venerdì 11 febbraio 2011

ROVISTANDO IN ARCHIVIO abbiamo rispolverato "Sweet Fanny Adams", superlativo e creativo capolavoro per gli SWEET

SWEET “Sweet Fanny Adams” (RCA, 1974)
Gli Sweet hanno notevolmente influenzato il movimento heavy metal, in particolar modo la sottocorrente pop metal degli anni ’80. L’album “Sweet Fanny Adams”, pubblicato nel 1974, presenta un titolo alquanto duro, in quanto ricorda un efferato omicidio compiuto da tale Frederick Baker ai danni di una bambina di 8 anni di nome Fanny Adams. “Sweet Fanny Adams” è diventato anche un modo di dire nel linguaggio inglese comune avendo come significato "nothing at all" o ancora, più esplicitamente, "fuck all". Il disco, nonostante presenti due composizioni firmate dagli “hit makers” Chinn & Chapman, è sicuramente Sweet al 100 %, con capolavori metallici come la title track o "Set Me Free" o la più oscura "Into the night". L'album entrò nella top 40 Inglese, e n° 2 nella top in Germania dove gli Sweet sono tutt’oggi ancora molto amati. Nel disco troviamo 9 brani tutti molto belli, suonati con estrema passione, senza sbavature né punti morti. La cosa micidiale è che, a distanza di quasi 37 anni, questo lavoro risulti ancora fresco, genuino ed inossidabile, una pietra miliare del panorama rock. “Set Me Free”, il potentissimo brano di apertura dell'album, è stato scritto dal chitarrista Andy Scott. Il suono della sua Gibson penetra nelle vene, la batteria di Mick Tucker infligge colpi sincronizzati al massimo, il basso di Steve Priest è energico come non mai e la voce di Brian Connolly potente, dalle corde vocali invasate ma con timbro acuto, completa il tutto. “No You Don’t”, il terzo brano dell'album è prova inconfutabile della validità di questo album... semplicemente pazzesco!  “Sweet Fanny Adams”, o per meglio dire, “Sweet F.A.” il brano, è diviso in varie fasi con effetti travolgenti, un mix di suoni e di ritmiche serrate con lancinanti assolo di chitarra, rimbombanti colpi di basso, un’ampia coralità e poi gong, campane tubolari, colpi di pistola ad effetto… Raramente si trova nel panorama rock un brano del genere… semplicemente superlativo e creativo: un vero capolavoro!
Gli Sweet nacquero a Londra, Regno Unito, nel 1968. Furono tra i più influenti rappresentanti del glam rock e dell’hard rock negli anni ’70 e fonte di ispirazione per molti gruppi negli anni a venire. Le loro origini vanno fatte risalire a metà degli anni 60, quando in Inghilterra erano attivi i Wainwright's Gentlemen, un gruppo soul dove troviamo il futuro batterista degli Sweet, Mick Tucker. Fu proprio nei Wainwright's Gentlemen che avvenne il primo contatto tra Tucker e Brian Connolly, che degli Sweet diventerà il cantante, visto che quest'ultimo sostituì dietro il microfono un certo Ian Gillan, che poi diventerà famosissimo con i Deep Purple. I due rimasero nei Wainwright's Gentlemen fino al ’68 quando decisero di avviare un nuovo progetto musicale, chiamando il bassista Steve Priest. L'organico fu completato dal chitarrista Frank Torpey. Il nome scelto per questa nuova avventura musicale fu Sweetshop accorciato poi in Sweet con l’uscita di Torpey e l’ingresso di Andy Scott. Tantissimi i brani da ricordare, tra gli altri, nell’abbondante produzione Sweet dei seventies: “Action”, “Fox on the run”, “Ballroom blitz”, “Love is like oxygen”, “Teenage rampage”, “Blockbuster”, “Hell raiser”, “The six-teens, “Lost Angels”… quasi tutti ripresi come cover dal altri illustri nomi come Saxon, Krokus, Def Leppard, Raven, Red Hot Chili Peppers, Motorhead, Damned e Vince Neil (dei Motley Crue)… solo per ricordarne qualcuno.
Per tornare ai contenuti di questo album: “Into The Night”, tenebrosa, con rintocchi e assoli in primo piano, campane alla “zombi viventi” è un vero richiamo della foresta. Potrebbe fungere da colonna sonora per qualche film horror. “Restless” con il basso in primo piano ed il coro di voci dei quattro componenti è da libidine! “Heartbreak Today” è una genuina lussuria in puro stile glam rock. “Peppermint Twist”, unica cover presente, è un vero inno revival del travolgente ballo in voga negli anni ’60, mentre “Rebel Rouser”, molto orecchiabile, ti rilassa: è un pezzo da autoscontro (… le mitiche auto-piste da luna park!). “AC/DC”, per finire, divenne famosissima anche in Italia perché gettonatissima a “Supersonic”, il mitico programma di Radio 2 RAI della prima metà degli anni ’70. Questo disco non può assolutamente mancare nella discoteca di un amante del genere Rock.
(Teresio Garavaglia)

giovedì 10 febbraio 2011

THE DECEMBERISTS: vivaci ed intelligenti con il nuovissimo "The King Is Dead"

THE DECEMBERISTS “The King Is Dead” (Rough Trade, 2011)

Tracklist:
01. Don’t Carry It All
02. Calamity Song
03. Rise To Me
04. Rox In The Box
05. January Hymm
06. Down By The Water
07. All Arise!
08. June Hymm
09. This Is Why We Fight
10. Dear Avery

“The King Is Dead” sigla il ritorno della ciurma di “carbonari” di Portland, capitanati da Colin Meloy. Dopo l’interessante e convincente esplorazione nelle lande sonore del progressive/experimental rock, molto “english style”, con il precedente "The Hazards Of Love" (2009), i The Decemberists, si fanno nuovamente trasportare dagli impulsi atavici delle foreste pluviali del Nord-Ovest statunitense (www2.troublezine.it/reviews/15523/the-decemberists-the-king-is-dead). “The King Is Dead” lascerà probabilmente perplessa una grossa fetta dei fans della prima ora, come è fisiologico che accada nel percorso artistico di una band abbastanza influente. Non siamo al cospetto di un disco clamoroso, ma dopo le derive musicali del precedente capitolo c’è da restare più che ottimisti. Il Re è morto e nemmeno ce ne siamo accorti! (www.indieforbunnies.com/2011/01/10/the-decemberists-the-king-is-dead/). Il coraggio (o era avventatezza?) non sempre paga. E così, nel 2009, l’ambizioso “concept album” “The Hazards Of Love” ha incassato molte più critiche (anche feroci ed immeritate) che lodi. Colin Meloy, l’occhialuto nerd dalla vista lunga che regge da sempre il timone dei Decemberists, tra i migliori retro-progressisti d’America di questi ultimi anni, si era abituato alle coccole dei giornalisti e dev’esserci rimasto molto male. Fatto sta che ha prontamente ingranato la retromarcia, e allo yin di quell’album “prog-folk-metal” da lui stesso definito un “musical mancato”, risponde oggi con lo yang di “The King Is Dead”, titolo in un certo qual modo evocativo (nel 1986 gli Smiths pubblicavano “The Queen Is Dead”, ricordate?) per una collezione di canzoni semplici, lineari e cristalline come non mai. 10 canzoni (niente suite, nessuna fiaba allegorica o astruso sottotesto, stavolta!), poco più di 40 minuti di musica. Al primo impatto si arriva già al cuore del disco, perché “The King Is Dead” ha il pregio dell’immediatezza e della comunicativa: i cinque giovanotti dell’Oregon, barbe occhiali e aria rustica da contadini del rock, sono tornati scientemente alle loro radici college, a quel suono indie americano solidamente piantato nei primi anni ’80 di 10,000 Maniacs e R.E.M. E il fatto che in tre titoli ci sia la Rickenbacker di Peter Buck in persona rende il loro proposito ancora più autentico ed esplicito: pure troppo, se è vero che il jingle jangle chitarristico e la batteria di “Calamity song” (lo ha già osservato qualcun altro, ma non si può che sottoscrivere) fanno subito venire in mente una outtake o a una ghost track da “Murmur” o da “Reckoning” quasi 30 anni dopo. Buck si fa sentire, eccome, anche in “Down by the water”, e sono di nuovo sapori forti di R.E.M. con l’umore giusto per spopolare nelle college radio dentro e fuori il Web; l’ombra di Neil Young si allunga invece sulla suggestiva “Dear Avery” (strofa malinconica, inciso solare e arioso), mentre il sapore un po’ western di “This is why we fight”, l’episodio più rock, aggressivo ed elettrico della raccolta, piacerebbe sicuramente anche all’ultimo Billy Bragg. E che dire di “Rise to me”? Probabilmente la migliore della raccolta, con quel mix dolce e fragrante di pedal steel, sei corde acustica e armonica che firma inconfondibilmente il suono di questo album. Un disco fresco e piacevolissimo, sicuramente meno avventuroso e impegnativo dei precedenti. La messa a fuoco definitiva, la prova della maturità dopo cinque dischi di varia ed effervescente ispirazione? Mah, i Decemberists sono una band vivace e intelligente, curiosa e autoironica. Capace, come poche altre oggi, di sorprendere, di sovvertire i pronostici e di rimescolare le carte. Scommettiamo che la prossima volta cambieranno di nuovo direzione? (www.rockol.it/recensione-4486/Decemberists-THE-KING-IS-DEAD).
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.

domenica 6 febbraio 2011

THE RECORD's - arriva da Brescia la band più "english" d'Italia!


THE RECORD’S “De Fauna Et Flora” (2010)

Potrebbe sembrare strano ma, come già ricordato presentandovi poco tempo fa il loro disco d’esordio, The Record’s provengono da Brescia e sono sicuramente la band più “english” che, attualmente, abbiamo in Italia. “De Fauna Et Flora”, 2° lavoro per il terzetto lombardo, è un autentico compendio di tutto ciò che di buono c’è tra Blur e The Shins, e presenta una scaletta che sale incalzante, senza mai mettere un piede in fallo.
Se ricordavate i The Record’s per un esordio all’insegna del più arrembante power-pop, beh, adesso qui gli orizzonti espressivi e stilistici si dilatano a dismisura volgendo verso uno psychedelic-pop di qualità. I The Record’s hanno messo in fila una serie di canzoni che fanno subito venir voglia di riascoltare questo disco da capo e poi ancora da capo per ascoltarlo e riascoltarlo. “De Fauna Et Flora” è disco di una freschezza assoluta.
(Carmine Tateo)

WOW... è il nuovo album (doppio) dei VERDENA


VERDENA “Wow” (Black Out - Universal, 2011) - www.verdena.com
“Dove andranno i Verdena, dopo “Requiem”? C'è una via di mezzo tra “i nuovi Nirvana” e la disperazione musicale di questi brani, ma non è detto che i Verdena la stiano cercando.” Così terminava, nell'aprile del 2007, la recensione di “Requiem” su Rockol.it. Con il senno di poi, si può assolutamente affermare che i Verdena il compromesso non l'hanno cercato e sono andati dritti per la loro strada, anzi la strada l'hanno lasciata. Si sono rintanati in Valle Lujo, nei pressi della loro Albino, non facendo trapelare per tre anni alcuna notizia, isolandosi nella propria vita, fatta di fantasia, suoni, ma anche di gioie e problemi comuni ai mortali come la nascita di un figlio per il frontman Alberto, la rottura di un hard disk con dentro molto materiale già registrato. Niente compromessi si diceva. Già, quando nel 2011 decidi di dare alle stampe un disco come “Wow”, la tua posizione è inequivocabilmente quella di chi rifiuta ogni strategia discografica e ama fare dischi come si faceva una volta. La direzione è chiara fin dalla scelta del primo singolo: optare per il folk sbilenco ed il testo pazzoide di “Razzi arpia inferno e fiamme” e non sul “singolo perfetto” per melodia pop, durata e testo della ballad “Canzone ostinata” è una palese affermazione di indipendenza.
“Wow” è un disco inizialmente indecifrabile, una miscela di melodia e rumore, una strizzata d'occhio a testi ed atmosfere per cui non è blasfemia citare Mogol/Battisti e puro non sense, pianoforte più che chitarra, psichedelia incontrollata e binari pop-rock. Dopo qualche ascolto i Ferrari Brothers e Roberta Sammarelli sciolgono ogni resistenza che si possa avere nei loro confronti, sogghignano e ti spingono nel loro paese delle meraviglie. (www.rockol.it)
Il gruppo è riuscito a mettere cuore ed anima in un lavoro che coinvolge principalmente la testa. Scrivere musica pop così rigidamente elaborata riuscendo a coniugarla a passione e sudore non è un’operazione che si può permettere chiunque: in particolare quello che riesce particolarmente bene alla band è la capacità di elaborare e rendere propri (e italiani) alcuni atteggiamenti della musica pop internazionale d’avanguardia. Così, quando “Loniterp” o “Per Sbaglio” azzardano armonie vocali di grande effetto, è facile farsi venire alla mente bands come Grizzly Bear e Animal Collective ma tutto dura solo qualche istante perché i Verdena sono dietro l’angolo a rimettere tutto sotto il proprio marchio, in modo superbamente autografo. (www.fardrock.wordpress.com)
I Verdena sono una band “importante”, molto rispettata, ma che non fa sistema, non è inserita in nessuna scena, non ci sono ospiti illustri nell’album ma solo loro amici, come si deduce dai ringraziamenti finali nel libretto dove non compare nemmeno un nome di band nostrane, cosa a cui non eravamo più abituati. “WOW” è stato completamente scritto e (quasi del tutto) suonato da Alberto, Luca e Roberta, affiancati da collaboratori esterni solo per quanto riguarda gli strumenti più “classici”; per il resto i tre si cimentano con tastiere, sintetizzatori, macchine varie e pure una bella fisarmonica. Impossibile analizzare i brani singolarmente ma “WOW” è un viaggio bellissimo, che una volta concluso si vorrebbe ricominciare subito, come da bambini sull’ottovolante. Eppure qui si rimane sempre molto in alto in quanto a sensazioni d’ascolto ed ispirazione della band e l’unico commento che viene a chiusura del tutto è, appunto, Wow! (www.indieforbunnies.com)
(Rino De Cesare)
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.



mercoledì 19 gennaio 2011

JAMIROQUAI - è vera maturità artistica?

JAMIROQUAI “Rock Dust Light Star” (2010)

Usciamo per un attimo dal nostro ambito, e parliamo di una band ormai storica, che, a dire il vero, è abbastanza difficile da collocare in un genere. Cosa suonano i Jamiroquai? Le etichette parlano di acid jazz, neo-soul, funktronica, ma credo che in questo caso si possa ricorrere a più definizioni per catalogare la loro musica che ha attraversato, sfiorato e influenzato anche l'ambito del rock.
(http://indiexplosion.blogspot.com/2010/10/jamiroquai-rock-dust-light-star.html) 
Ascoltando e riascoltando quest’ultimo album sembra che la band di Mr. Kay abbia finalmente raggiunto una vera maturità artistica. Qui niente è lasciato al caso ed oltre tutto le canzoni si prestano benissimo ad essere eseguite e ballate dal vivo perché in alcuni momenti “Rock Dust Light Star” sembra proprio “disco-dance” anni ’70. Da oltre 20 anni sulla scena Jamiroquai sfornano finalmente un album che, senza timore d’essere smentito, pare essere il loro migliore in assoluto. Jay Kay is back!

(Carmine Tateo)

lunedì 17 gennaio 2011

ARCADE FIRE: per la consacrazione dovremo attendere ancora!


ARCADE FIRE “The Suburbs” (Merge Records, 2010) www.arcadefire.com

Tracklist:
01. The Suburbs
02. Ready To Start
03. Modern Man
04. Rococo
05. Empty Room
06. City With No Children
07. Half Light I
08. Half Light II (No Celebration)
09. Suburban War
10. Month Of May
11. Wasted Hours
12. Deep Blu
13. We Used To Wait
14. Sprawl I (Flatland)
15. Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)
16. The Suburbs (Continued)

L’attesa era notevole per il nuovo lavoro degli Arcade Fire, da molti indicato come il gruppo indie più rilevante dello scorso decennio. Due album veri e propri all’attivo, “The Funeral” e “Neon Bible”, che hanno avuto un successo di critica e soprattutto di pubblico fuori dal comune per un gruppo, si dall’attitudine mainstream, ma con radici ben piantate nel circuito alternative. A conferma di ciò “The Suburbs”, questo il titolo del nuovo lavoro, ha debuttato in cima alle classifiche di vendita sia in Inghilterra che in America alimentando ulteriormente quel nuovo fenomeno che vede i gruppi indipendenti avvicinarsi sempre di più, in termini di numeri, alle grandi produzioni (esempio di qualche mese fa il successo del nuovo The National). Purtroppo occorre dire subito che, anche se l’apprezzamento del pubblico sembra premiare le nuove composizioni del gruppo, siamo purtroppo, nell’insieme, leggermente distanti dall’altissima qualità dei precedenti lavori. “The Suburbs” è un disco tutt’altro che brutto ma, come spesso succede quando il termine di paragone è molto elevato, i difetti risultano più evidenti. (www.ilsussidiario.net)
Come giustamente ha argomentato “Rolling Stone”, gli Arcade Fire rinunciano a fare il disco della consacrazione e si guardano indietro, al loro retaggio, al loro passato e a quella espansione incontrollata di aspirazioni borghesi frustrate e di villette a schiera da cui sono riusciti a scappare. E ne fanno una metafora di languore, di disagio, di un’esistenza tradita, ma anche di una gloriosa età dell’oro irripetibile, che coincide con l’adolescenza. Ebbene sì, il titolo del disco, la sua lunghezza (ben 16 tracce) e gli otto artwork diversi nei quali è stata tirata la copertina fanno di tutto per dircelo: questo è un concept-album sulla suburbia, ovvero su quei quartieri residenziali, ricchi o meno che siano, che crescono fisiologicamente intorno alle città, che sono il teatro di posa dell’89% dei telefilm americani che conosciamo, che sono il luogo dove abitano i Simpson, che sono il luogo dove è ambientata mezza cinematografia americana, dove Juno resta incinta, dove “American Beauty” dispiega la sua tragedia, dove Donnie Darko ha le sue visioni o dove Peter Parker abita con la zia, proprio a un isolato da Mary Jane. È il luogo da cui parti, per andartene. Ma è anche il luogo dove l’America profonda fa i conti con i suoi sogni e le sue aspirazioni. (www.rocklab.it)
Sul piano squisitamente musicale, Butler & soci hanno leggermente ridotto la loro strumentazione, semplificato un po' gli arrangiamenti, aggiunto qualche inserto elettronico e uno o due inasprimenti rock'n'roll, ma senza intaccare in modo sostanziale la cifra del loro sound. “The Suburbs” ripropone un gruppo comunque in salute, che rallenta un po' il passo, restando immerso nel guado della sua consacrazione. Si tratta di vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Di certo farà discutere e forse, per la prima volta nella loro breve carriera, dividerà. (www.storiadellamusica.it)
(Rino De Cesare)
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.

mercoledì 12 gennaio 2011

Un ultimo sguardo alle più belle uscite del 2010 viste attraverso le scelte della “Next Rock Generation di RADI@zioni”

JON OLIVA’S PAIN “Festival”
Un viaggio nella follia di Jon Oliva, una corsa schizofrenica nel labirinto cerebrale dove tempeste di idee generano quello che da più di 20 anni ascoltiamo scaturire, rimanendo talvolta a bocca aperta, dalla mente e dalla penna di questo signore. 

THE DEAD WEATHER “Sea Of Cowards” 
Un connubio di chitarre graffianti, sintetizzatori a pioggia e distorsioni gotiche da brivido. Il tutto in armonia con la sensualissima voce di Allison Mosshart che si fonde con il cantato di Jack White, creando un mix davvero esplosivo. I due si travestono da diabolici reverendi in un western sporco di nero e cantano di relazioni difficili, tese, destinate a finire male. 

THE NATIONAL “High Violet” 
Atmosfere notturne e malinconiche, melodie che si posizionano in modo creativo fra il rock elettrico americano e l’indie rock dai toni più soft, con le influenze di sempre fra Joy Division e sprazzi di new wave britannica, in un fortunatissimo equilibrio tra toni cupi e un gioioso ottimismo. 

NEVERMORE “The Obsidian Conspiracy” 
Rappresentano una delle poche certezze in un panorama metallico sempre più arido: la band di Seattle è stata infatti una delle poche formazioni che sia riuscita a trasformare gli schemi abusatissimi del vecchio thrash in una struttura moderna e altamente personale. 

CATHEDRAL “The Guessing Game” 
2 cd, 13 pezzi, 1 ora e 24 minuti di durata: questi sono i numeri del 9° album per la band di Lee Dorrian, che intende così celebrare 2 decenni di carriera. Un’opera davvero ambiziosa, non solo per la sua mole, ma soprattutto per quello che il quartetto inglese ha tentato di condensare al suo interno: un turbine di prog, rock, folk, doom e psichedelia.


(Camillo Fasulo) 

Un ultimo sguardo alle più belle uscite del 2010 viste attraverso le scelte della “Next Rock Generation di RADI@zioni”

BLACK MOUNTAIN “Wilderness Heart” 
Sono gli alfieri dell’attuale psych’n’prog-spiritual-rock. Loro si definiscono un gruppo di hippie, ma per scherzo e proporre un sound sfacciatamente derivativo nel 2010 senza prendersi affatto sul serio e ottenere critiche più che positive e moltissima attenzione mediatica non è affatto semplice. 

SHEARWATER “The Golden Archipelago” 
Jonathan Meiburg (ex Okkervil River) ci guida attraverso gli oceani a bordo della sua musica. Aperture maestose, atmosfere epiche e struggenti, melodie che regalano le stesse emozioni provocate dal profumo del mare, dall’avvistamento della terra dopo tanti giorni di navigazione, dalla sensazione della sabbia sotto i piedi nudi. 

MASSIVE ATTACK “Heligoland” 
I Massive Attack allo stato puro! Vi si possono ritrovare tutti gli elementi caratteristici della loro produzione. Un lavoro che metterà d'accordo sia gli amanti del lato più black e trip-hop che i fans delle loro creazioni più glaciali e claustrofobiche. 

MIDLAKE “The Courage Of Others” 
Una meraviglia che scorre come se ci si trovasse al cospetto di un grande classico. Un viaggio che avvolge e trasporta attraverso gli umidi boschi americani con un tono malinconico che lo pervade dall’inizio alla fine. 

MENOMENA “Mines” 
È impressionante la quantità di dettagli presenti in ogni brano. In realtà la capacità che eleva i Menomena una spanna al di sopra di tante altre band è proprio quella di raggruppare così tanti elementi in un corpo sonoro compatto e godibilissimo. 

(Rino De Cesare) 

Un ultimo sguardo alle più belle uscite del 2010 viste attraverso le scelte della “Next Rock Generation di RADI@zioni”

ANTONY AND THE JOHNSONS “Swanlights” 
Un artista che ancora sta esplorando i propri limiti e le proprie possibilità. Un percorso difficile e meraviglioso. Uno splendido procedere tra incertezze, inquietudini, illuminazioni ed estasi… Ogni cosa è nuova qui! 


ISOBEL CAMPBELL & MARK LANEGAN “Hawk” 
Una specie d'istituzione del pop-rock alternativo. I due provano questa volta a variare le portate incrociando coordinate country-blues e prove sul terreno dell'errebì e del gospel. Intriganti e con ancora delle altre buone cartucce da sparare.


JOHN GRANT “Queen Of Denmark” 
Brillante esordio per l’ex leader dei The Czars che approda all'avventura solista, grazie anche alla collaborazione con i Midlake che hanno contribuito alla registrazione e all'arrangiamento dei brani. Un disco dal quale trapela la difficile vita dell'autore. Un lavoro "positivo", con atmosfere che richiamano gli anni '70, nostalgico e moderno. 


GRINDERMAN "2"
Echi di trasfigurato blues moderno, sperimentale ma anche classico. Drammaticità espressiva e accompagnamenti che, a tratti, sfiorano antiche melodie mistiche e tribali. Il lavoro non è proprio di facile digeribilità ma trasuda sudore e sangue, punto! 


MASSIMO VOLUME “Cattive abitudini” 
Non inventano niente di diverso da quello che hanno sempre fatto e per cui li abbiamo sempre amati, ma sono riusciti a produrre una sintesi di intensa bellezza. Ci sono tanti suoni diversi qui dentro: un pizzico di psichedelia 60’s, schitarrate rock più anni ’90, e concetti così rapidi e molesti che ti si conficcano in testa come pugnali.


(Angelo Olive) 

Un ultimo sguardo alle più belle uscite del 2010 viste attraverso le scelte della “Next Rock Generation di RADI@zioni”

TAME IMPALA “Innerspeaker” 
La miglior nuova psycho-rock band in giro attualmente. Propongono qualcosa di fresco e di creativo, con attitudine dreamy, dal sapore angelico e celestiale, il tutto riportato sulla terra da una splendida sezione ritmica! 


THE BLACK KEYS “Brothers” 
Di gran lunga il miglior disco della loro produzione. Praticamente un distillato di rock e blues che stordisce. Un susseguirsi di episodi diversi dove è evidente un inevitabile richiamo al passato… Ma, attenzione, non ci troviamo davanti ad un’operazione revival, tutt’altro! 


EDWYN COLLINS “Losing Sleep” 
Brit pop di indiscussa qualità per un ascolto godibile e spensierato. Il talento di Mr. Collins non si discute, ma la partecipazione nei vari brani di alcuni suoi amici (Aztec Camera, Magic Numbers e Cribs tra gli altri) danno maggior spessore a questo cd. Un grande ritorno per un grande maestro.
 



THE THERMALS “Personal Life” 
Provengono da Portland (Oregon, U.S.A.) ma hanno un suono decisamente molto europeo. Chitarre, basso e batteria dal sapore antico, ballate ad alta tensione elettrica e una miscela di suoni tra Superchunk e Pixies rendono “Personal Life” un album decisamente istantaneo, catalizzando l’attenzione fin dal primo ascolto. 


EELS "Tomorrow Morning"
Sdolcinato, melodico, rock, pop, elettronico e danzereccio sono le prime definizioni che vengono alla mente e calzano bene per descrivere un album pieno di sorprese. Gli standard di bellezza a cui gli Eels ci hanno abituati sono stati rispettati. Bentornati Eels!!!


(Carmine Tateo) 

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