venerdì 28 maggio 2010

GOLDFRAPP, semplicemente del buon pop

GOLDFRAPP – “Head First” (Mute, 2010)

È da poco uscito il nuovo lavoro della band che ha come leader la carismatica cantante Allison Goldfrapp. Da poco passati anche in tournée su suolo italico, i GOLDFRAPP hanno sfornato un disco pop, buono per il dancefloor!
“Head First”, sicuramente superiore al precedente album (dove venivano predilette le percussioni elettroniche) ha un approccio più dolce e romantico, che rimanda direttamente ai loro primi lavori. A parte il singolo “Rocket” (in onda ormai su tutte le radio) l’album si fa notare per la sua semplice godibilità e la sua spensieratezza. Niente di nuovo… semplicemente del buon pop!

(Carmine Tateo)

giovedì 27 maggio 2010

SPOON: graffiti di autentica anarchia indie!

SPOON “Transference” (Anti, 2010)
www.spoontheband.com

Tracklist:
1. Before Destruction
2. Is Love Forever?
3. The Mystery Zone
4. Who Makes Your Money
5. Written In Reverse
6. I Saw the Light
7. Trouble Comes Running
8. Goodnight Laura
9. Out Go the Lights
10. Got Nuffin
11. Nobody Gets Me But You

È una bella sfida trovare degli aggettivi originali per dire in poche righe chi siano questi Spoon. Credo sia sufficiente affermare che gli Spoon siano uno tra i culti più importanti e leggendari della scena alternativa dell’ultimo decennio, e non solo. Sono, assieme a gente del calibro di Wilco, Death Cab for Cutie e Modest Mouse, i più titolati e coraggiosi cavalieri pronti a difendere il rock alternativo (dopo i Flaming Lips e i Sonic Youth che vantano invece almeno tre decenni di vitalità). Sette album all’attivo e nessun cenno di cedimento. Rispetto all’ultimo lavoro in studio, la band sporca di più gli spartiti con graffiti di autentica anarchia indie. Insomma, meno concessioni alla platea, in favore di coloro i quali vanno oltre i ritornelli che si attaccano alla memoria come cozze allo scoglio. L’album nel suo complesso suona grezzo, originalissimo, chitarroso e con quel canto scazzato/altezzoso che farà la felicità di quanti si sentono complessati perché non riescono ad arrivare alle vette di un Thom Yorke. Le parti strumentali tradiscono influenze post-grunge e vanno a rivangare nei i più disparati cassetti della memoria: così emerge qualcosa dei primi Nirvana, il noise di alcuni pezzi degli ultimi Grandaddy, le note di piano volutamente artefatte che fanno venire alla mente i Wilco più giocosi, per non parlare dei momenti tipicamente lo-fi carissimi ai Pavement e di alcuni passaggi destrutturati di matrice post-rock. (www.indie-rock.it)

Ormai, lo si può dire con una certa tranquillità, gli Spoon sanno scrivere pezzi “pop” come pochi altri sanno fare. Pezzi istantanei, radiofonici, killer, che stuzzicano subito, senza la necessità di riascolti. È per questo che sono finiti nelle colonne sonore di parecchie serie televisive d’America, da O.C. a Scrubs passando per i Simpsons, per non parlare dei videogames. E gli States li adorano con un culto nemmeno così di nicchia. Il loro problema, se così vogliamo chiamarlo, è che non sempre gli Spoon vogliono scrivere “quel” pop, anzi. Per lo più lo sabotano! Qui, più che altrove. Rispetto al precedente “Ga Ga Ga Ga Ga”, in particolare, risalta la volontà di scrivere canzoni meno dirette e rifinite, meno “canzoni” verrebbe da dire. E così quasi tutto il disco sembra abbozzato su schizzi volutamente non completi, con un Britt Daniel particolarmente evasivo, attento a cercare la via di fuga piuttosto che la melodia perfetta. Daniel stesso ha parlato di un disco «più cattivo» dei precedenti, dove la maggiore cattiveria non è affatto da intendersi come abrasività sonora più dura, ma piuttosto come volontà di non accontentare l’attesa dell’ascoltatore con ammiccamenti ruffiani. Ad un primo ascolto non è improbabile rimanere delusi. Ma poi si intuisce che se gli Spoon non deliziano subito le orecchie, è perché hanno scelto di farlo in un secondo momento: i trucchi del mestiere, i quattro di Austin, li conoscono ormai troppo bene. E dopo qualche passaggio risulta difficile non apprezzare certe venature soul a la Prince, la voce ruvida e raspante di Daniel, il basso di Rob Pope che prende un groove da 10 e lode o la sezione ritmica che rifà il verso a certo post punk a cavallo tra Wire e Joy Division. E pazienza se manca una hit sicura: “Written In Reverse”, col suo tiro r’n’r solidissimo, ci va vicina, e “Trouble Comes Running” la sfiora. Semmai c’è la grezza elegia su piano di “Goodnight Laura” a pensarci: una ballad che potrebbe sembrare quasi parodistica, se non fosse così elementarmente bella. E così si impara un’altra cosa: una tappa non memorabile nella discografia degli Spoon può comunque essere un buon disco! (www.storiadellamusica.it)

a cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo

“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisiwww.ciccioriccio.it.

domenica 23 maggio 2010

THE BLACK KEYS: in viaggio da Akron al delta del Mississippi

The Black Keys “Brothers” (Nonesuch Records, 2010)
www.theblackkeys.com

Tracklist:
Everlasting Light
Next Girl
Tighten Up
Howlin' For You
She's Long Gone
Black Mud
The Only One
Too Afraid to Love You
Ten Cent Pistol
Sinister Kid
The Go Getter
I'm Not the One
Unknown Brother
Never Gonna Give You Up
These Days

Che disco! Magnetico, denso, viscerale! Messo da parte il vecchio produttore Danger Mouse per il più eterodosso Mike Neill, i The Black Keys spengono l’ennesima candelina con questo “Brothers”, latrato di un blues spurio, delizioso e mai domo nel suo restyling ciclico che, quando (come in questo caso) non è storpiato da indiscutibili vituperi, sa ancora essere amabile come un buon rosso d’annata. Suoni ruvidi, fisici, graffianti. È stata sufficiente però una calda brezza di valle a trascinare con se gli indomabili accenti di Muddy Waters e John Lee Hooker lungo le mille miglia che dividono Akron (sponda Ohio) dal delta altresì famoso (“colà dove tutto ebbe inizio”) tanto che, fischiettando “Are We Not Men?” dei conterranei, fondamentali e redivivi Devo, le faccette da intellettuali di Dan Auerbach e Patrick Carney, nella semioscurità della loro cantina, si sono ostinati ad ingrassare il blues elettrico dei Cream con la sessualità del voodobilly di “Rock On The moon” dei The Cramps, il gusto marcescente di Jon Spencer e quello ruffiano dei The White Stripes. (indie-eye.it)
Per Dan Auerbach e Patrick Carney il 2009 è stato un anno importante e denso di avvenimenti. Il primo ha pubblicato un ottimo esordio come solista, “Keep It Hid”, mentre Patrick si è impegnato nelle fila dei Drummer, band da lui creata, registrando il discreto “Feel Good Together”; entrambi si sono adoperati, con esiti più che felici, nella coraggiosa collaborazione con artisti hip hop e r’n’b tramite il progetto Blakroc. A ben ascoltare, il suono di “Brothers” nasce proprio da queste ultime esperienze: da un lato esalta le componenti “roots” di “Keep It Hid”, dall’altro approfondisce il flirt con la black music che costituisce l’ossatura di Blakroc. Anzi, volendo essere ancor più precisi e analitici, il sesto disco dei Black Keys è una sorta d’incrocio fra lo stile dell’Auerbach solista e i contenuti “neri” di Blakroc, che qui però vengono intesi in senso più tradizionale. Dimenticate, dunque, il garage scorticato degli esordi, qui non lo troverete, o almeno lo percepirete solo a tratti, diluito nel mezzo di rock blues elettrificati che si lasciano sedurre da rock’n’roll arcaici, numeri soul che poco hanno da invidiare alle sonorità tipiche di Motown e Stax, intrusioni funk e lievi accenni folk. Un amalgama sonoro profondo e rallentato che per 55 minuti vi accompagnerà in un afoso viaggio attraverso qualche highway sperduta nel sud degli Stati Uniti, fra paludi, zanzare e notti umidissime. (outune.net)
"Brothers" racconta, insomma, di una conversione, forse anche dolorosa ma ormai necessaria, da agguerriti araldi della nuova ondata garage-rock degli anni passati (in parallelo cromatico, sbiadito dal tempo e forse mai del tutto calzante, coi White Stripes di Jack & Meg White) a navigati artigiani della musica indipendente americana, capaci di fondere insieme riferimenti e sonorità in un pastiche comunque vivido e passionale. Sarà stato di particolare ispirazione l'ambiente di registrazione: il mitico Muscle Shoals Sound Studio, in Alabama, da cui passarono un po' tutti, dai Rolling Stones a Bob Dylan. Un luogo sperduto, un pugno di prefabbricati in mezzo alla campagna, dove l'unica cosa da fare è andare in studio a registrare. In ossequio all'ultima, simpatica modalità espressiva dei Black Keys, magistralmente sintetizzata sullo sfondo nero della copertina del disco, non rimane che dire: questa è la presentazione di "Brothers", l'ultimo grande disco dei Black Keys! (ondarock.it)
(Rino De Cesare)

a cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo

“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radio-attiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica CiccioRiccio.it di Brindisi.

martedì 18 maggio 2010

RONNIE JAMES DIO - Portsmouth, 10th july 1942 / Houston, 16th may 2010 - R.I.P.

Si è spenta per sempre la leggendaria voce dell'heavy metal.
Wendy Dio, moglie e manager del leggendario singer heavy metal Ronnie James Dio (DIO, HEAVEN & HELL, BLACK SABBATH, RAINBOW), ha rilasciato la seguente dichiarazione a BLABBERMOUTH.NET:

"Oggi il mio cuore si è spezzato, Ronnie si è spento alle 7.45 di Domenica 16 Maggio. Molti, moltissimi amici e la sua famiglia sono riusciti a portargli l'ultimo saluto prima che ci lasciasse per sempre.

Ronnie ha sempre saputo quanto fosse amato da tutti.

Apprezziamo l'amore e il supporto che tutti voi ci avete dato.

Per favore, ora però lasciateci qualche giorno di pace per poter fronteggiare questa terribile perdita.

Per favore, sappiate quanto lui abbia amato tutti voi e ricordate che la sua musica vivrà per sempre".

lunedì 17 maggio 2010

Sabato 5 giugno i NEW TROLLS in concerto al "PALATOUR PERLA" di Bitritto (BA)



Ritorna sulle scene la storica formazione dei New Trolls, ricomposta nel suo nucleo originario da Vittorio De Scalzi, Nico Di Palo, Gianni Belleno e Giorgio D'Adamo che nel lontano 1967 diede vita a quella che può, non a torto, essere definita la prima band italiana di rock progressivo. LA LEGGENDA NEW TROLLS - questo l'attuale nome d'arte dei quattro musicisti che hanno condiviso per oltre quarant'anni di onorata carriera, in varie formazioni, il piacere di esibirsi davanti a sterminate platee - sarà al Palatour Perla di Bitritto (Bari) il 5 giugno, alle ore 21, per celebrare il proprio tour nazionale assieme ai loro fan ed appassionati di sempre, accompagnati da una band formata da Andrea Maddalone alla chitarra, Francesco Bellia al basso e Ricky Bolognesi alle tastiere che, insieme al quartetto d'archi Gnu Quartet, re-interpreterà brani tratti dal Concerto Grosso N° 1 e N° 2.


GRAZIE A www.newtrolls.it - www.newtrollsfanclub.com Ufficio Stampa: Elisabetta CastiglioniTel/Fax + 39 06 3225044 - Cell + 39 328 4112014elisabetta@elisabettacastiglioni.com

venerdì 14 maggio 2010

HOT RATS... dai Supergrass alle covers!

HOT RATS – “Turn Ons” (G&D Records/Goodfellas, 2009)

2010: é l’anno delle covers! Infatti, dopo l’ultimo rifacimento dei “flamine Lips” che hanno riproposto per intero “The dark side of the moon” di pinkflydiana memoria, ecco “Turn Ons” degli Hot Rats!, ovvero Gaz Coombes, cantante/chitarrista, e Danny Goffey, batterista (entrambi dei Supergrass)… il tutto condito dalla spelndida produzione di Nigel Godrich (già all’opera per Radiohead e Beck, giusto per citare un paio di nomi a caso!).
Gli Hot Rats tirano fuori così un album divertente ad appassionato. Un tributo sfacciato, strambo e moderno, oltre che un atto d’amore, nei confronti di bands del calibro dei Doors, Velvet Underground, Pink Floyd, Cure e Beastie Boys, solo per nominarne alcune: 40 anni di storia del rock!
In questo lavoro semplicemente straordinario, gli Hot Rats rieseguono il tutto con la mentalità strafottente e dirompente tipica del rock del nuovo millennio. Fino ad adesso, per me, una delle migliori uscite del 2010!

(Carmine Tateo)

EELS, non proprio solo tristezza e malinconia

EELS “End Times” (Vagrant) 2010
www.eelstheband.com

Tracklist:
1. The Beginning
2. Gone Man
3. In My Younger Days
4. Mansions Of Los Feliz
5. A Line In The Dirt
6. End Times
7. Apple Trees
8. Paradise Blues
9. Nowadays
10. Unhinged
11. High And Lonesome
12. I Need A Mother
13. Little Bird
14. On My Feet

“Qui giace un uomo che voleva soltanto rimanere solo”: è un epitaffio amaro, quello che Mr. “E” immagina per la propria lapide in “End Times”. La solitudine, a volte, sembra divorare ogni cosa. Ma nel suo silenzio, lentamente, la vita può ricominciare a schiudersi. Chiuso nel suo scantinato losangelino (“One Hitsville, U.S.A.”, come l'ha ribattezzato...), l'uomo chiamato “E” riprende così in mano il suo vecchio registratore a quattro piste e si mette a suonare canzoni nude, intime e sofferte. Ancora una volta ci invita a entrare nella sua vita, a partecipare alle pagine del suo diario, a condividere la sua solitudine. (www.ondarock.it)

Ma con il Signor “E” non ci si annoia mai, neanche quando il nostro tende all’isolazionismo più puro, elemento piuttosto tipico, questo, nella discografia degli Eels. A soli sei mesi da “Hombre Lobo” ci si appresta così ad assaporare e studiare questo nutrito pugno di fondamentali ballads, facendoci strada tra suoni elettrici e acustici, in cui il nostro esprime ogni genere di sentimento triste, facendo suonare la sua chitarra a piacimento, partendo dallo straziante intimismo, al nerbo di qualche sferzata elettrica e del buon blues. (www.mescalina.it)

Ma Mr. “E” non è un artista dedito alla sperimentazione. Lui non ha bisogno di trovare nuovi mezzi espressivi per sentirsi realizzato. Lui ha le sue note, il suo sound, la sua chitarra, il suo cane, i suoi sigari e la sua band. Una manciata di punti di riferimento che formano come uno steccato che circonda tutto il suo universo musicale, mentre lo sguardo è teso a cogliere ogni riflesso di tutto quello che lo interessa. Rispetto al precedente “Hombre lobo”, “End times” è una sorta di “ritorno a casa” per gli Eels: se quello era un concept dalle tonalità blues rock sulla storia di un licantropo (già apparso, peraltro, nel precedente album “Souljacker” del 2001), questo nuovo lavoro rientra nel gruppo di album intimisti e malinconici con cui “E” compie un'ennesima analisi della propria vita. Era già successo in passato. Oggi “E” torna ad affrontare quelle tonalità per affrontare la fine di un amore e la mancanza assillante dell'affetto materno con un disco che racchiude malinconie e sventure in una manciata di splendide canzoni che variano dalla ballata acustica a divertenti esplosioni rock. (www.rockol.it)

Chitarre acustiche, elettriche, organo hammond e lievi spruzzate di archi per un senso di essenzialità dalle sfumature rock classiche, al servizio di 14 tracce di stampo tradizionale dove le ombre di Bob Dylan e Bruce Springsteen continuano a somigliare a quelle di Jim Croce e Leonard Cohen. Quello che intendo dire è che “End Times” sembra una raccolta di brani finiti nel cassetto durante le lavorazioni dei dischi precedenti, messi adesso insieme in bella confezione per far uscire tutto quel che rimaneva di una certa direzione, nel momento preciso in cui l’esigenza di prenderne un’altra è diventata insormontabile. Senza giungere alla conclusione affrettata che sia un disco di “scarti”, a me piace pensare che le canzoni di “End Times” rappresentino una sorta di risoluzione con la quale l’autore tenda a prendere le distanze da certi temi come l’amore perduto, il disagio personale o la disillusione. (http://fard-rock.blog.excite.it)

a cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo

“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisiwww.ciccioriccio.it.

venerdì 7 maggio 2010

PRIESTESS - giovani canadesi all'assalto!

PRIESTESS “Prior To The Fire” (Tee Pee Records, 2009)
www.priestessband.com

Tracklist:
Lady Killer
Raccoon Eyes
The Firebird
Murphy’s Law
The Gem
Communicating Via-Eyes
Lunar
It Baffles The Mind
Sideways Attack
We Ride Tonight
Trapped In Space And Time

I Priestess sono una giovane band canadese. “Prior To The Fire” è il loro secondo album. Da noi sono ancora poco conosciuti, mentre in patria possono già vantare un buon seguito. Consultando Wikipedia potrete informarvi più ampiamente su di loro, venire a conoscenza di quanti problemi abbiano dovuto affrontare per pubblicare questo disco e scoprire che un loro pezzo appare perfino su “Guitar Hero”! In questa sede, però, è più proficuo ed interessante analizzare la musica della band, tralasciando il resto.

Quello che balza subito alle orecchie, mentre si ascolta “Prior To The Fire”, è di avere a che fare con musicisti dall’approccio ‘enciclopedico’. Caratteristica molto comune fra le nuove leve, questa. Ormai il rock è stato storicizzato, e chi vuole rispettarne tutti i canoni deve necessariamente compiere un’opera di rilettura del passato, più o meno integrale… Beh, un bel ripasso di storia non fa mai male ed è esattamente quello che propongono i Priestess!

Dietro alle loro composizioni essenziali e lineari, devote in tutto e per tutto alla forma “canzone”, è percepibile l’ascolto di centinaia, se non migliaia di dischi. E ovviamente la metà di questi appartengono alle collezioni dei genitori dei quattro. Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath e tutto l’hard’n’heavy dei ’70 (southern compreso); ma pure il metal classico e la NWOBHM (Iron Maiden in primis), senza dimenticare un po’ di punk, qualche classico del thrash e vari altre influenze di derivazione stoner e, in minor misura, grunge. Anche se, occorre precisarlo, i Priestess sono soprattutto debitori verso band quali The Sword e Mastodon. E, in sintesi, il sound di “Prior To The Fire” potrebbe esser descritto proprio come un incrocio fra lo stile di questi ultimi due nomi. La differenza è rintracciabile in un approccio più diretto e meno intricato rispetto a quello attuato dal quartetto di Atlanta, così come si predilige la ricerca della melodia orecchiabile a scapito degli effetti “epici” perseguiti dai texani. Insomma, ci troviamo pressappoco dalle parti del crossover tra la cosiddetta New Wave del British e quella dell’American Heavy Metal, ma la maggior leggerezza d’insieme tiene i Priestess a una certa distanza dal pure metal, e li avvicina piuttosto al manierismo ’70s dei Wolfmother, se non altro per affinità “spirituali”, poiché i Nostri sono comunque più aggressivi degli australiani.

La mancanza di episodi che si elevino al di sopra della media impedisce all’opera di imporsi definitivamente, e rivela una certa inesperienza da parte dei ragazzi, ancora in cerca di una dimensione sonora a loro interamente congeniale. Tuttavia canzoni come la rapida e scattante “Lady Killer”, la mastodoniana “The Firebird”, la maideniana “The Gem” e la sabbathiana “It Baffles The Mind” (mi rendo conto che sto citando caterve di artisti, ma dato il genere di lavoro preso in esame è impossibile non farlo) fanno bella mostra di sé e certificano tutto sommato il buon talento di questa band. Se sapranno osare qualcosina di più in futuro, sentiremo più spesso parlare di loro. (outune.net)

a cura di: Camillo “RADI@zioni” Fasulo

“RADI@zioni” è un programma curato da Camillo Fasulo, Marco Greco, Antonio Marra e Angelo De Luca, con la radi@ttiva collaborazione di Rino De Cesare, Fernando Falcolini, Angelo Olive e Carmine Tateo, in onda tutti i lunedì e venerdì tra le ore 22 e le 24 sull’emittente radiofonica Ciccio Riccio di Brindisiwww.ciccioriccio.it.

domenica 2 maggio 2010

DARK UNFATHOMED nel "My Radio Spacebook" di RADI@zioni - lun. 3 maggio - ore 23

Il progetto musicale dei Dark Unfathomed nasce nel dicembre del 2005 quando Lord Drak (testi e voce) e Lycan (composizione e chitarra) decidono di dare vita ad un gruppo Symphonic/Gothic Black Metal. Il nome scelto dalla band è tratto da un'elegia di Thomas Gray, "Elegy Written in a Country Churchyard", capolavoro della letteratura inglese e pilastro della cosiddetta "scuola cimiteriale". Nel percorso musicale dei Dark Unfathomed le grigie atmosfere gotiche e crepuscolari, tipiche di questa scuola, pulsano sangue, a testimoniare il primigenio e tormentato dissidio tra brama di vita eterna ed anelito di morte redentrice. Per trasfondere in musica lo splendore che si cela nell' abisso profondo, lontano dalle effimere certezze umane, i DU danno vita a un mix di parti neoclassiche e di riff metal, a volte cadenzati e struggenti, a volte aggressivi e angoscianti, accompagnati da Screaming taglienti e Growl tenebrosi.
Nella prima metà del 2007 la band completa il loro primo demo: "Dark Unfathomed".
Nel Luglio 2007 Lord Drak incontra AngelGore, batterista e leader dei Terremoto, che nel Novembre dello stesso anno abbraccia il progetto dei DU.
Nel 2009, a completamento del mosaico, entrano a far parte della band Senziente (tastiera solista), Silente (effetti orchestrali) e Goliath (basso).

INFLUENZE:
Yngwie J. Malmsteen, Therion, Illnath, Graveworm, Cradle Of Filth, Dimmu Borgir, Tristania, Rhapsody, Joe Satriani, SymphonyX, Children Of Bodom, Blind Guardian, Sonata Arctica, In Extremo, Crematory, Stormlord, Stratovarius, Penumbra, Ensiferum, Muse, Dark Tranquillity, Rondo Veneziano, J.S. Bach, Antonio Vivaldi, Led Zeppelin, Guns and Roses...

Dark Unfathomed ha ora schiuso i suoi occhi...
Luce sia fatta per dar vita alle tenebre....

CONTATTI:
http://www.myspace.com/darkunfathomed

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