi compagni della band e che suona come la fotografia esatta della band in questo momento. Dopo la consacrazione di "The Seldom Seen Kid", possiamo tranquillamente affermare che "Build A Rocket Boys!" sia il disco della conferma: gli Elbow sono un'ottima band, in grado come poche di fare musica pop colta ma al tempo stesso fruibile (http://www.rockol.it/recensione-4547/Elbow-BUILD-A-ROCKET-BOYS).
Un consiglio: è un disco da ascoltare in cuffia, per meglio apprezzare la cura maniacale degli arangiamenti, la precisione e lo stile dei dettagli, la raffinatezza delle sovrapposizioni tra trame classiche, effetti digitali e campionamenti. Le stelle polari per gli Elbow sono i capostipiti del rock britannico colto e ambizioso: Eno, Fripp, Wyatt, Sylvian e, soprattutto, Gabriel (in “The River” la voce di Garvey ricorda in maniera davvero spaventosa quella dell’Arcangelo di Bath) (http://www.piacenzasera.it/app/document-detail.jsp?id_prodotto=6107&IdC=1146&tipo_padre=0&IdS=1146&tipo_cliccato=0&com=c)
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


domenica 17 aprile 2011

Daniel Martin Moore: canti gospel e tradizione americana rivisitata

DANIEL MARTIN MOORE “In The Cool Of The Day” (Sub Pop, 2011)

Tracklist:
01. All Ye Tenderhearted
02. Dark Road
03. O My Soul
04. In The Garden
05. Closer Walk With Thee
06. Up Above My Head
07. Softly and Tenderly
08. In The Cool Of The Day
09. It Is Well With My Soul
10. Lay Down Your Lonesome Burden
11. Set Things Aright

Quella della genesi di "In The Cool Of The Day", terzo album di Daniel Martin Moore, è una storia legata a doppio filo alla tastiera di un pianoforte a coda: da una parte, lo scricchiolante piano attorno al quale, da bambino, il cantautore del Kentucky si raccoglieva con la famiglia per cantare gli inni sacri della tradizione americana; dall'altra, un vecchio Steinway che campeggia nello studio della WXVU di Cincinnati, radio presso la quale Moore si era recato per un'intervista e una performance live. L'idea di una raccolta di canti gospel ronzava nella mente del songwriter statunitense da diverso tempo, ed è bastato che le sue dita si posassero sui tasti del maestoso strumento a coda utilizzato dalla Cincinnati Symphony Orchestra, perché quell'idea si facesse di nuovo strada tra i suoi pensieri. "In The Cool Of The Day" è una collezione di inni religiosi della tradizione, cui si aggiungono quattro composizioni originali scritte da Moore nella stessa vena. Il titolo è un omaggio a Jean Ritchie, cantautrice del Kentucky definita "The Mother of Folk" e autrice fra gli altri del salmo "Now Is The Cool Of The Day", che appare qui in una sentita interpretazione pianoforte e voce (www.ondarock.it).
Il risultato è un disco caldo, avvolgente, fatto di partiture tanto scarne quanto evocative. Moore si mostra rispettoso nei confronti del passato, ma la sua rilettura non è pedissequa e soprattutto non manierata. Forte di un approccio genuinamente passionale, il musicista evita abilmente la trappola del nostalgismo più sterile o dell'arido formalismo, regalandoci undici quadretti in cui la spiritualità gospel è spogliata dei suoi orpelli più sontuosi e calata in un contesto intimo, minimale, elegiaco. Non mancano i passaggi più frizzanti, concentrati soprattutto nella prima metà dell'opera. “Dark Road” sfodera un brillante piglio country, con tanto di intrecci di banjo, violino e slide. “In the Garden”, dal canto suo, gioca con lo swing, con tanto di contrabbasso ostinato, batteria spazzolata e lievi tocchi di piano; stesso discorso per “Up Above My Head”, la quale incorpora anche elementi blues. Il tono preminente, tuttavia, è quello dimesso e raccolto. “O My Soul”, uno degli inediti, è una carezza a tempo di valzer impreziosita da un organo da chiesa e lanciata in un crescendo emozionante, che se l'avesse intonato Jeff Buckley si sarebbe colorato di elettricità. “Softly and Tenderly” è una tenera nenia arrangiata per piano e chitarra, impreziosita dal controcanto di Haley Bonar ed innervata di archi che danzano leggeri. In definitiva, con "In The Cool Of The Day" Moore ha dimostrato come il confronto con la tradizione lasci ampi spazi ad un approccio che contempli una rilettura ed una rielaborazione personali, elementi fondamentali per la buona riuscita di operazioni di questo genere, le quali, altrimenti, rischiano di rimanere impregnate di un tanfo di vecchiume. Il giovane Daniel ha evitato il rischio alla grande, consegnandoci un lavoro di fattura assolutamente pregevole, opera di un artigiano di livello superiore (www.labottegadihamlin.it).
(Rino De Cesare)
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


sabato 2 aprile 2011

BRITISH SEA POWER - "Valhalla Dancehall" non è proprio il solito brit-pop

BRITISH SEA POWER “Valhalla Dancehall” (2011)

Anche se non molto apprezzato dalle varie riviste specializzate, l’ultimo lavoro della band di Brighton lascia piacevolmente sorpresi! La prima cosa che salta subito alle orecchie, dopo il primo ascolto è la frammentarietà della scaletta, o meglio la non omogeneità del materiale contenuto… ma forse sta proprio qui il bandolo della matassa… l’elemento accattivante nascosto!
Le 2 tracce d’apertura danno l’impressione di essere davanti al solito disco targato BSP, ma proseguendo nell’ascolto ci si imbatte in una “wave notturna” che lascia come minimo spiazzati. Non è proprio il solito brit pop. Clamoroso il finale del disco: uno psychedelic-ambient di ben 11 minuti, ma resta il fatto che “Dancehall Valhalla” si conferma manifesto di un attitudine, quella dei British Sea Power, che merita attenzione se non altro per il coraggio delle proprie scelte… Piacevole riconferma!
(Carmine Tateo)

venerdì 1 aprile 2011

JOAN AS POLICE WOMAN: "The Deep Field" è un album squisitamente maturo

JOAN AS POLICE WOMAN “The Deep Field” (Pias, 2011) - www.joanaspolicewoman.com

Tracklist:
01. Nervous
02.
The magic
03.
Action man
04.
Flash
05.
Run for love
06.
Human condition
07.
Kiss the specifics
08.
Chemmie
09.
Forever and a year
10.
I was everyone


È con un colpevole ritardo che vi voglio segnalare questa perla, un album che quest’anno farà parlar molto, ne sono certo. La protagonista in questione è la quarantenne Joan Wasser, da tutti meglio conosciuta come Joan As Police Woman. La songwriter statunitense ha già all'attivo ben 4 albums (uno dei quali di sole covers, ma ufficialmente non in commercio) e con questo, sono 5! Ingredienti base: indie rock, folk, synth e un pizzico di funk, ma soprattutto tanto, ma tanto, soul (http://indiexplosion.blogspot.com/2011/02/joan-as-police-woman-magic.html). «Il nuovo disco di Joan Wasser si chiama “The Deep Field” dal nome di una immagine catturata dal telescopio spaziale Hubble in una remota regione della costellazione dell'Orsa Maggiore. Si parla dello spazio profondo per parlare in realtà delle galassie dentro di noi: “l'interiorità profonda delle nostre vite...anche quello è infinito”» (Riccardo Bertoncelli - http://delrock.it/album/2010/joan-as-police-woman-deep-field.php).
L'evoluzione della musica indie ha spostato l'asse gravitazionale del rock contemporaneo; la maturità, che permette agli Arcade Fire di realizzare, senza cadute, album dal tono più classico e mainstream, sta contagiando le produzioni recenti in modo capillare e con risultati interessanti. Affiancandosi alla rinnovata creatività di altre uscite di questi ultimi mesi (Decemberists, John Grant o Black Keys tanto per citare qualche nome), il nuovo album di Joan As Police Woman certifica la consapevolezza dei musicisti indie di potersi misurare con le ambizioni del rock adulto senza per questo perdere la propria identità (http://www.ondarock.it/recensioni/2011_joanaspolicewoman.htm).
Quella di Joan Wasser, è una carriera costellata di stelle del firmamento musicale; la cantante originaria del Maine (che alcuni di noi hanno conosciuto tra le pagine del romanziere Stephen King) vanta infatti collaborazioni musicali non indifferenti: Nick Cave, Lou Reed, Antony and The Johnsons oltre ad una relazione con Jeff Buckley terminata con la scomparsa del cantante nel 1997. Nata come violinista, Joan suona anche piano e chitarra ma è la sua voce a renderla davvero speciale. Nei suoi precedenti lavori ha dimostrato di riuscire ad adattarsi a diversi generi ed atmosfere musicali; nel suo album di debutto “Real Life” ci mostra uno stile ibrido tra l’indie e il soul con accompagnamenti semplici di piano e percussioni; in “To Survive” invece i brani sono caratterizzati da suoni più cupi e da una voce malinconica e coinvolgente in uno stile che si avvicina al R’n’B. “The Deep Field” invece è l’album più indie/R’n’B con qualche sfumatura rock (http://www.beatbear.com/joan-as-police-woman-the-deep-field.html).
«È un disco affascinante e imperfetto, che Joan camuffa definendolo il più estroverso e gioioso di tutto il suo repertorio. Ma non è vero, e i “giovani Werther” all'ascolto non devono pensare nemmeno per un attimo che la loro eroina li abbia traditi. No, Joan continua a seguire le onde inquiete della sua mente, a tormentarsi con le domande, a non credere alle risposte, anche se afferma che “ci sono già abbastanza bassi nella vita e io non ci tengo proprio a crogiolarmi, voglio spassarmela, invece”. “Spassarsela” nella sua lingua sarebbe scrivere una canzone insulsa come “Human Condition” e pretendere di ballarci su o spingere il ritmo fino al “beat urbano tribale” di “Nervous” pensando che quella possa essere una credibile forma di rock, “estroversa e gioiosa”. C'è una canzone che spiega tutto meglio di ogni altra ed è “I Was Everyone”, lo struggente finale. Joan si immedesima nella sua eroina, Giovanna d'Arco, e non sa decidersi se accettare la chiamata a una vita speciale oppure no. Quando scrive canzoni del genere, quando le canta con travolgente sincerità, Joan è incantevole e disarmante, Qualcosa mi dice che l'indecisione di “I Was Everyone” non si risolverà mai, e per fortuna! Meglio non liberarsi di tutti i dubbi, sarebbe come svuotare l'alambicco dell'ispirazione. Meglio scrutarli con il telescopio Hubble della propria mente ed esorcizzarli così, con bella musica e il sincero racconto giorno dopo giorno”» (Riccardo Bertoncelli - http://delrock.it/album/2010/joan-as-police-woman-deep-field.php).
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


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