sabato 26 aprile 2014

KENDRA MORRIS: un futuro probabilmente roseo! Ma sentiremo parlare ancora di lei?

RADI@zioni / Disco Hot N° 7:
KENDRA MORRIS “Banshee” (2014)

Il vuoto lasciato dalla compianta Amy Winehouse ha purtroppo generato dei cloni soul/rhythm’n’blues difficilmente paragonabili al suo talento, ma apprezziamo comunque tanto il fatto che questa musica stia ritornando in voga. “Banshee” è l’album d’esordio della soul-singer Americana Kendra Morris, uscito negli Stati Uniti nell’agosto del 2012 e pubblicato in Europa, per chissà per quali misteriose ragioni di marketing, soltanto il 27 gennaio di questo anno.
La cantante newyorkese si candida quindi a diventare una pop-star travestita da autrice proponendo sonorità black e seventies… le medesime che hanno fatto la fortuna della Winehouse…
A conclusione del disco è posta una bonus-track: nientemeno che la cover di “Shine on you crazy diamond”.
L’impressione è quella di aver di fronte un’altra stelletta americana. A questo punto una domanda sorge spontanea: sarà forse un’altra meteora?
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:
CONCRETE WAVES  (4’ 30”)
POW  (3’ 47”)


TROUBLE, autentiche leggende del doom a stelle e strisce, tornano con un disco assolutamente all’altezza della loro reputazione.

Trouble “The Distortion Field” (FRW Music, 2013) – www.newtrouble.com

Tracklist:
01. When the sky comes down
02. Paranoia conspiracy
03. The broken have spoken
04. Sink or swim
05. One life
06. Have I told you
07. Hunters of doom
08. Glass of lies
09. Butterflies
10. Sucker
11. The greying chill of autumn
12.
Bleeding alone
13. Your reflection


Ecco riaffacciarsi sul mercato un’altra leggenda del classic-doom a stelle e strisce. Si sta ovviamente parlando dei Trouble, imprescindibile quanto mutevole realtà artistica, on the road fin dal lontano 1979.
A seguito di varie pause, mezzi passi falsi (“Simple Mind Condition”, 2007) e separazioni illustri (come quella dallo storico vocalist Eric Wagner), il nuovo “The Distortion Field” segna la concreta resurrezione dei Trouble, presentando un livello compositivo e una verve interpretativa di alto livello, in grado di rivaleggiare alla pari con i migliori episodi recenti del gruppo (come anche con la svolta psichedelica di “Plastic Green Head” del 1995) mostrando al contempo opportune novità e aperture stilistiche tali per cui l’ascolto riserva comunque varie e piacevoli sorprese.
Lungi dal far rimpiangere il buon Eric Wagner, la performance canora del nuovo arrivato Kyle Thomas (con un passato negli Exhorder) ha dato nuova linfa vitale e nuove prospettive alla band americana, che sin dalla rocciosa opener “When The Sky Comes Down” (per altro uno dei brani migliori del lotto), appare davvero in splendida forma. Complici la consumata esperienza e il talento di chi non a caso è nato artisticamente nei seventies, i Trouble lavorano ai fianchi lo stesso genere per cui sono celebri, costringendolo a trasformarsi, senza traumi, in interessanti sfumature stoner (“The Broken Has Spoken”), psichedeliche e addirittura southern rock (“Have I Told You”), mettendo sempre al centro il magistrale lavorio chitarristico della coppia fondatrice Wartell & Franklin, vere e proprie inossidabili macchine da riff, con uno squisito gusto melodico anche in sede d’assolo.
Oltre alle tracce già citate risultano particolarmente belle anche la psichedelica “One Life”, la neo-classica “Hunters Of Doom” e la pesantissima “Butterflies”, altrettanti esempi di come una band, certo non più giovanissima, possa comunque (re)interpretare se stessa e la propria tradizione in modo fresco e dannatamente convincente. A conti fatti, con questo “The Distortion Field”, i Trouble sono riusciti a colmare quel difficile spazio (artistico, prima ancora che commerciale) che sta fra l’istintivo amore per il vintage e il naturale bisogno di modernità, appartenente sia agli ascoltatori più mainstream (gli stessi che magari incensano il pur eccellente ultimo Black Sabbath, giusto per il nome impresso in copertina), sia, fortunatamente anche a coloro i quali non si sono mai accontentati dei soliti big del momento, ma nella loro musica preferita hanno sempre cercato e ricercato quel qualcosa in più. Un graditissimo ritorno, per davvero! (www.outsidersmusica.it/recensione/Musica/trouble-the-distortion-field/)
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


sabato 12 aprile 2014

ELBOW - Un inarrestabile turbine di spinte emotive alimentate dall’amore!


ELBOW “The Take Off And Landing Of Everything” (Fiction, 2014) – www.elbow.co.uk

Tracklist:
01. This blue world
02. Charge
03. Fly boy blue / Lunette
04. New York morning
05. Real life (Angel)
06. Honey sun
07. My sad captains
08. Colour fields
09. The take off and landing of everything
10. The blanket of night


Sono le vicissitudini della fatidica soglia dei quarant’anni ad animare il nuovo disco degli Elbow. Il carattere “pieno” della musica della band di Manchester, dal punto di vista non solo sonoro, ma anche esistenziale, rimane infatti il punto focale anche di questa uscita: un affresco come al solito raffinato ed elaborato di un’età legata a grandi mutamenti (http://www.ondarock.it/recensioni/2014_elbow_thetakeoffandlanding.htm).
Vogliamo tutto. Vogliamo la gioia, il conforto, l’amicizia, la passione, le belle giornate, la malinconia, la pioggia. Desideriamo essere protetti, proteggere, essere confortati, aiutati, essere ricordati e dimenticare, ricordare ed essere dimenticati. Incontriamo sulla nostra strada persone per cui saremo tutto o niente. Avremo i nostri nomi incisi per sempre sulla corteccia di un albero o fugacemente impressi sulla sabbia soltanto fino alla prossima onda. Siamo una parte consistente di una piccolissima parte dell’universo.
Abbiamo bisogno dei dischi degli Elbow, che sono quanto di più vicino possiamo immaginare a questo inarrestabile turbine di pulsioni. E “The Take Off And Landing Of Everything” è probabilmente il punto più alto e compiuto della carriera degli Elbow, arrivati alla consapevolezza del sesto disco e decisi più che mai a continuare sulla propria rotta senza smarrire la bussola. Abbiamo bisogno di troppe cose ed altrettante ne esigiamo. Loro non fanno altro che ascoltare le nostre parole e tenerci compagnia con la musica migliore che potessimo immaginare. Una manciata di brani memorabili. Una delle meraviglie di un anno già generosissimo di dischi da ricordare per tanto, tantissimo tempo
(http://www.indieforbunnies.com/2014/03/17/elbow-the-take-off-and-landing-of-everything/).
Sesto album in 14 anni per gli Elbow, band che si conferma come una delle migliori realtà dell’indie pop britannico, abili costruttori di complesse composizioni che si avvalgono di belle melodie e arrangiamenti fantasiosi e mai banali. Le loro canzoni si sviluppano come approfondite narrazioni lungo un arco di tempo ben superiore ai canonici 3 minuti, dando modo ai musicisti di variare molto sul tema principale, arricchirle di suoni, emozioni, sentimenti, agli Elbow la lezione del prog è evidentemente presente. Come nello stile di lavoro del gruppo, l’album ha avuto una lunga gestazione: registrato prima negli studi Real World di Peter Gabriel e poi completato nei loro Blueprint Studios. Una lunga e tormentata gestazione ha avuto anche la scelta del titolo, fino a che al terzo tentativo l’album ha assunto il titolo di una delle sue tracce, facendo esplicito riferimento alle complesse vicende di vita di fronte alle quali si sono trovati i musicisti. Il titolo, che potremmo tradurre come “Decollo e Atterraggio di ogni cosa” fa proprio riferimento a questa altalena di momenti di gioia, paura, dolore, solitudine, felicità di cui è fatta la vita (http://www.distorsioni.net/canali/dischi/the-take-off-and-landing-of-everything).
Raffinato, rarefatto ed elegante, “The Take Off And Landing Of Everything” ha il pregio dei grandi dischi: quello di essere bello e non facile, di non essere commerciale ma di penetrarti, di sottolineare sensazioni che trovi evocative nel tuo più profondo, di essere la colonna sonora di qualsiasi situazione in cui ti trovi nell’istante dell’ascolto, di porti di fronte un nuovo punto di vista per viverle. Il cantato racconta di bufere di fiori, whisky irlandese, decisioni da prendere, rimpianti onirici, dubbi e responsabilità da quarantenni. Racconta. Con voce piena ma soave, decisa ma dolce, supportato dalla musica mai banale che rimarca ogni passaggio donandogli sempre la veste più appropriata, quasi meditativa, lasciando all’ascoltatore la facoltà, appunto, di ascoltare. Un’ora, suddivisa in dieci brani, da ascoltare, quindi, e fare propria. Nella maniera che meglio si creda. Ma sicuramente godendosela con l’anima ( http://www.shiverwebzine.com/2014/03/20/elbow-the-take-off-and-landing-of-everything-2014-fictionpolydorgeffen/).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


sabato 5 aprile 2014

ICED EARTH - Il ritorno dei leggendari power-thrasher floridiani

ICED EARTH “Plagues of Babylon” (Century Media, 2014) – www.icedearth.com

Tracklist:
01. Plagues of Babylon 07:47
02. Democide 05:22
03. The Culling 04:26
04. Among theLiving Dead 05:14
05. Resistance 04:49
06. The End? 07:13
07. If I Could See You 03:55
08. Cthulhu 06:04
09. Peacemaker 05:02
10.
Parasite 03:30
11. Spirit of the Times 05:05
12. Highwayman 03:12
13. Outro 00:24


Chiedere ai propri fans di accettare un importante cambiamento come la voce e il volto di una band è già difficile una volta, figuriamoci due. Il giovane Stu Block si è ritrovato a doversi caricare sulle spalle il peso di un seguito già provato, spazientito e ormai un po’ disilluso dopo il 2° abbandono di Matt Barlow, storica voce solista degli Iced Earth (la prima volta fu sostituito dall’ex Judas Priest Tim Owens). Oggi possiamo però affermare senza timore di smentita che il giovane Stu ha avuto la meglio sulla tempesta di perplessità incontrata sulla propria rotta ed è riuscito a riportare gli Iced Earth in quella nicchia di gloria che sicuramente meritano. Esposto così, in due righe, il riassunto del riassunto delle puntate precedenti, veniamo ai giorni nostri e al nuovo scintillante “Plagues of Babylon”. La critica di mezzo mondo ha accolto questa uscita come un ritorno all’ispirazione che fu, celebrando la rinascita del piccolo ma granitico mito. Sia chiaro che non stiamo urlando al capolavoro. Potrebbe anche esserlo, ma il disco richiede senza ombra di dubbio un buon numero di ascolti per essere apprezzato fino in fondo. In “Plagues of Babylon” c’è tanta di quella carne al fuoco che per essere metabolizzato a dovere è necessario concedergli del tempo, o si rischia l’indigestione (http://www.spaziorock.it/recensione.php?&id=iced_earth_plagues_of_babylon_2014).

Dischi come questo “Plagues Of Babylon” sono un vero sospiro di sollievo per il metallaro classico, quello che, come chi scrive, non ha mai veramente smesso di amare quelle sonorità con le quali si è avvicinato a questa bellissima musica. È musica da veterani per veterani, d’accordo! Sono sonorità che, se sentiamo riprodotte oggi dalla maggior parte di quei gruppetti che scimmiottano le band storiche, non mancheremmo di bollare con strette sufficienze e con frasi di circostanza. Ma quando a riproporci queste sonorità sono proprio quelle stesse band che già più di venti anni fa picchiavano violentemente con i piedi per terra, scavando quei solchi sui cui poi, appunto, avrebbero camminato un numero infinito di altre band, allora le cose cambiano. E gli Iced Earth entrano di diritto nel novero delle band che, nel bene o nel male, della scena metal ne hanno vissuta una larga fetta, arrivando a definire un sound preciso e riconoscibile, che si può usare come metro di paragone (https://metalitalia.com/album/iced-earth-plagues-babylon/).

Uscita tra le più attese di questo avvio di 2014, “Plagues of Babylon” sigla il ritorno dei leggendari power-thrasher floridiani Iced Earth a tre anni dal valido “Dystopia”, che era stato il primo disco dopo il secondo addio del grande Matt Barlow, voce per eccellenza della band americana. Di sicuro “Plagues of Babylon” non è un album immediato, merita molti più ascolti del solito per essere compreso e assimilato; non aspettatevi quindi canzoni dirette o facili da memorizzare, peculiarità probabilmente motivata dalla complessità notevole e dalla forte drammaticità dei pezzi stessi. Il sound tipico degli Iced Earth, del resto, si è sempre contraddistinto per una stratificazione considerevole e lontana dagli aspetti della classica forma-canzone. Il sound inconfondibile della band di Jon Schaffer è evidente in ogni nota: i riff nervosi e “grattuggiati”, le terzine arrembanti, il drumming corposo, i suoni compatti e la voce di Stu Block, che si conferma qui il miglior erede del grande Barlow (http://www.metallized.it/recensione.php?id=9959).


“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


BRETON - Work in progress di una band da tenere d’occhio!

RADI@zioni / Disco Hot N° 6:
BRETON “War Room Stories” (2014)

A due anni dal precedente album “Other people’s problems” i londinesi Breton tornano con una nuova release.
“War Room Stories” è stato realizzato alla “Funkhaus” di Berlino, monolitico casermone della ex DDR, nonché ex sede della Radio Pubblica.
Lasciate da parte quasi del tutto le spigolosità del recente passato, questo “War Room Stories” presenta sonorità più vellutate, accentuando un gusto “dance-indie-pop” che fino ad oggi era stato solamente accennato. E in più alcuni brani sono stati realizzati con l’orchestra sinfonica della radio macedone che dona loro particolari giochi di contrasto.
I Breton si confermano maestri nell’assemblare suoni. Con “War Room Stories” realizzano un disco molto promettente ma dal taglio quasi “work in progress”. Li terremo d’occhio e attendiamo una consacrazione che potrebbe comunque compiersi con il prossimo lavoro.
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:
GOT WELL SOON (4’ 48”)
15 MINUTES (3’ 58”)
ENVY (3’ 36”)


venerdì 21 marzo 2014

STEPHEN MALKMUS torna con un album caleidoscopico!

STEPHEN MALKMUS & THE JICKS “Wig Out At Jagbags” (Matador, 2014) - www.stephenmalkmus.com

Tracklist:
01. Planetary Motion
02.
The Janitor Revealed
03. Lariat
04. Houston Hades
05. Shibboleth
06.
J Smoov
07. Rumble At The Rainbo
08. Chartjunk
09. Independence Street
10. Scattergories
11. Cinnamon And Lesbians
12. Surreal Teenagers



A tre anni dal precedente “Mirror Traffic”, l'ex Pavement Stephen Malkmus torna con “Wig Out at Jagbags”, un nuovo album realizzato assieme ai suoi Jicks, ovvero Mike Clark, Joanna Bolme e Jake Morris. Il sesto album di questa formazione, che nel tempo ha subìto un paio di cambi, mostra ancora una volta un grande attaccamento al rock alternativo degli anni ’90 e alle chitarre dei ’70, ma contemporaneamente sembra essere ispirato da molte cose diverse. Malkmus parla soprattutto dell'età, del crescere e del maturare e, a 47 anni suonati, sposato e con due figli, svela un carattere ironico, divertente e divertito nel proporre all'ascoltatore stimoli inaspettati e anche un po' spiazzanti.
Personalmente ho sempre avuto un rapporto conflittuale con Stephen Malkmus solista, non del tipo “amore-odio” (ché non arrivo a tanto!) ma più una cosa tipo “indifferenza-ammirazione”. Non sono nuovo a questo tipo di reazione nella musica, se volessi fare l’elenco degli “ex” di cui penso questo, temo che sforeremmo e di molto. Certi atteggiamenti da J. Mascis, da Beck o da Frank Black sono lì a ricordarmelo. Ma poi, tanto per tener fede a quanto detto, si sa che è da questi incostanti e sfuggenti artisti che ti devi aspettare un colpo basso. Comunque, sgombriamo subito il campo dagli equivoci: in “Wig Out At Jagbags”, senza tradire la natura “storta” che da sempre riconosciamo al suo autore fin dai tempi dei Pavement, Malkmus e i suoi Jicks sfoderano davvero dei buoni numeri. Ecco quindi un album caleidoscopico, uno di quelli che ti inchiodano e ti costringono all’ascolto perché ogni volta ci scopri dentro quella genialata che ti era sfuggita la prima volta.
A modesto parere di chi scrive, il Malkmus solista rimane, comunque, un eterno incompiuto (questa, a grandi linee, pare sia anche l’opinione generale nei suoi riguardi). Sia ben chiaro fin da subito che questa nuova uscita non sposta di una virgola il giudizio consolidato sul conto del cantante e musicista californiano. Però, occorre dirlo, diverte e intrattiene con il giusto piglio sin dalla briosa introduzione, sghemba e leggera. Quasi un marchio di fabbrica. Malkmus opta per un impianto schietto, asciutto, con chitarre vivaci ma tutt’altro che esasperate.
Il nuovo Malkmus ha la consistenza di un’acqua minerale leggermente frizzante. Disseta e gratifica per pochi fuggevoli istanti chi gli si accosti senza particolari pretese. È un po’ come ritrovare un vecchio amico, un tempo amabilmente scapestrato, e oggi gioviale ed equilibrato, con intatto il proprio entusiasmo di anima scherzosa. Valutato con la dovuta indulgenza e senza soffermarsi su proibitivi parallelismi con il passato, “Wig Out at Jagbags” può rivelarsi un diversivo più che gradevole. Forse ha ragione chi sostiene che Malkmus non abbia più molto di sensazionale da dire, è vero … però è evidente che come artista meriti di essere apprezzato, anche per la coerenza che ha saputo dimostrare in ogni progetto in cui si sia imbarcato.
Fonti: ondarock.it, indieforbunnies.com, sherwood.it.

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


giovedì 13 marzo 2014

MAXIMO PARK - Non proprio un colpo di coda memorabile, ma un segno di vita più che accettabile


RADI@zioni / Disco Hot N° 5:
MAXIMO PARK “Too Much information” (2014)

Ritornano i Maximo Park con il loro 5° album, fedeli a quel personale dogma che impone loro di non allineare mai due album consecutivi che siano troppo simili.
La band di Newcastle non è mai stata in grado di bissare quantitativamente e qualitativamente il successo del 1° lavoro che è stato “A Certain Trigger”, ma è anche vero che la loro carriera è stata pur sempre dignitosa.
Pensato come un EP “Too Much Information” è infine uscito come album lungo vista la mole di canzoni sfornate. Album che assolve la funzione di raccordo tra fasi “vecchie” e nuove: più delicato, più intimista, con la voce di Paul Smith che si fa più riflessiva e controllata rispetto al passato. Risultato: undici canzoni indie-rock a volte tagliate a suon di sintetizzatori e beats decisamente ottantiani.
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:


PONTIAK: una delle entità heavy-psych meno definibili attualmente in circolazione


PONTIAK “Innocence” (Thrill Jockey, 2014) – www.brotherspontiak.com

Tracklist:
01. Innocence
02.
Lack Lustre Rush
03.
Ghost
04.
It’s The Greatest
05. Noble Heads
06. Wildfires
07. Surrounded By Diamonds
08. Beings Of The Rarest
09.
Shining
10. Darkness Is Coming
11.
We’ve Got It Wrong

Ciclicamente, anche nella musica ogni tanto c’è bisogno di qualcuno che faccia un riassunto delle puntate precedenti, qualcuno in grado di ri-fondare un determinato genere. Trattandosi di rock (psychedelia, stoner, tutto ciò che è hard e relative derivazioni) la sintesi non poteva che arrivare dall’America. Quella benedetta America che ogni volta che si risolleva, in qualunque ambito, lo deve in fin dei conti più all’energia delle sue sconfinate terre di provincia piuttosto che alle laboriose e ingegnose metropoli (o presunte tali). Dio benedica, in questo caso, i Pontiak! I tre fratellini originari di Baltimora ma ormai di stanza a Warrenton, in Virginia, piantano a terra questo Innocence e, giustamente, meritano di metterci la bandiera: certo, per farlo rinunciano in parte alla loro precedente ossessione per le lunghe jam sessions e imbracciano i loro strumenti affrontando la forma canzone per quella che è. Un gesto di coraggio, molto meno ruffiano di quel che potrebbe apparire scorrendo un lavoro in cui il brano più lungo dura 4 minuti. Produzioni come queste devono esistere. E resistere, resistere, resistere… (http://doyourealize.it/recensioni/rockville/13521-pontiakinnocence.html)
C’è qualcosa, nel sound dei Pontiak, che prende le distanze dalle folate desertiche e dalla potenza liquida di altre band con la testa rivolta alla psichedelia dei ’70s. Il loro dispiegamento di distorsori ha un che di angolare e di geometrico, una violenza chirurgica e quasi concettuale. “Innocence”, in questo senso, sembra voler ribadire la diversità di questa band proponendo una tripletta iniziale scoppiettante, turbolenta e carica di aspettative. La scansione marziale della title track apre il disco con la ferocia del (post) hardcore; i riff ossessivi di “Lack Lustre Rush” fagocitano la melodia del cantato per dar vita ad una furente marcia hard punk, mentre negli sbuffi meccanici di “Ghost” c’è un modo di intendere lo stoner rock che dà la polvere perfino ai primi Queens Of The Stone Age. Gli assoli sono ridotti al lumicino, il minutaggio è contenuto e i fratelli Carney si dimostrano maestri di concisione ed efficacia.
Dopo una partenza così diretta e decisa, quasi hardcore, “Innocence” si trasforma in un altro disco. L’organo di “It’s The Greatest” introduce quella che sembra una versione pastorale dei Pink Floyd. Si tira il fiato con piacere, anche se una scaletta sbilanciata mette una dietro l’altra la bella e breve “Noble Heads”, ballata country trafitta da un assolo epico, e “Wildfire”, corale omaggio agli Stones di “Wild Horses”.
Il nuovo album dei fratellini Carney si segnala così per l’esasperazione dei contrasti. È indubbio che la ragione più intima della formazione stia in brani che riforgiano il potente hard rock dei ’70 con brandelli dell’alternative anni ’90 (“We’ve Got It Wrong” emana l’odore acre dei Jane’s Addiction) e del rock matematico degli anni zero (soprattutto nelle squadrate reiterazioni di “Shining”). Nondimeno, il loro lato romantico offre momenti di intima suggestione, amplia con stile lo spettro sonoro e li rilancia come una delle entità heavy-psych meno definibili in circolazione (http://sentireascoltare.com/recensioni/pontiak-innocence/).
Che il rock sia morto è una grande bugia, ma se ci guardiamo intorno penso che ci stia offrendo già da un po’ di tempo a questa parte il suo profilo peggiore. Andando a ritroso di poche settimane e rimuginando sulle nostre classifiche di fine anno, mi rendo conto di quanto certe sonorità siano scivolate via dalle nostre preferenze e non certo perché non piacciano più in assoluto. Oggi risulta difficile essere presi a schiaffi da qual misto di sporcizia, sangue e sudore che certi dischi dovrebbero vomitarti addosso. Ci pensano i Pontiak a restituire “gentilmente” la fiducia nel sacro furore abrasivo del rock con “Innocence”, nuovo album licenziato dalla Thrill Jockey solo qualche settimana fa. Non un passo avanti rispetto al precedente ottimo “Echo Ono”, e nemmeno uno indietro, solo una conferma dello stato di grazia di una band che fino ad oggi non ha mai mancato il bersaglio. Da ascoltare preferibilmente ad alto volume, “Innocence” è quel pugno in faccia che ogni amante del rock dovrebbe bramare. Trasversale, acido e allo stesso tempo fruibile da un’ampia fetta di pubblico. I Pontiak sono semplicemente una band difficile da classificare e noi, che delle classificazioni non ce ne curiamo molto, passiamo ad incassare. Poco importa degli schiaffi, del fango e dei graffi che ne derivano! (www.indieforbunnies.com/2014/01/27/pontiak-innocence/).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


sabato 8 marzo 2014

SHARON JONES & THE DAP-KINGS: ritorno al futuro!


RADI@zioni / Disco Hot N° 4:
SHARON JONES & THE DAP-KINGS “Give the people what they want” (2014)

Il soul è stato completamente abbandonato dalle nuove generazioni… Per fortuna in giro ci sono ancora bands come i “Dap-Kings. Sono fra le poche che riescano a tenere in vita un genere così importante!
I Dap-Kings sono una strepitosa band composta per lo più da vari session-men. Sono noti soprattutto per la partecipazione a quel fortunato capolavoro che è stato “Back to black” di Amy Winehouse. Sharon Jones, invece, senza andare a scomodare inutili paragoni con altri mostri sacri del passato, risulta essere una delle migliori cantanti soul viventi attualmente sulla scena.
“Give the people what they want” è il 5° album per Sharon Jones & The Dap-Kings. Annunciata per il mese di settembre dello scorso anno, la sua uscita, per problemi fisici della leader, è avvenuta invece soltanto nel gennaio del 2014. Contiene brani nuovi di zecca ma che potrebbero risalire benissimo a 40 anni fà. Si tratta comunque di musica viva, ottimamente suonata ed interpretata con passione. Per dirla tutta lo scopo della band non è mai stato quello di portare innovazione. A colpi di funk sincopati e fiati impazziti riescono a tenere per una buona mezz’ora l’ascoltatore incollato allo stereo. Con Sharon Jones & The Dap-Kings è un ritorno al futuro!
(Carmine Tateo)

Tracce consigliate:


domenica 9 febbraio 2014

DEATH ANGEL - "The Dream Calls For Blood": un perfetto manuale di "old school speed/thrash metal"!

DEATH ANGEL “The Dream Calls For Blood” (Nuclear Blast, 2013) - www.deathangel.us

Tracklist:
01. Left For Dead
02. Son Of The Morning
03. Fallen
04. The Dream Calls ForBlood
05. Succubus
06. Execution - Don’t Save Me
07. Caster Of Shame
08. Detonate
09. Empty
10. Territorial Instinct / Bloodlust
11. Heaven And Hell (Black Sabbath cover –Limited edition bonus track)


Quando si parla dei Death Angel, ci si addentra nella storia del thrash californiano più duro e implacabile. Ogni thrasher che si rispetti conosce molto bene il trittico di fine anni ’80 composto dal furibondo esordio “The Ultra-Violence, dal più tecnico “Frolic Through the Park e dall’incredibile “Act III. Dopo questa rapida e devastante tripletta, anche i Death Angel furono colpiti dall’avvento degli anni ’90, che li costrinse, per vari motivi, a deporre le armi. A ben 14 anni di distanza da quello straordinario capolavoro che fu “Act III”, Mark Osegueda e Rob Cavestany riformarono la band nel 2004 (con Ted Aguilar alla seconda chitarra) e diedero alle stampe il mediocre “The Art of Dying, seguito da “Killing Season e dal sufficiente (e parzialmente deludente) “Relentless Retribution. Sono giunti quindi, sul finire del 2013, alla 7^ pubblicazione (la 4^ sotto Nuclear Blast) con "The Dream Calls For Blood". Sottolineando il fatto che ci troviamo comunque distanti dall’efferatezza e dalle inarrivabili sonorità sperimentali degli esordi, possiamo comunque ritenerci soddisfatti di un lavoro complessivamente valido e lasciarci travolgere da uno degli migliori esempi di thrash metal che il panorama a stelle e strisce ci abbia fornito negli ultimi mesi. (www.metallized.it/recensione.php?id=9493)
Un manuale di thrash/speed metal old school: che altro, in effetti, potevamo aspettarci da una band come i Death Angel? Dopo una trentina d'anni di onoratissima carriera, iniziata quando i membri del gruppo non erano ancora maggiorenni e vissuta nel pieno della sua popolarità e forza d’urto, non dev’essere stato semplice trovare l’ispirazione e l’energia per confezionare dieci brani come quelli qui contenuti. Eppure i Death Angel del 2013 non deludono ed anzi, con l’ausilio delle moderne tecniche di produzione, riescono, pur conservando il fascino di sonorità “all’antica”, a restituire tutta (ma davvero tutta) la loro invidiabile e proverbiale compattezza di sound, risultando più frizzanti e convinti di molti ventenni, nonostante i quaranta abbondantemente superati. Per tutta la durata dell'album Cavestany e Aguilar macinano riff mitraglianti senza sosta infondendo ad ogni nota tutta l’energia possibile, mentre Mark Osegueda fornisce una prestazione vocale solida, chirurgica e feroce, lasciandosi andare in più d’un occasione a screaming ultrasonici di grande impatto. Completano il quadro i due acquisti più recenti, Damien Sisson al basso e Will Carroll alla batteria: due elementi che contribuiscono in maniera notevole alla riuscita del tutto.
Entrando nello specifico delle composizioni risulta immediatamente evidente la comune matrice sonora e contenutistica alla base di tutte le nuove canzoni, in ogni caso di livello qualitativo globalmente elevato, con menzione particolare per la tostissima opener “Left For Dead” e per le altrettanto riuscite “Son Of The Morning”, “Fallen” e "The Dream Calls For Blood", tutti esempi perfetti di speed/thrash dinamitardo come non ci si stancherebbe mai di ascoltare. Chiudono, sempre a vele ben spiegate, l'indiavolata “Detonate”, la speedy “Empty” e la conclusiva e più articolata “Territorial Instinct / Bloodlust”, una sorta di mini suite in grado di mettere in luce l'abilità degli statunitensi nello scrivere trame mai banali. Da gruppi come i Death Angel, oggi, non è probabilmente lecito aspettarsi, innovazione o rottura di schemi, è invece doveroso aspettarsi che facciano il proprio sporco lavoro con la grinta e l’esperienza che compete loro. Obiettivo centrato! “The Dream Calls For Blood” non inventa nulla ma si ascolta che è una meraviglia. Averne di album di questo livello! (www.truemetal.it/cont/articolo/the-dream-calls-for-blood/66248/1.html)

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


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