domenica 1 dicembre 2013

FATES WARNING - L’oscurità vista in una nuova luce!


FATES WARNING “Darkness In A Different Light” (Inside Out, 2013) – www.fateswarning.com

Tracklist:
01. One Thousand Fires (guarda&ascolta: http://youtu.be/uapH3PTmSZk)
02. Firefly (guarda&ascolta: http://youtu.be/ReoQw9ua9_Y)
03. Desire
04. Falling
05. I Am (guarda&ascolta: http://youtu.be/bvzjBnsDy2Q)
06. Lighthouse
07. Into the Black
08. Kneel and Obey
09. O’Chloroform
10. And Yet it Moves (guarda&ascolta: http://youtu.be/1WiIUQ4X-i4)





… dove eravamo rimasti? Era il 2004, ben 9 anni fa, quando i Fates Warning pubblicarono la loro decima e, fino ad allora, ultima fatica: quel “FWX” dignitoso ma non indimenticabile, soprattutto se paragonato ai suoi ingombranti predecessori. La band del Connecticut, autentica antesignana del movimento progressive-metal (ancor prima di altri più affermati mostri sacri quali Queensrÿche e Dream Theater), sembrava avesse perduto l’ispirazione tanto da far dubitare sul reale prosieguo dell’attività. Ma molto è accaduto da allora! (www.ondarock.it/recensioni/2013_fateswarning_darknessinadifferentlight.htm). 
In questo lungo periodo i membri della formazione americana non sono affatto rimasti inattivi. Si sono dedicati a vari progetti (O.S.I., Armored Saint e Redemption tra gli altri) e in tempi più recenti hanno iniziato a far circolare sempre più insistenti le voci relative ad un possibile nuovo lavoro in studio, fino all’annuncio che un album intitolato “Darkness In A Different Light” avrebbe visto la luce negli ultimi mesi del 2013. E così è stato! In realtà un assaggio delle capacità della nuova formazione dei Fates Warning, con Bobby Jarzombek dietro le pelli al posto di Mark Zonder ed il ritorno dello storico chitarrista Frank Aresti, lo si era già avuto con “Sympathetic Resonance”, pubblicato soltanto un paio di anni fa sotto il nome Arch/Matheos, ma che in realtà vedeva una formazione identica a quella dei Fates Warning ad eccezione di John Arch dietro al microfono, al posto di Ray Alder.
La caratteristica più evidente di “Darkness In A Different Light” è un sound pesante e serrato, che si discosta dallo stile tipico dei Fates Warning anche più di quanto non lo avessero già fatto le ultime uscite in studio. Già nell’opener “One Thousand Fires” la band dimostra di essere in una fase di notevole ispirazione chiarendo, fin da subito, che gli intenti sono seri e sinceri. Se nel singolo “Firefly” flirtano con melodie ammiccanti in cui riecheggiano fugacemente i fasti del loro glorioso passato, “I Am” unisce linee vocali a passaggi che sembrano essere presi in prestito dai Tool, mentre “Desire” presenta uno dei ritornelli più coinvolgenti e convincenti mai scritti dal gruppo. Un approccio più “glaciale” emerge invece, con prepotenza, soprattutto nella tetra “Lighthouse” e nei riff di “Kneel And Obey”, scandita da un ipnotico drumming. Ed è proprio la prestazione di Jarzombek uno dei punti di forza di “Darkness In A Different Light”: il batterista detta i tempi con una pulizia ed una sicurezza impressionante senza mai invadere la scena, come anche gli altri membri del resto. Alder non sovrasta mai lo sfondo musicale, mentre le due asce, Matheos e Aresti, danno sfogo al loro gusto e alla loro creatività principalmente nel riffing, concedendosi solo sporadicamente a qualche breve assolo. Questa peculiarità emerge prepotentemente nel gigante posto in chiusura, “And Yet It Moves” che racchiude in 14 minuti tutto quello che i Fates Warning hanno rappresentato (e ancora rappresentano) per il progressive. Insomma, si tratta di un capolavoro da scoprire che difficilmente lascerà indifferente chi li ha amati. Del resto chi li conosce è cosciente del fatto che il gruppo americano è una garanzia in termini di qualità: “Darkness In A Different Light” ne è un’ulteriore prova, rivelandosi essere un album solido e convincente fin dal primo ascolto. Un acquisto consigliato per tutti gli amanti del genere. Ci auguriamo che non occorrano altri 9 anni per ascoltare del nuovo materiale siglato Fates Warning! (www.truemetal.it/cont/articolo/darkness-in-a-different-light/65338/1.html).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.

venerdì 22 novembre 2013

BRITISH SEA POWER - 10 piccole storie da un universo parallelo.

BRITISH SEA POWER “Machineries Of Joy” (Rough Trade, 2013) – www.britishseapower.co.uk

Tracklist:
01.
Machineries Of Joy (guarda&ascolta: http://youtu.be/T7y6yEzUcN8)
02. K Hole (guarda&ascolta: http://youtu.be/vYSx2jo0bHc)
03. Hail Holy Queen
04. Loving Animals (guarda&ascolta: http://youtu.be/ZKdV7dpgcLw)
05. What You Need The Most
06. Monsters Of Sunderland
07. Spring Has Sprung
08. Radio Goddard
09. A Light Above Ascending
10. When A Warm Wind Blows Through The Grass (guarda&ascolta: http://youtu.be/Rrh0MYirhfk)

“In questo momento, il mondo sembra spesso un posto isterico. Vorremmo che questo disco fosse un antidoto, un bel gioco di carte in piacevole compagnia”. Così i British Sea Power hanno presentato la loro quinta fatica discografica ufficiale, “Machineries Of Joy”, un titolo che omaggia il recentemente scomparso Ray Bradbury, autore di “Cronache marziane”, “Fahrenheit 451” e della raccolta di piccole storie “Le macchine della felicità”. Ma non c’è nulla di fantascientifico nei suoni e nelle atmosfere che pervadono questo lavoro, concepito tra le nebbiose Berwin Mountains del Galles, e da quel clima fortemente influenzato.
Sembrano proprio piccoli ma vividi racconti questi che arrivano a due anni di distanza da “Valhalla Dancehall” e a dieci dal debutto “The Decline Of British Sea Power”. Se da una parte queste nuove 10 canzoni sono forti di un campionario d’influenze, sapori e umori in continua espansione, dall’altro rappresentano la summa ideale di quanto riesca meglio a un gruppo che arriva in gran forma al traguardo del doppio lustro d’attività. Una collezione così eclettica che suona come un greatest hits, anche se non lo è: il suono è spesso cinematico, evocativo ma non evanescente, con una sapiente alternanza tra la pomposità dei tappeti d’archi e i più diretti riff chitarristici – tutto in perfetto equilibrio tra tensione e distensione.
Tutto questo dimostra che la band di Brighton non ha mai smesso di lavorare sodo; non importa se i colleghi che oggi sono arrivati col fiatone negli anni Dieci hanno raggiunto prima di loro i tanto agognati traguardi. I British Sea Power sono ancora come li abbiamo conosciuti, solo che oggi li ritroviamo più consapevoli della qualità del proprio songwriting. Pur non avendo perso il gusto per l’eccentricità, sono riusciti a confezionare l’album che finalmente può far avvicinare al loro mondo anche il neofita più restio. Se non è un successo questo… (http://sentireascoltare.com/recensioni/british-sea-power-machineries-of-joy/).
Ascoltare l’album dei British Sea Power significa incamminarsi in un sentiero che cambia costantemente direzione, una musica che a tratti sembra subire una mutazione genetica senza però che nulla si alteri o si deformi. Il loro marchio resta chiaro, così come la compattezza stilistica nei rimandi al post-punk, al rock degli anni duemila, a sonorità beatlesiane. E questo, indipendentemente dai giudizi di merito, compare nei resoconti di alcune recensioni anche non del tutto positive lette un po’ in giro per il web. Ma il suggerimento finale, per quanto mi riguarda, resta sempre il solito: non curatevi troppo di chi recensisce (neanche di noi!) e ascoltatela tutta la musica! La decisione di ciò che è buono e di ciò che non lo è, resta sempre del tutto soggettiva! (www.mentinfuga.com/web/index.php/british-sea-power-machineries-of-joy-una-raccolta-di-musiche-tra-refrain-di-chitarre-e-aperture-di-archi/).
Dieci anni di carriera non hanno quindi affatto disseccato la vena compositiva dei nostri, che probabilmente, con questo album, raggiungono i loro vertici, sia in termini qualitativi che di piacevolezza all’ascolto, segnale evidentemente di ispirazione, ma anche di raggiunta maturità. Detto che il gruppo ha dichiarato la propria volontà di rendere l’album “caldo e ristoratore, come una partita a carte tra amici”, fin dall’inizio si fa sul serio, con le atmosfere in stile kraut, sull’insistito del basso e sul tappeto di viola e tastiere della fantastica, cinematica “title track”, seguita dalla possente “K-Hole”, che ci introduce al lato più rockettaro dei nostri, mentre “Loving Animals”, un altro dei pezzi forti del disco, paga il dovuto agli immancabili Beatles. Il disco termina con la suggestiva “When A Warm Wind Blows Through The Grass”, probabilmente un altro dei momenti migliori del disco, con il suo arpeggio circolare e un’atmosfera quasi sinistra, degna conclusione per un disco notevole (www.distorsioni.net/canali/dischi/machineries-of-joy).

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


KINGS OF LEON - un percorso musicale tra i più interessanti di questi ultimi anni.

RADI@zioni / Disco Hot N° 21: KINGS OF LEON “Mechanical Bull” (2013)

… Dunque tornano i fratelli Followill, tornano dopo quello che per alcuni era stato un pessimo album (mentre per altri il solito album dei Kings Of Leon). Tornano, e questa volta lo fanno alla grande. E se il precedente “Come Around Sundown” aveva deluso una fetta importante dei fans, che aspettavano un nuovo “Only By The Night”, “Mechanical Bull” non delude! Non mira ad essere un nuovo capolavoro né a sconvolgere, ma piace e convince!
Gli attuali Kings Of Leon non hanno grilli per la testa, e quel successo che li aveva inondati tra il 2009 e il 2010, attualmente sembra solo una parentesi necessaria e non influente su di un percorso musicale che si sta comunque rivelando tra i più interessanti di questi ultimi anni.
(a cura di Carmine Tateo)

Tracce consigliate:
SUPERSOAKER (guarda&ascolta: http://youtu.be/izzY55ACUQo)
DON’T MATTER (guarda&ascolta: http://youtu.be/rowFbNYZwXs)
COMING BACK AGAIN (guarda&ascolta: http://youtu.be/zzUHAOtOs9w)


sabato 16 novembre 2013

"Fanfare" di Jonathan Wilson … uno dei dischi più memorabili di questo 2013!


JONATHAN WILSON “Fanfare” (Bella Union, 2013) – www.songsofjonathanwilson.com

Tracklist:
01. Fanfare (guarda & ascolta l’album teaser: http://youtu.be/474-tI3oKVM)
02. Dear Friend (guarda & ascolta: http://youtu.be/tawWSAgLd_M)
03. Her Hair Is Growing Long
04. Love To Love
05. Future Vision
06. Moses Pain (guarda & ascolta: http://youtu.be/H2vboCenoW4)
07. Cecil Taylor (
guarda & ascolta: http://youtu.be/-S7OkHSJJGY)
08. Illumination
09. Desert Trip
10. Fazon (guarda & ascolta: http://youtu.be/wx6QMGROgBs)
11. New Mexico
12. Lovestrong (guarda & ascolta: http://youtu.be/T8ujfMUfUII)
13. All The Way Down (
guarda & ascolta: http://youtu.be/PxhIlga9cEY)


In molti, nel 2011, rimanemmo rapiti, intrappolati in quella rete da pesca dell’impressionante debutto “Gentle Spirit”, all’insegna di uno psychedelic folk dai tratti intimisti. Non era semplice immaginarsi quale sarebbe stato il passo successivo, ma era già chiaro che da un autore come Jonathan Wilson non sarebbero arrivate fotocopie sbiadite e ingabbiate in formule precostituite. Il cuore del nuovo “Fanfare” batte a Laurel Canyon, e la forza e l’eleganza sprigionate dalla proposta del trentottenne songwriter del North Carolina è pienamente riconducibile a un’epopea che parte da Crosby, Stills and Nash (il primo e il terzo sono anche graditissimi ospiti nella delicata “Cecil Taylor”, omaggio al pioniere del free jazz, e Nash compare anche in “Moses Pain”), passa per Joni Mitchell ed emana addirittura profumi “pinkfloydiani”.
“Fanfare” è un titolo eloquente, ambizioso tanto quanto l’opera stessa: Jonathan osa, contamina, sperimenta, guarda a un passato glorioso e non solo non cerca in alcun modo di nasconderlo, ma espone fiero le sue radici e le sue passioni, senza fingere nulla, in un album suonato per davvero, con canzoni lunghe che percorrono spesso traiettorie imprevedibili. La dimora in cui siamo ospitati profuma di legno nuovo, di foglie essiccate, ed è confortevole e calda come l’autunno anomalo durante il quale è arrivato sugli scaffali questo lavoro eclettico e corale, ultimato dopo nove mesi grazie al fondamentale apporto di un gruppo di amici musicisti di primo livello, come Josh Tillman (noto anche come Father John Misty) che presta la sua voce nelle armonie di “Future Vision”, e Jackson Browne che non solo ascoltiamo in “Moses Pain” e in “Desert Trip”, ma che è anche il proprietario del Groove Master Studio a Santa Monica in cui l’intero disco (un doppio LP, per i cultori del vinile) è stato mixato.
Registrato totalmente su nastro analogico con apparecchiature vintage, “Fanfare” è la piena dimostrazione che è possibile agganciarsi alla storia del rock senza per forza limitarsi a manie passatiste: non c’è una caduta di tono, le canzoni di Wilson sono ricche ma mai pacchiane, scomodano padri nobili riplasmando il tutto, intelligentemente, con un occhio al presente. La girandola di citazioni va da una sponda all’altra dell’Atlantico e comprende la palese adorazione per David Crosby, Beach Boys, John Lennon, Bob Dylan, Jerry Garcia e persino Steve Winwood. C’è di tutto, in “Fanfare”, ma ciò non implica che non emerga, alla fine dei quasi ottanta minuti di ascolto, un’identità riconoscibile.
Il secondo album di Jonathan Wilson, pur non privo di occasionali pecche (il consiglio è di assaporarlo un sorso per volta, con delle opportune pause, come i doppi album di un tempo), riesce a non essere una celebrazione accademica e dimostra che c’è ancora posto, nel sempre più competitivo e frenetico music business, per musica autentica, vibrante, scritta e suonata con rispetto e sentimento, dall’eccellente qualità del suono, in grado di conquistare un pubblico trasversale. Non suoni insolente la copertina con il particolare della Creazione di Adamo di Michelangelo: “Fanfare” è un’opera d’arte con tutti i crismi, un tributo vivo, un lavoro di paziente e meticolosa archeologia moderna. In sintesi, uno dei dischi più memorabili di questo 2013! (www.sentireascoltare.com/recensioni/jonathan-wilson-fanfare)
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


domenica 10 novembre 2013

BABYSHAMBLES - Un ritorno timido ma ordinato e soprattutto onesto.

RADI@zioni / Disco Hot N° 20: BABYSHAMBLES “Sequel To The Prequel” (2013)

La band in questione è arrivata al 3° disco e riprende esattamente il discorso interrotto 6 anni fa; quando diedero alle stampe il precedente album, “Shotter’s Nation” eravamo nel 2007.
Il nuovo “Sequel To The Prequel” espone 12 brani che nella versione de luxe diventano 16, tutti scritti  tra Londra e Parigi.
Indie-rock con le consuete declinazioni di marca Babyshambles!
I ragazzi godono di ottima salute.
In “Sequel to the prequel” si respirano talvolta atmosfere da caffè letterario parigino, ma la penna di Peter Doherty sembra abbia preso una svolta più ottimista, più solare. Si alternano ritmi movimentati a momenti più tranquilli, più spensierati. Probabilmente i fans si aspettavano qualcosa in più… ma va bene così!
(a cura di Carmine Tateo)

Tracce consigliate:
FIREMAN (guarda&ascolta: http://youtu.be/acpuOyZm7L0)


sabato 2 novembre 2013

... si scrive VISTA CHINO, ma si legge... KYUSS!!!


RADI@zioni / Disco Hot N° 19:
VISTA CHINO “Peace” (2013) 

Vista Chino è un nome che ai più potrebbe non dire un granché, ma dietro il quale si celano almeno 3/4 di storia del rock, del cosiddetto “stoner” per essere più precisi, ovvero John Garcia alla voce, Nick Oliveri al basso e Brant Bjork alla batteria… tutti e tre ex Kyuss.

Il tutto è nato dopo varie live-sessions tenute appunto dai tre personaggi che, con l’apporto di tal Bruno Fevery, chitarrista belga, al posto di Josh Homme (impegnato con i Queens of the Stone Age), avrebbero voluto dar vita ad un nuovo sodalizio sotto il nome di Kyuss Lives. Come da copione, per questione di diritti d’autore, Garcia e nuovi soci sono stati costretti a mutare denominazione. Sarebbe stato scelto così il curioso nome di Vista Chino. 
Si scrive Vista Chino (dal nome di una famosa strada nel deserto natio, Palm Desert, California, USA) ma si legge Kyuss e, finalmente, dopo una lunga ed estenuante battaglia legale che ha visto i nostri frapporsi a Josh Homme, intenzionato a non fare usare ai ragazzi il vecchio nome, la band ha deciso di tirare una linea e di ricominciare, soprattutto dalle piccole cose, come le proprie radici: “stoner rock”, il suono rock del deserto! “Peace” suona proprio così: “vecchio”, molto anni ’90… ma è proprio questo il suo pregio più grande. Purtroppo, per tanti motivi sui quali adesso è meglio sorvolare, abbiamo un disco che non raggiunge le vette dei migliori Kyuss ed abbiamo una band che pretende di essere i Kyuss… ma “Peace” va preso così com’è: un buon lavoro presentato da una band che avrebbe bisogno di ulteriori conferme prima di poter sconfiggere i fantasmi di un seppur glorioso e “polveroso” passato!

(a cura di Carmine Tateo)

Tracce consigliate:
DARGONA DRAGONA (guarda & ascolta: http://youtu.be/x7kUwTk2vfk)
BARCELONIAN (guarda & ascolta: http://youtu.be/zoJSxh448d0)
ADARA (guarda & ascolta: http://youtu.be/R4spRxbGx1s)


ALICE IN CHAINS: alla ricerca dei dèmoni perduti del rock!



ALICE IN CHAINS “The Devil Put Dinosaurs Here” (Capitol, 2013) – www.aliceinchains.com

Tracklist:
1. Hollow (guarda & ascolta: http://youtu.be/hmSeWqmlqYs)
2. Pretty Done
3. Stone (guarda & ascolta: http://youtu.be/9KmYFY5oOvM)
4. Voices (guarda & ascolta: http://youtu.be/7YDPNl7PeUU)
5. The Devil Put Dinosaurs Here
6. Lab Monkey
7. Low Ceiling
8. Breath On a Window (guarda & ascolta: http://youtu.be/snwZ4n9lNKA)
9. Scalpel
10. Phantom Limb (guarda & ascolta: http://youtu.be/qQc8WsY-ZbA)
11. Hung On a Hook
12. Choke

(clicca qui per ascoltare l’intero album: http://youtu.be/Mu81Kdhlgj8)


Gli Alice In Chains sono tornati! E sono tornati a modo loro, senza eredità di cui disfarsi e senza nessun rimpianto del passato ma, anzi, con la stessa immutata forza espressiva e con la stessa musica, eccellente marchio di fabbrica. Basta ascoltare il primo pezzo, “Hollow“, per capire che non è cambiato, direi, quasi nulla da quei “maledetti” anni ’90 in cui esplosero (www.melodicamente.com/alice-in-chains-the-devil-put-dinosaurs-here-recensione/).

“The Devil Put Dinosaurs Here” è il 5° album in studio per AIC. È stato pubblicato sul finire del mese di maggio di quest’anno ed è il 2° dopo la reunion del 2005 e l'ingresso in formazione di William DuVall in sostituzione del defunto Layne Staley. L’anima degli AIC resta, comunque, Jerry Cantrell. Lo era ai tempi di Staley e lo è oggi, ancora di più. Erano già tornati nel 2009, dopo pesantissime battute d’arresto, con “Black Gives Way To Blue”, un album bello e difficile. Il 1° con DuVall alla voce. Difficile per via dell’inevitabile confronto con l’ingombrante passato. con il mito. L’anima degli AIC però, ripeto, è Jerry Cantrell, ed è tempo che un po’ tutti se ne facciano una ragione; specialmente dopo aver ascoltato “The Devil Put Dinosaurs Here”. Non si pecca di lesa maestà nel dire apertamente che questo è uno dei migliori album in assoluto degli AIC. Non si pecca e, soprattutto, non ci si deve sentire minimamente in colpa, perché ammetterlo non significa in alcun modo sminuire o tantomeno (ci mancherebbe altro) dimenticare Staley. Sia chiaro una volta per tutte! Questo è un disco nato senza la benché minima pretesa (o debito da saldare): “Non credo vi sorprenderà quello che sentirete. Siamo noi. È, comunque, un disco unico, il nuovo capitolo della storia degli AIC”. Lo afferma Cantrell! Facciamo allora che da qui in poi si volta definitivamente pagina. 12 pezzi, quasi 70 minuti di sound asciutto, riff sporchi e pesanti come macigni; melodie acide (il marchio di fabbrica degli AIC) che si stagliano sullo sfondo e si impastano negli intrecci vocali perfettamente amalgamati (e di grande impatto) di Cantrell e DuVall, uno che, d’accordo, non avrà l’intensità del suo predecessore, ma ha ampiamente dimostrato di meritarsi il posto dando quel tocco di in più, il suo tocco, ad ogni pezzo. Pezzi in questo caso più metal che rock, senza dubbio, messi ad asciugare all’aria di Seattle. Non c’è davvero molto altro da dire su questo disco se non che la sua grande bellezza risiede interamente nella sua forza. Una forza esibita senza compromessi, quasi uno sfogo. Il trionfo del songwriting di Cantrell! Non ci sorprende affatto quello che sentiamo, questi sono gli AIC! “The Devil Put Dinosaurs Here” è un signor disco. Un album da prendere con foga e consumare senza ritegno. Ad oggi, uno dei migliori in assoluto usciti quest’anno. A Layne probabilmente sarebbe piaciuto (www.rockol.it/recensione-5314/alice-in-chains-the-devil-put-dinosaurs-here).
Gli AIC mettono le cose in chiaro fin dall’inizio di questo disco: non stiamo qui a fare del rock-simpatico-che-piaccia-alla-gente, noi parliamo d’altro. “The Devil Put Dinosaurs Here” non è, infatti, un disco facile. Bisogna scegliere un particolare momento per ascoltarlo. Concentrarsi, indossare le cuffie e spegnere tutte le luci, volendo anche il sole, per sentirlo veramente. Non sono canzoni brevi e veloci, non sono pezzi allegri, non c’è molto respiro: è un disco oscuro, da pozzo profondo pieno di dèmoni. Se siete disposti a dedicargli un po’ del vostro tempo, ve lo consigliamo; se cercate riff divertenti e canzoni rock che coniughino orecchiabilità e musicalità, forse è il caso di rivolgersi da un’altra parte (www.soundsblog.it/post/146721/alice-in-chains-the-devil-put-the-dinosaurs-here-la-recensione-di-soundsblog).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.



sabato 26 ottobre 2013

Il ritorno dei Pearl Jam: tradizione e prevedibilità da una parte e ricerca di nuove strade dall’altra… Ma non è detto che la migliore soluzione sia quest’ultima!


PEARL JAM “Lightning Bolt” (Monkeywrench/Universal, 2013) – www.pearljam.com

Tracklist:
1. Getaway (guarda & ascolta: http://youtu.be/n6F8AdBF0qw)
2.
Mind Your Manners (guarda & ascolta: http://youtu.be/jWQYYavheUA)
3. My Father’s Son
4.
Sirens (guarda & ascolta: http://youtu.be/qQXP6TDtW0w)
5. Lightning Bolt
6. Infallible
7. Pendulum (guarda & ascolta: http://youtu.be/Yabte-qS4k0)
8. Swallowed Whole
9. Let The Records Play (guarda & ascolta:
http://youtu.be/tZArHe4mlZ4)
10. Sleeping By Myself
11. Yellow Moon
12. Future Days

Per ascoltare l’intero album clicca qui: http://youtu.be/34pE_1sl_yQ

Sembra siano trascorsi secoli e invece è solo un ventennio fa che i Pearl Jam si accingevano, un po’ controvoglia, a varcare la soglia di un enorme successo, fino a diventare quello che sono oggi: dei “sopravvissuti” al rock, ma dalla immutata passione! È uscito lo scorso 15 ottobre e si intitola “Lightning Bolt” il nuovo album, il 10° della loro carriera. La prima cosa che colpisce è il titolo: mai prima d’ora era stato scelto riprendendo quello di una canzone in scaletta. Potrebbe esser considerata una minuzia, ma potrebbe anche rappresentare un piccolo cambiamento, uno dei tanti che si aggiunge ai molti già vissuti dalla band per via dell’età, dell’esperienza e dall’essere diventati “mainstream”. Ma una nota di merito va all’artwork del disco, da cui si evince l’occhio di riguardo che i Pearl Jam hanno sempre avuto nei confronti dell’arte. Per ogni brano è stata anche ideata un’immagine che ne riassume il messaggio, in modo lampante, facendo pensare che ci si trovi dinanzi ad un concept album.
Composto da dodici canzoni, le cui sonorità non si discostano di molto dal grunge (definizione di stile che oggi appare più come una parola svuotata da ogni significato), una piccola delusione quest’album potrebbe arrecarla a chi aveva sperato in una nuova fase della band, magari più sperimentale … ma non è così! Registrato agli Henson Recording Studios di Los Angeles, prodotto da Brendan O’Brien, la band ci ha lavorato sopra per quattro lunghi anni. Le aspettative erano tante, e per il suo lancio si è scelto di fare le cose in grande stile. Già nel mese di luglio, un countdown compariva sul loro sito ufficiale, indicando quanto tempo sarebbe trascorso dal lancio del nuovo singolo, “Mind Your Manners”, un pezzo punk rock, in classico stile PJ, quasi una rivisitazione in chiave moderna di “Spin the Black Circle” (contenuta nel loro 3° album “Vitalogy” del 1994). Segno che anche loro, come già accaduto alle grandi bands del passato come Rolling Stones o U2, arrivati a questo punto, sono costretti a cercare un compromesso, sia con i fans di lunga data – dei veri e propri integralisti, conservatori e tradizionalisti, ma solo verso i PJ, s’intende – sia con i nuovi, cresciuti a dismisura da quando Vedder compose la colonna sonora per il film di Sean Penn “Into the Wild” e che sempre più iniziano ad apprezzare la loro musica e i valori che li hanno resi grandi. Non tutti, del resto, optano per una scelta radicale come è capitato, ad esempio, agli R.E.M.: sciogliersi e lasciare che ognuno prenda la propria strada.
È in definitiva – e non poteva essere altrimenti – un disco che segna una nuova stagione per la band di Seattle, non più giovanissima, e i cui componenti sono ormai quasi tutti padri di famiglia. Certo, le sorprese non mancano, come “Infallible”, brano scritto a quattro mani da Stone Gossard e Jeff Ament, il cui sound ha un gusto dal sapore vintage che a tratti sfocia nel funky, o “Pendulum”, “Future Days” e “Yellow Moon”, pezzi che sarebbero stati buoni per “Into The Wild”, e che non mancheranno di affascinare la nuova leva di fans. La blueseggiante “Let The Records Play”, invece, riecheggia un Neil Young d’antan: lo “Zio Neil” a cui il disco è dedicato. Il brano d’apertura, la potente “Getaway”, mette subito le cose in chiaro, come a dire “tranquilli, nonostante tutto, siamo sempre Noi”. (Pasquale Rinaldis, www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/19/musica-il-ritorno-dei-pearl-jam-con-lightning-bolt/749585/)

“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.




sabato 19 ottobre 2013

Che si alzi il sipario: il “mountain king” è tornato! Con “Raise The Curtain” Jon Oliva si ripresenta in una veste un po’ diversa dal solito.


OLIVA “Raise The Curtain” (AFM Records / Audioglobe, 2013) – www.jonoliva.net 

Tracklist:
01. Raise The Curtain (guarda & ascolta: youtube.com/watch?)
02. Soul Chaser (guarda & ascolta: youtube.com/watch?)
03. Ten Years
04. Father Time (guarda & ascolta: youtube.com/watch?)
05. I Know
06. Big Brother
07. Armageddon
08. Soldier (guarda & ascolta: youtube.com/watch?)
09. Stalker (guarda & ascolta: youtube.com/watch?)
10. The Witch
11. Can't Get Away
12. The Truth (bonus track)


“Raise The Curtain” non è un nuovo disco dei Jon Oliva’s Pain, ma trattasi invece di un primo disco solista vero e proprio per il famoso frontman di quella mitica band che furono i Savatage. Fatta questa prima doverosa precisazione, passiamo subito ad affrontare ciò che si è rivelato il nostro nemico numero uno durante tutti i numerosi ascolti dedicati a questo lavoro: le aspettative! Inutile girarci intorno o mentire a se stessi: chi, tra voi, nel vedere la sontuosa copertina di questo disco non ha pensato subito alle copertine e allo stile dei grandi Savatage? Ci immaginiamo ben poche mani alzate. È giustificabile, quindi, il fatto di avvicinarsi a quest’album con delle aspettative un po’ particolari, anche perché altrimenti non ci sarebbe sembrato nemmeno troppo sensato presentarsi semplicemente con la semplice denominazione di Oliva. E in effetti c’è qualcosa di molto diverso in queste undici tracce, una musica che non è in linea con i lavori recenti dei Jon Oliva’s Pain e non bada nemmeno a ricalcare troppo il sound dei vecchi album dei Savatage. Un po’ spiazzati? Vi assicuriamo che lo siamo stati anche noi nell’ascoltarlo. L’introduzione al disco è infatti affidata alla traccia che intitola l’album: un masterpiece di rock progressivo (davvero!) quasi completamente strumentale, che alterna alcuni cori a lunghi passaggi strumentali dove le tastiere impazzano alla grande! Il suono è molto settantiano. L’interruzione a queste atmosfere così atipiche ci arriva in corrispondenza della seconda traccia, una battagliera “Soul Chaser” che si piazza a metà tra il sound corposo dei JOP e l’aggressività dei Savatage di “Hall Of The Mountain King”. “Father Time” ci spiazza di nuovo perché propone, su una base indiscutibilmente hard, degli input jazz-rock assolutamente inaspettati: l’Hammond alla Jon Lord si snoda imperioso per tutto il pezzo, convincendoci che se questo brano fosse stato cantato da Ian Gillan, e non da Jon Oliva, non avrebbe stonato sull’ultimo “Now What?” dei Deep Purple. “Big Brother” e “Armageddon” rappresentano il lato più duro dell’album, riprendendo il metal elegante e di classe delle due bands rese grandi dal corpulento compositore; ma a colpirci di più è ancora una volta una ballad, quella bellissima “Soldiers” che ci regala pianoforte e fiati in quantità, facendoci sognare per tutta la durata del brano. E se “The Witch” propone un ultimo squarcio di puro metal prima della chiusura dell’album, troviamo ancora spazio per due inaspettati jolly quali la blueseggiante “Can’t Get Away”, veramente particolare, e per le aperture orientaleggianti di “Stalker”.

Che dire? Non è un nuovo album dei Savatage, è vero, ma a questo punto ci chiediamo: avrebbe senso? Per sua natura, la band floridiana ha sempre evitato di proporre un cliché. E se quindi tra i fan c’è chi pregherebbe perché Oliva componesse ora un successore del grandissimo “Hall Of The Mountain King”, altrettanti ne possiamo trovare che pagherebbero per un secondo “Streets”, o anche per un più concreto e metallico seguito di “Edge Of Thorns”. I Savatage, ma Jon soprattutto, sono sempre stati così: incapaci di autoingabbiarsi in uno stile strutturato e ripetibile. L’ispirazione non gli è mai venuta meno, ed è forse per questo che tanti fans hanno come album preferito un disco ogni volta diverso. Se vogliamo identificare nell’ispirazione e nella creatività i tratti caratteristici del songwriting di Jon Oliva, possiamo tranquillamente dire che “Raise The Curtain” sia un centro pieno! Un album sognante e sincero, spinto forte in avanti dagli impetuosi venti di una vena creativa che evidentemente ancora non si è spenta. Un album quindi molto buono, il cui unico difetto è quello di mancare di un brano epocale, di quelli in grado di gareggiare con l’ingombrate eredità artistica del suo stesso creatore. Per contro però, qui non c’è scappato nemmeno un attimo di noia (http://metalitalia.com/album/oliva-raise-the-curtain/).


“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.



sabato 12 ottobre 2013

Robyn Hitchcock celebra la vita in un panorama culturale dominato dal collasso economico e ambientale


ROBYN HITCHCOCK “Love From London” (Yep Records, 2013) – www.robynhitchcock.com/

Tracklist:
1. Harry’s song (guarda & ascolta: http://youtu.be/HhckUW45tBo)
2. Be still (guarda & ascolta: http://youtu.be/_NHstj2gM7U)
3. Stupefied
4. I love you (guarda & ascolta: http://youtu.be/BfEkX6expHQ)
5. Devil On A String
6. Strawberry Dress (guarda & ascolta: http://youtu.be/eJetFg9UwYo)
7. Death And Love
8. Fix You
9. My Rain
10. End Of Time (guarda & ascolta: http://youtu.be/tQaHJN9m1mg)


Appuntamento imperdibile questo di “Love From London”, il più recente album realizzato da Robyn Hitchcock, appena sessantenne e sempre con quella determinata volontà di porsi una tacca in più oltre le visionarietà dell’odierno panorama rock. L’ennesimo brioso, stralunato e sghembo gioco al rimbalzo di un carattere “psichedelico” – quello di Mr. Hitchcock – che confina con i pianerottoli di un Syd Barret metafisico e decisamente pop.
E con questo sono diciannove i lavori in studio dell’artista anglosassone. “Love From London” ci porta lontano dai tempi della sua “infanzia” con i Soft Boys, ci fa ricordare i suoi tempi recenti con le sperimentazioni di gruppo (vedi i Venus 3), e va subito a rappresentare la parte più originale di una “seconda giovinezza” decisamente più pensante e con prese rapide di coscienza, tanto che Hitchcock allunga pensieri su fattori ambientali, della natura e di un globo infestato da economie facilone e furbastre, forse una responsabilità interiore scoppiata di recente. E come a disilludersi o scongiurando scenari catastrofici, il suono medita, scatta, si fa beat. Dieci tracce adattissime a stati d’animo presi nel momento di rilascio tensione, e su tutte, comunque, svetta la grazia meticolosa di un artista, di un ex “enfant prodige” che non seleziona flussi accattivanti o infinocchiamenti radiofonici bensì, ancora una volta, fa il punto della sua situazione umana e di quella che lo circonda, e poi nascono dischi come questo, un viaggetto, un bel pezzo di strada asfaltata tra sogni e realtà condivisa.
Sessant’anni non sono molti ma nemmeno pochi. Una via di mezzo in cui possono crescere nuove creatività. E come a non demordere, al giro di boa, Hitchcock si confessa ad un pianoforte con “Harry’s song”, si incammina sulle strisce pedonali della Abbey Road con “Stupified”, fa un bel giro di shake con “Devil on a string” e “Fix you”, per finire a sculettare in un bellissimo tramonto quasi “bowieano” con “End of time”, tutte mosse sonore che, elegantemente, portano questo nuovo disco a smaliziarci ancor di più e alzano l’arte di questo attempatello menestrello ad una nuova e splendida modalità anagrafica (www.indieforbunnies.com/2013/03/15/robyn-hitchcock-love-from-london/).
“RADI@zioni/N.R.G.” è un programma ideato da Camillo Fasulo e realizzato con la radi@ttiva collaborazione di Gabriella Trastevere, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica “Ciccio Riccio” (www.ciccioriccio.it) di Brindisi.


DISCLAIMER

1) Questo blog, a carattere puramente amatoriale, non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità, in base alla disponibilità del materiale inviatomi e/o auto-fornito.

2) Questo blog non ha richiesto contributi pubblici e non ha fini di lucro. Pertanto, non può essere considerato, in alcun modo, un prodotto editoriale
ai sensi della legge 07.03.2001, n. 62.
Ad oggi questo blog non presenta alcuna sponsorizzazione o affiliazione pubblicitaria, dunque al momento è da ritenersi un’opera totalmente no profit.

3)Copyright:
Alcune delle immagini contenute in questo blog sono prese in buona fede dal web. Se tuttavia dovessero sorgere dei problemi di carattere "autorizzativo" è sufficiente comunicarlo e tali immagini saranno rimosse.
E’ permesso citare parti tratte dal blog esclusivamente a condizione che si riporti un link con scritto:
Tratto da: www.camillofasulo.blogspot.com (con link attivo, cioè cliccabile alla pagina/foto).
Se contenuti o immagini violano diritti di terze parti saranno immediatamente rimossi dopo segnalazione.
Tutti i contenuti sono originali, salvo i casi in cui è espressamente indicata altra fonte.

4) Responsabilità:

Data la natura esclusivamente amatoriale del sito, non vi è alcuna forma di garanzia sull’esattezza e la completezza delle informazioni riportate, tuttavia si cercherà sempre di verificare i fatti riportati e si resta a completa disposizione per correzioni e rettifiche.

Potrà essere richiesta la rimozione totale o parziale del materiale ritenuto inappropriato e/o una eventuale rettifica inviando una e-mail a cfasulo@libero.it oppure a radiazioni@ciccioriccio.it.

Tutto il materiale presente nel blog (testi e immagini) è pubblicato a solo scopo divulgativo, senza fini di lucro (lo conferma la mancanza di link-pubblicità commerciale).

5) Queste condizioni sono soggette a modifica, senza alcuna forma ben definita di preavviso, vi invitiamo dunque a verificarne i contenuti con una certa frequenza.