sabato 17 dicembre 2011

THE BLACK KEYS: Un album per tutte le stagioni!

THE BLACK KEYS “El Camino” (Nonesuch Records, 2011) - www.theblackkeys.com

Tracklist:
1. Lonely Boy (VIDEO: http://youtu.be/a_426RiwST8)
2. Dead And Gone
3. Gold On The Ceiling (VIDEO: http://youtu.be/VcNyhCXNvQE)
4. Little Black Submarines (VIDEO: http://youtu.be/0_JvY9xeVNM)
5. Money Maker (VIDEO: http://youtu.be/LWuuzohpSSs)
6. Run Right Back
7. Sister
8. Hell Of A Season
9. Stop Stop
10. Nova baby
11. Mind Eraser

“Attenzione può generare dipendenza”. Ecco la controindicazione che manca sulla copertina del nuovo disco dei The Black Keys, “El Camino”, giunto nelle nostre cuffie in chiusura di questo anno, tutto sommato caratterizzato da una certa sobrietà musicale. E invece il duo dell’Ohio ci travolge con i suoi pezzi al fulmicotone, ricordandoci che ad alzare le chiappe non ci vuole molto, o forse si… e, comunque, ci vuole il disco giusto! Una pozione sanguinolenta fatta di attitudine rock’n'roll, sonorità garage e riff blues, ma la mistura non funzionerebbe così bene senza la giusta potenza in tutte le tracce e quell’inconfondibile american style, e qui Hendrix docet. Non c’è da stupirsi se a rimanerne incantati sarà un pubblico decisamente vasto: “El Camino” è un disco ancestrale, viscerale, contagioso, e di fronte alla pienezza di brani come “Gold on the Ceiling” è davvero difficile resistere! (polkadot.it).
“El Camino” è più conciso di “Brothers”, compatto e meno paludoso, niente digressioni. Ogni tanto escono album così: maledici il progresso e ringrazi che qualcuno il rock’n'roll l’abbia ancora nel sangue. È il suono dei The Black Keys che mostrano i muscoli e che, esplorata la black music, ne traggono le naturali conseguenze. Il soul gioca ancora un ruolo importante (“Sister, Stop Stop”), ma il volume e la melodia prendono il sopravvento, volutamente e ostentatamente. Dal blues al rock’n'roll, ripercorrendo idealmente il viaggio dei padri. Un esempio: “Little Black Submarines” che parte acustica e minimale, persa in un incrocio blues/folk, per esplodere poi d’un tratto in un’onda d’urto zeppeliniana e di lì verso un finale che straccia qualsiasi pretesa di imparare come si fa da “Guitar Hero”. A riprova, all’attacco della successiva “Money Maker” uno si ritrova a suonare la air guitar pure alla fermata del tram, così, senza pudore (nonsiamodiqui.it).
“El Camino” è un album per tutte le stagioni, gradevole e ambiguo, accattivante ma innocuo (il “ma” significa che vorremmo sempre un rock scomodo e inquietante, che ci turbi nelle nostre certezze, che riesca a portarci in mondi che non avremmo mai immaginato). È un tipico segno della nostra epoca, con un che di inevitabile: Dan e Patrick citano i Cramps e i Clash, gli Stones ed i Led Zeppelin, ma sono giusto evocazioni, fuochi fatui di una musica e di uno spirito un giorno fisicamente presenti e ben più soverchianti.
Il titolo temiamo sia stato equivocato. La Chevrolet “El Camino” fu un modello in voga negli States negli anni ’60 ma quella che si vede in copertina è un’altra auto, una più recente Chrysler Town & Country. Siccome fu il pullmino dei sogni dei due Black Keys agli inizi dell’avventura anni fa, sembra verosimile che “El Camino” vada preso alla lettera e indichi semplicemente “la strada”; il lungo tratto percorso da Carney e Auerbach negli ultimi dieci anni e prima ancora, da Akron alla vetta del rock (myworld.it).
(Rino De Cesare)
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


domenica 11 dicembre 2011

MASTODON - Una band in continua trasformazione

MASTODON “The Hunter” (Reprise, 2011) – www.mastodonrocks.com

Tracklist:
1. Black Tongue (video http://youtu.be/1vNBeoPOZls)
2. Curl Of The Burl
3. Blasteroid
4. Stargasm
5. Octopus Has No Friends
6. All The Heavy Lifting
7. The Hunter
8. Dry Bone Valley
9. Thickening
10. Creature Lives (video http://youtu.be/LxALZkrAIIE)
11. Spectrelight
12. Bedazzled Fingernails (video http://youtu.be/DcZBLzAkiUY)
13. The Sparrow (video http://youtu.be/M8RvJ8N_MS8)

Tra le band emerse negli anni ’00 sono quelle dotate di maggior creatività e personalità, tra le poche davvero in grado di apportare qualcosa di nuovo nell’universo metal, riuscendo anche a raggiungere buoni livelli di apprezzamento e di popolarità. La loro musica non è proprio di facile assimilazione: parte dal thrash e dal death, passa per hardcore, sludge e psychedelia per approdare al prog e al rock classico. Sono una band in continua evoluzione ed ogni album è diverso da quello che l’ha preceduto. Hanno girato il mondo in compagnia dei maggiori nomi del metal mondiale. Hanno suonato per il pubblico di Iron Maiden, Slayer, Metallica, Machine Head e Tool prima di arrivare a riempire i grandi club nel loro più recente tour mondiale da headliner. Si sono fatti valere e si sono guadagnati il rispetto di una larga fetta di fans e di coloro che, soprattutto dal metal, cercano sempre qualche nuova e vincente soluzione. “The Hunter” è il loro quinto album da studio e le sorprese non finiscono qui! (Rock Hard n° 24, vers. Italiana, ottobre 2011)
Dopo quattro album concept sugli elementi base della natura - acqua, aria, terra e fuoco - con “The Hunter” il filone viene accantonato. Non si parla più di imprese epiche e di citazioni romanzesche. Al primo ascolto si potrebbe rimanere perplessi. Il suono si fa smussato, rotondo. Perde un pò della ruvidità dei lavori precedenti. Le tracce non sono più suite da oltre 10 minuti, ma schiette e dirette, quasi in “your face”. In ogni caso sono un passo in avanti, nuova linfa per il metal. I puristi potranno anche storcere il naso, in quanto c’è una strizzata d’occhio ad un’apertura più mainstream, ma quest’album non passerà inosservato e lo vedremo sicuramente nella top ten dei migliori album del 2011. (http://www.impattosonoro.it/2011/10/26/recensioni/mastodon-the-hunter/)
La varietà è il vero marchio di fabbrica di quest’opera, con accelerazioni classicamente metal (come “Dry Bone Valley” e “Spectrelight”) e inserti allucinatori (come in “Bedazzled Fingernails”). Ma è con citazioni esplicite dai Pink Floyd che “The Hunter” raggiunge la vetta. Se “The Sparrow”, unico pezzo del disco a sfiorare i 6 minuti, è una lenta discesa nell’oblio, che rievoca cavalcate e voli a perdersi, è “Creature Lives” ad aprire orizzonti fino ad ora inesplorati dai Mastodon. L’inizio è una citazione che si sfoga nella campionatura di “On the Run” dei Pink Floyd e di “Invincible” dei Muse, salvo poi trasformarsi in un arpeggio di chitarra dolce e secco allo stesso tempo. Il crescendo è da apoteosi e la solennità dei cori, uniti all’aprirsi della melodia, lascia brividi e bocche aperte. Onore ai Mastodon, quindi, che non avranno certo fatto un disco perfetto, ma hanno avuto il coraggio di non cavalcare l’onda ripetendosi e, anzi, trasportando il loro stile inconfondibile in canzoni diverse e forse più accessibili, ma allo stesso tempo tremendamente virtuose. (http://www.osservatoriesterni.it/mastodon-hunter)
Sarà “The Hunter” quel passo di troppo che condusse il “Black Album” e “Songs For The Deaf” e i loro rispettivi autori (Metallica e Queens Of The Stone Age, per intenderci) verso il grande pubblico mainstream, slegato da quello più affezionato e devoto? Difficile rispondere. Per ora prendiamoci qualche anno per valutare feedback e passi futuri. Ma terminato l'ascolto, un piccolo pensiero s’insinua come un tarlo nella mente, soprattutto avendo, ancora, nelle orecchie i suoni dei precedenti dischi. Ma, dopo tutto, i due album sopra citati sono entrati di diritto tra gli imprescindibili del rock, quindi quale augurio migliore? Il consiglio per godersi questo disco è di non armarsi fino ai denti per andare a caccia dei fantasmi del passato ma godersi l'album per quello che è, aspettando le prossime battute di caccia per meglio inquadrarlo nella discografia del gruppo. Solo allora scopriremo se questo “The Hunter” è una meritata pausa o un nuovo inizio. Nonostante tutte queste parole, una delle migliori uscite dell'anno! (http://enzocurelli.blogspot.com/2011/10/recensione-mastodon-hunter.html)


a cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo

“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


sabato 3 dicembre 2011

BEIRUT: un piccolo capolavoro ispirato alla grande tradizione folk americana... ma non solo!

BEIRUT “The Rip Tide” (Pompeii Records, 2011) – www.beirutband.com

Tracklist:
1. A Candle’s Fire
2. Santa Fe (video http://youtu.be/-wJFhjXk9sc)
3. East Harlem
4. Goshen
5. Payne’s Bay
6. The Rip Tide (video http://youtu.be/7r3BZITZVYg)
7. Vagabond (video http://youtu.be/G8TfnYKnppY)
8. The Peacock
9. Port Of Call (video http://youtu.be/Bd6Cm1p4c20)

In soli due anni, tra il 2006 e il 2007, i Beirut sono diventati una band di culto grazie a due album intensi e originali in cui venivano rimescolati in un unico calderone ritmi balcanici e fiati messicani, cantautorato francese e spirito americano. Un vero progetto di contaminazione nato dalla mente di un giovane e talentuoso musicista che porta il nome di Zach Condon, il quale, con la sua piccola fanfara, ci ha regalato due dischi importanti come “Gulag Orkestar” e “The Flyinh Club Cup” e una manciata di EP per poi concentrarsi su un tour interminabile che lo ha visto raccogliere un consenso unanime sia in Europa che negli Stati Uniti concludendo la sua corsa in Brasile, nazione in cui ha avuto un enorme riscontro di pubblico. A due anni dalla loro ultima pubblicazione ufficiale, l'EP “March of the Zapotec/Holland”, finalmente i Beirut sono tornati con un nuovo album, “The Rip Tide”, che raccoglie appena nove canzoni per una mezz'ora di musica in cui la formazione di Santa Fe si conferma legata a quel particolare sound con cui si è contraddistinta fino ad oggi lasciando trapelare un maggior senso di malinconia. (rockol.it)
La creatura di Zachary Francis Condon è passata in pochi anni da grande sorpresa a vera icona dell’ambito indie internazionale (ed in questo senso si può vedere un deciso parallelo con gli Arcade Fire): ecco perché l’attesa per il nuovo album era decisamente alta. Ma questo ”The Rip Tide” non è una vera e propria evoluzione, più che altro è una “summa” del suono Beirut, dove la contaminazione non è mai stata così piacevole e così perfetta, dove i Kings of Convenience incontrano i Gogol Bordello e sembra che suonino insieme da una vita, dove la voce da crooner di Zach sa emozionare anche solamente accompagnata da un piano (“Goshen”, “The Rip Tide”), dove l’esordio di un po’ di elettronica rende una melodia irresistibile (“Santa Fe”, omaggio alla città natia), dove i fiati dialogano con il pianoforte regalando grandi suggestioni (“Vagabond”). (indieforbunnies.com)
Con quest’ultimo lavoro i Beirut fanno il grande salto di qualità, facendo emergere un suono completamente personale che li distingue dalla “massa musicale” odierna regalandoci intrecci musicali di notevole profondità. “The Rip Tide” è uno di quei dischi dove non c'è un solo secondo sprecato, che si ascoltano dall’inizio alla fine senza nessuna interruzione e in continuazione per diversi giorni, per poi riprenderlo e trovare ancora delle “pieghe” nascoste a riconferma della sua bellezza. Un piccolo capolavoro di classe, godibile e intelligente, musicalmente ispirato alla grande tradizione folk della canzone americana e suonato da bravi musicisti. (appuntinovalis.blogspot.com)
Se ancora non conoscete i Beirut “The Rip Tide” è senza dubbio l’album giusto per cominciare ad apprezzarli, se già li amate li gusterete ancora di più in questo lavoro che porta a compimento tutte le piacevoli intuizioni avute dal buon Zachary fin dall’esordio. Un punto d’arrivo. Il futuro ora non interessa. (indieforbunnies.com)
Rino De Cesare
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


THE OSCILLATION: "oscillazioni" tra dark wave, psychedelia e krautrock

THE OSCILLATION “Veils” (2011)

… A quasi tre anni di distanza dal loro debutto, la band londinese mette in giro il proprio secondo album. Dopo aver girato il mondo in lungo e in largo in compagnia di altre band come Chrome Hoof, Deerhunter e Moon Duo, giusto per citarne qualcuna, i ragazzi hanno maturato un suono “Oscillation” ormai abbastanza riconoscibile… un suono che spazia dalla “dark wave” alla “psychedelia” e fino al “krautrock”.
L’album presenta una gamma notevole di “oscillazioni” che vanno da semplici canzoni melodiche al caos “noise-no-wave”, e questo fa della band una delle più esperte nel settore, perfino impermeabile alle solite critiche appioppate a chi, ancora molto giovane, osi cimentarsi con simili dimostrazioni sonore. The Oscillation entrano di diritto nell’Olimpo della musica e anche se potrebbe essere disturbante sorbirsi la lunghezza di alcune sue tracce, “Veils” resta decisamente un album da premiare!

… concludendo: Vi ricordo che testi e scelte musicali di questo particolare frammento radi@ttivo sono proprio a cura di Carmine Tateo, vi do appuntamento alla settimana prossima con un altro Disco Hot sempre da Ciccio Riccio, sempre con RADI@zioni NRG ma sempre con Camillo Fasulo pronto a dar voce alle affermazioni del buon Carmine che ad ogni buon conto segnala di questo album le seguenti tracce!…

future echo (video http://youtu.be/mDxz4xRlKac)
see through you (video http://youtu.be/KNdZpD33kNU)


sabato 26 novembre 2011

ANTHRAX - "Worship Music": un parto difficile ma i risultati ci sono!

ANTHRAX “Worship Music” (Megaforce Records, 2011) – www.anthrax.com

Tracklist:
1. Worship (intro)
2. Earth On Hell (video http://www.youtube.com/watch?v=aO5nhO-jXqg)
3. The Devil You Know (video http://www.youtube.com/watch?v=TT76uz21TNg)
4. Fight 'em 'til You Can't (video http://www.youtube.com/watch?v=nzDmgn-G2FM&feature=relmfu)
5. I'm Alive (video http://www.youtube.com/watch?v=jpJobQns0yg)
6. Hymn 1
7. In The End
8. The Giant
9. Hymn 2
10. Judas Priest
11. Crawl (video http://www.youtube.com/watch?v=PORfHUdWS1Y)
12. The Constant
13. Revolution Screams / New Noise (Refused cover ghost track)

Erano 8 anni che aspettavamo questo disco e devo proprio dire che ne è valsa la pena! Qui non abbiamo un semplice disco degli Anthrax ma un vero e proprio capolavoro, almeno per gli amanti del genere. Lo metti in play e subito piace, cosa che di solito non accadeva almeno dal 1990-91 (era il periodo d’oro dei vari “Black Album”, “Rust In Piece”, “Seasons In The Abyss”, solo per citarne qualcuno, ricordate?). Gli Anthrax sono tornati con il loro vocalist originale, Joey Belladonna, con il quale non facevano album dal lontano 1990 (da “Persistence Of Time” per intenderci) ed è stato un ritorno piacevolissimo. Il disco prende dal primo all'ultimo brano. È una macchina da guerra pesante ma ben bilanciata e ben coordinata dagli straordinari riff di Scott Ian. La prima bordata arriva con “Earth On Hell”, classico pezzo thrash che ci fa subito capire cosa ci aspetterà: batteria indemoniata e riff al cardiopalma! “The Devil You Know” è stata definita dagli stessi membri della band come una canzone degli Anthrax ma con il groove degli AC/DC. Effettivamente è così, con un ritornello che conquista e non ti abbandona più. Il primo singolo scelto è “Fight 'Em 'Til You Can't”. Scelta abbastanza opinabile dopo aver ascoltato l’intero disco. La canzone è dignitosa ma non paragonabile alle altre tracks dell’album. La scelta potrebbe essere stata influenzata dalla passione di Ian per i fumetti in particolare di “Zombie”, ed è proprio la battaglia contro i morti viventi il tema di "Fight 'Em 'Til You Can't". Altre canzoni degne di nota, e che diventeranno sicuramente parti fondamentali delle scalette dei live sono, “I'm Alive” e “Crawl” che non sono proprio dei pezzi thrash ma rientrano pienamente nelle corde vocali di Belladonna. Ogni canzone ha un suo perché e non siamo davanti a delle fotocopie del thrash anni ’80! (http://www.comingsoon.it/Musica/Articoli/Speciali/Page/?Key=8822)
“Worship Music” è la decima fatica in studio dei thrashers newyorkesi più famosi al mondo, vale a dire proprio quegli Anthrax che, di recente, hanno ottenuto il giusto riconoscimento alla loro ormai quasi trentennale carriera, venendo schedulati per il tour mondiale del cosiddetto “Big 4”, vale a dire i 4 gruppi (Metallica, Megadeth, Slayer e, appunto, Anthrax) che hanno gettato le basi del thrash metal e che, di conseguenza, sono stati seminali per tutto il metal più estremo che da lì in seguito avrebbe fatto capolino sulla scena mondiale. Il parto di quest'album non è stato per nulla semplice, dato che, inizialmente, il compito di registrare le parti di voce era stato affidato all’esordiente Dan Nelson, per essere sostituito dallo storico singer Joey Belladonna quando le parti di Nelson erano ormai tutte pronte. La band, per contro non ha mai fornito molte spiegazioni riguardo all'accaduto, ma tant'è che l’uscita di scena di questo signor sconosciuto per far posto al ritorno di colui che ha reso famosa la band in tutto il mondo prestando la propria ugola per album seminali come “Spreading the Disease”, “Among the Living” e “State of Euphoria”, ha di sicuro fatto la felicità di tutti i fans della prima ora. Personalmente, ho sempre preferito la voce di John Bush, dal registro meno esteso ma molto più espressiva, per quanto bisogna ammettere che gli album più belli siano stati realizzati con Belladonna. Tuttavia, sono fermamente convinto che, col timbro vocale più graffiante di Bush, quest'ultimo capitolo della saga Anthrax avrebbe guadagnato qualche punticino in più. Questo perché l'album, che non è niente male, è certamente un album che guarda parecchio indietro nel tempo, agli esordi della band, ma con un particolare tocco di attualità che ci impedisce di parlare del tutto di “operazione nostalgia”. Intendiamoci: dietro “Worship Music” non c’è nulla di miracoloso, ma sicuramente è un passo in avanti in termini di qualità, rispetto a quanto i ragazzi hanno composto negli ultimi anni; è dai tempi di “Sound of White Noise” (1993) che gli Anthrax non sfornavano nulla di veramente eccellente e non credo che Scott Ian e soci riusciranno mai a bissare quel grande successo, né tantomeno i pilastri storici degli anni '80. Bisogna farsene una ragione: la gente continuerà ad osannare gli Anthrax per brani storici come “Indians”, “Caught in a Mosh”, “Metal Thrashing Mad” ecc… tutto il resto serve solo a fare volume in un curriculum che fa di loro a pieno diritto, uno dei “Big 4”. (http://www.longliverocknroll.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1250:anthrax-worship-music&catid=1:recensione-album&Itemid=2)
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


domenica 13 novembre 2011

FLEET FOXES: nuovi "vecchi" segreti & tesori nascosti


FLEET FOXES “Helplessness Blues” (Sub Pop/Bella Union, 2011) – www.fleetfoxes.com


Tracklist:
1. Montezuma (http://www.youtube.com/watch?v=cdN2bfov9JQ)
2. Bedouin Dress
3. Sim Sala Bim
4. Battery Kinzie
5. The Plains/Bitter Dancer
6. Helplessness Blues
7. The Cascades
8. Lorelai (http://www.youtube.com/watch?v=xtFrGCJrnKc&feature=related)
9. Someone You'd Admire
10. The Shrine/An Argument (http://www.youtube.com/watch?v=jrTEKlrUdFI&feature=related)
11. Blue Spotted Tail
12. Grown Ocean (http://www.youtube.com/watch?v=Ewkhr8dM86M&feature=related)


È facile intuire che questo “Helplessness Blues” dev’essere stato proprio una bella gatta da pelare per i Fleet Foxes. Provate solo a pensare cosa significhi dare un seguito a un debutto come il loro omonimo del 2008, un disco semplicemente troppo bello per essere vero, pienamente meritevole di tutte le lodi e le iperboli di cui è stato – ed è ancora – oggetto. Provate solo per un attimo a mettervi nei panni del giovane Robin Pecknold: un giorno in cameretta ad imparare, sulla chitarra, le canzoni di Dylan, Neil Young e Joni Mitchell con i tuoi migliori amici (fra i quali il chitarrista Skyler Skjelset) e prima ancora di rendertene conto ti ritrovi scaraventato su di un palco, folle estasiate di mezzo mondo che applaudono sotto di te, incantate dalle tue canzoni… Ora, come si fa a dare un seguito al più bello dei tuoi sogni? Non è impossibile, ma devi avere la capacità di riuscire a sognare tutto da capo. Devi trovare un modo per canalizzare positivamente le inevitabili tensioni del caso e scavare a fondo dentro te stesso in cerca di ispirazione e nuovi stimoli. Ma, soprattutto, devi cercare di farlo nella maniera più onesta possibile, sforzandoti di essere autentico e sincero con te stesso, con chi ti circonda, con chi si aspetta qualcosa da te. Ecco, “Helplessness Blues” è tutto questo. È un disco che tra i suoi solchi racchiude la sua stessa travagliata storia: per questo è vivo, dinamico, in continuo divenire. Ad un primo ascolto, sembra non possedere quella magia istantanea dalla quale ci siamo trovati inondati quando abbiamo sentito per la prima volta il debutto; ma è solo perché ad essa le nostre orecchie si sono abituate. Prima che immediato, questo è piuttosto un disco che cresce, ascolto dopo ascolto, e ti invita, ogni volta, a scoprirne segreti e tesori nascosti. (www.lifegate.it)
Sebbene certe dichiarazioni “pre-partita” del leader Robin Pecknold, che vagheggiava di similitudini con Roy Harper e Van Morrison, non vadano prese propriamente alla lettera, in "Helplessness Blues" si avverte un sostanziale bilanciamento del sound in favore di “quel” folk britannico progressivo, comunitario e itinerante, in voga in Inghilterra tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70, rispetto alle tonalità più genericamente flower-power e west-coast. Un parziale avanzamento del loro baricentro stilistico che ha come emblema il brano più atipico e articolato del nuovo lavoro: "The Shrine/An Argument". Piccola suite art-folk di otto minuti in tre movimenti: una prima parte più tradizionale, tutta centrata sul picking e sul cantato del solo Pecknold, una seconda solenne e in levare, un po’ alla Arcade Fire e, infine, dopo un intermezzo chiesastico per sola voce e organo, una conclusione free e rumorista screziata da viola e fiati dissonanti. Un tentativo, decisamente riuscito, di valicare l’abituale seminato folk-pop, abile nel dosare esperimenti e variazioni senza penalizzare la melodia. Il segnale positivo di un gruppo che non ha intenzione di sedersi sugli allori del recente passato. (www.storiadellamusica.it)
Ascoltare i Fleet Foxes equivale a catapultarsi nel bel mezzo di una foresta, isolarsi dal consumismo, dalle televisioni, dalla pubblicità e da tutto quanto finisce per farti odiare ciò che c’è di bello nella modernità (sempre che ce ne sia). Modernità, tuttavia, è una parola che pare non esista nel vocabolario di Pecknold e compagni. La loro genuinità rimanda a decenni lontani, passati e irripetibili: si torna a riassaporare la bellezza del lavorare la terra, dell’allevare le bestie, di ballare per le strade, di vestirsi di quattro stracci fatti in casa. Niente virtuosismi, niente di altamente tecnologico. Solo i vecchi strumenti: chitarra acustica, batteria, tastiera, percussioni e voci e cori che rivestono il tutto. I detrattori saranno pronti ad accusare le ‘volpi’ di scarso coraggio per la sperimentazione e di scarsa propensione all’innovazione. A noi viene solo da dire che il combo di Seattle è qualcosa di sprecato per questi tempi e che dovremmo ritenerci fortunati l’aver potuto vivere per 50 minuti in una dimensione extratemporale. (www.indieforbunnies.it)
Rino De Cesare
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.



CAKE: un altro disco orgogliosamente fuori moda!


CAKE “Showroom Of Compassion” (2011)

… Negli oltre sei anni trascorsi dalla precedente fatica (“Pressure Chief”) sono cambiate un po’ di cose (abbandono della vecchia casa discografica e creazione di una tutta loro, la Update Records inaugurata un paio di anni fa con una loro raccolta di b-sides) ma non è cambiato il loro modo di fare musica: intrecci di basso e chitarre pieni di groove, fiati tex-mex e l’incorreggibile voce dell’indiscusso leader, John McRae, sempre ironica al punto giusto.
Sembrano tornati davvero in gran forma, infatti questo è un disco Cake al 100%, anche se i tempi d’oro dei primi due album, inutile nasconderlo, restano lontani! Il singolo “Sick of you” balzato in testa nella classifica rock alternativo di Billboard è per loro una boccata di ossigeno, un giusto riconoscimento alla loro ventennale carriera.
“Showroom Of Compassion” è la somma di tutti questi anni di ricerca sonora per cui se i Cake vi sono piaciuti fino ad ora questo è un altro cd da avere e consumare.

(Carmine Tateo - e-mail: carmine.taty@live.it)

Tracce consigliate:

(a cura di Camillo “RADI@zioni” Fasulo)

KASABIAN: "Velociraptor!" è il loro album più epico e ambizioso!

KASABIAN “Velociraptor!” (2011)

… Ripartire dopo un album come “West Ryder Pauper Lunatic Asylum”, che ha portato al successo la band non dev’essere stato facile. La formula che comunque si è rivelata vincente col precedente cd (melange di pop, dance, psychedelia e “kasabianismi” vari) non è stata del tutto rispettata in “Velociraptor!”. Attenti però a parlare di gioco al ribasso perché i Kasabian guadagnano in ecletticità quello che hanno perso in originalità.
L’album contiene alcuni dei chorus più immediati fin qui scritti dal gruppo, ma loro si divertono (e si sente!) quando recuperano quella lunaticità psychedelica, dimostrando che i quattro si trovano a loro agio. Una delle band più in forma del momento!

(Carmine Tateo - e-mail: carmine.taty@live.it)

Tracce consigliate:

(a cura di Camillo “RADI@zioni” Fasulo)


giovedì 3 novembre 2011

OPETH: superato il punto del "non ritorno"?

OPETH “Heritage” (Roadrunner Records, 2011) – www.opeth.com

Tracklist:
01. Heritage
02. The Devil's Orchard (Video: http://youtu.be/G1pi7Dn87mY)

03. I Feel The Dark
04. Slither (Video: http://youtu.be/3JDaQP72PfI)

05. Nepenthe
06. Häxprocess
07. Famine
08. The Lines In My Hand (Video: http://youtu.be/tMj4CkCIHfM)

09. Folklore (Video: http://youtu.be/OleNkTc8D1E)

10. Marrow Of The Earth
11. Pyre (Bonus Track – Video: http://youtu.be/ndWUtmGOFRo)

12. Face In The Snow (Bonus Track)


Credere che un artista, nel corso della propria carriera, si interessi più ad accontentare i fans che a soddisfare se stesso, è come credere alle favole. Certo, qualcuno lo fa. Qualcuno preferisce proporre sempre la solita minestrina riscaldata pur di non rischiare di cadere rovinosamente, o per rimanere fedele alle esigenze di mercato (ma questa è un'altra storia). Gli Opeth, fin dalla loro nascita, hanno sempre dimostrato di essere unici, per certi versi ma, con l'avanzare della carriera, anche di essere uguali a pochi altri. Quei pochi altri che non si limitano a svolgere sempre lo stesso compitino, ma che preferiscono agire di testa propria, seguendo sì una certa evoluzione, ma pronti anche a mettersi nuovamente in gioco con cambiamenti radicali.
Cosa succede quindi con “Heritage”? Succede che la band torna a mettersi in gioco, in un certo senso, ma senza farlo con un cambiamento poi così radicale. "Ma come? Questi non sono gli Opeth che conoscevamo!", potrebbe già esclamare qualcuno. E invece no, questi sono proprio gli Opeth. Il ragionamento è anche abbastanza semplice: gli Opeth di “Heritage” non hanno fatto altro che "mettersi a nudo". E cosa vuol dire questo? Che se fino a un certo punto nella stessa creatura convivevano due anime ben distinte (ovvero death metal e progressive), adesso una delle due è stata messa in stand by. Åkerfeldt e soci non hanno fatto altro che abbandonare momentaneamente le influenze death e, soprattutto, metal, per lasciare spazio solo ed esclusivamente all'anima progressive. E, attenzione, non prog-metal, ma bensì prog settantiano, il rock che quarant'anni fa veniva definito come sperimentale, e che oggi sembra essere un vecchietto che (per fortuna) non ha nessuna voglia di andarsene in pensione.
Già il singolo "The Devil's Orchard" aveva fatto ben capire quale sarebbe stata la direzione intrapresa dalla band, lasciando più di un affezionato in leggero stato confusionale e altri, invece, nello sconforto più totale (i sostenitori del movimento "no growl, no party", per intenderci). Il pezzo, posto in apertura del disco, si impone anche con una certa furia, senza che ci sia necessariamente il bisogno di aggiungere doppia cassa e distorsioni prettamente più metal-oriented. A supporto c'è una produzione, affidata alle sapienti mani di Mr. Steven “Porcupine Tree” Wilson, che tenta (e un po' ci riesce) di essere il più scarna e "vintage" possibile. Sulla stessa linea anche una “Slither” (tributo personale di Åkerfeldt a Ronnie James Dio) che vira nettamente verso l'hard rock alla Deep Purple, o anche la sfuriata finale di “The Lines In My Hand”; tutti pezzi dove il "picchiatore" Axenrot (spesso additato dai fans come poco adatto alle sonorità di casa Opeth) sembra trovarsi più a suo agio. Ma non è esattamente così, perché le sorprese arrivano soprattutto dallo stesso drummer svedese, capace anche di deliziarci con un tocco delicato ed elegante che ben si sposa con le parti più lente e riflessive (il suo lavoro sulle ritmiche jazzate della splendida “Nepenthe” è solo uno dei tanti esempi a disposizione). La sezione ritmica risponde quindi più che bene ai "nuovi stimoli", grazie anche al basso di un Mendez in grande spolvero. Il tutto è corredato dall'ottimo lavoro dell'ormai ex-tastierista Per Wiberg (essenziale per quanto riguarda il lato atmosferico della musica) e dalle chitarre di Åkesson e dello stesso Åkerfeldt, quest'ultimo autore anche di una prova dietro al microfono a dir poco perfetta.
Molti dei brani a disposizione non garantiscono un impatto immediato, promettendo però delle vere e proprie soddisfazioni dopo una buona dose di ascolti, altri invece, pur non essendo diretti e coinvolgenti, riescono a farsi apprezzare anche dopo un paio di giri nel lettore. Nel secondo caso è doveroso fare riferimento alla bellissima “Folklore” (il finale è semplicemente da brividi) e Pyre, quest'ultima addirittura disponibile come bonus track per i possessori della limited edition. Un disco che è, in definitiva, come il buon vino: va assaporato con calma e, magari, ha bisogno anche di "invecchiare" un po'. “Heritage”, per essere compreso in pieno, necessita di continui e attenti ascolti, atti soprattutto a far emergere, poco per volta, ogni sua sfumatura. Un disco che, nel modo più assoluto, non è adatto a chi vuole tutto e subito, ma che ha bisogno di tanta, tantissima pazienza per essere compreso. (http://www.truemetal.it/reviews.php?op=albumreview&id=10140)
“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Angelo Olive, Mimmo Saponaro e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisi – www.ciccioriccio.it.


domenica 30 ottobre 2011

CLAP YOUR HANDS SAY YEAH: di talento ne hanno ancora da vendere!!!

CLAP YOUR HANDS SAY YEAH “Hysterical” (V2 Music, 2011) – www.clapyourhandssayyeah.com

Tracklist:
1. Same Mistake (video http://youtu.be/sbm3fczhVsM)
2. Hysterical (video http://youtu.be/IIaomBvsegQ)
3. Misspent Youth
4. Maniac (video http://youtu.be/dz_vKDw1D40)
5. Into Your Alien Arms
6. In A Motel
7. Yesterday, Never
8. Idiot
9. Siesta (For Snake)
10. Ketamine And Ectasy
11. The Witness’ Dull Surprise
12. Adam’s Plane (video http://youtu.be/5w5UvUEq3Nk)


Di tradimenti, si sa, è piena la storia del rock. La leggenda vuole che Bob Dylan, presentandosi a Newport nel ’65 con in braccio una chitarra elettrica, abbia a malapena evitato il linciaggio, attirando su di sé le ire della comunità folk. Qualcosa di simile accadde ai Clash quando nell’anno di grazia 1979 diedero alla luce “London Calling”, album destinato a cambiare per sempre la storia della musica rock ma che fece imbestialire i vecchi fan della band, che accusarono di “tradimento ideologico” Joe Strummer e soci. All’uscita di “Kid A”, nell’ottobre del 2000, i Radiohead regalarono ai posteri uno dei dischi più influenti degli ultimi 20 anni, ma dissero per sempre addio ad una nutrita schiera di ammiratori che sperava in un “Ok Computer” atto 2°. Con il dovuto rispetto per i mostri sacri appena citati, non è azzardato affermare che simile sorte potrebbe toccare anche ad “Hysterical”, il 3° album dei Clap Your Hands Say Yeah, destinato a deludere molti degli “abitanti dell’indie-sfera”, che da quattro anni ormai attendevano con trepidazione il nuovo disco della band di Brooklyn. “Hysterical” dice addio a quasi tutte le stravaganze ed alle allegre iperboli ritmiche che hanno tratteggiato la personalità dei CYHSY, assumendo così le fattezze di un tradimento urlato senza timori in faccia a tutti i fans più ortodossi. Mentre nel frattempo piovono giù dal cielo già le prime stroncature, chi ha ancora fiducia nei CYSHY non deve far altro che ignorarle e premere play. I ragazzi sono tornati e di talento ne hanno ancora da vendere, nonostante tutto. (http://www.kalporz.com/wp/2011/10/clap-your-hands-say-yeah-hysterical-v2-music-2011/)
“Hysterical” nel complesso è però un disco solido. Non ripete l’osannato debutto (che comunque viene richiamato spesso) e non innova il genere, ma innova sicuramente il loro modo di intendere questo genere (per chi ama la divisione in generi). (http://www.indieforbunnies.com/2011/09/30/clap-your-hands-say-yeah-hysterical/)
Difficilmente i CYHSY riusciranno a scrivere una canzone con un ritornello orecchiabile e canticchiabile in due ascolti, altrettanto difficilmente in un loro disco però troverete un brano banale o scontato ed “Hysterical”, pur restando fedele al sound della band, propone una variante saltuariamente più pop che permette di renderlo davvero piacevole anche a chi la voce un po’ cantilenante del vocalist finiva per dare fastidio. Certo, manca forse l’originalità del debutto, mancano certe spigolosità che avevano fatto del 1° disco quasi un manuale di un sound bello e ricercato, ma ancora una volta i CYHSY riescono a dimostrare la capacità di scrivere dei bei pezzoni. (http://www2.troublezine.it/reviews/17384/clap-your-hands-say-yeah-hysterical)
Quattro anni e mezzo sono un’eternità, per una band di quelle nate negli anni ’00, nate dal web, per il web e con il web; e anche se con il bel “Some Loud Thunder” avevano subito messo in chiaro di non essere buoni per un solo giro di valzer, una pausa così lunga resta insolita. Ma c’è il rovescio della medaglia: se ti fermi il mondo va comunque avanti, macina tutto, e si scorda presto di chi è rimasto indietro. Disco importante quindi, questo “Hysterical”, perché frattanto ricolloca i CYHSY sulla scacchiera della musica dei nostri anni e lo fa in grande stile, con la produzione di John Congleton (che s’è occupato anche degli Okkervil River fra gli altri) a rimarcare a fondo le differenze tra il gruppo che è adesso e quello che fu. Ma intanto, dov’è finita l’attitudine da studenti della art school cresciuti a pane, Velvet Underground e Talking Heads dell’esordio? Dov’è il pop degli anni ’60 che riempiva il secondo disco? Da qualche parte saranno pure finiti, perché l’identità resta inequivocabile, foss’anche solo per la voce di Alec Ounsworth. Complice il solito discreto ondeggiare stilistico, occorre un po’ per trovare la chiave di questo disco, quindi predisponetevi ad ascolti ripetuti. Come per certi quadri, prima di cogliere la figura d’insieme vi resteranno in mente singoli dettagli, finché, superata metà scaletta, vi troverete piacevolmente sorpresi dalla qualità del songwriting. Abbastanza per rendersi conto che è meglio averli tra i piedi, i CYHSH. (http://www.sentireascoltare.com/recensione/9180/clap-your-hands-say-yeah-hysterical.html)


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